La rivincita di Moqtada, da reietto ad ago della bilancia

Per la seconda volta da quando è cominciata l’invasione americana in Iraq, Moqtada al Sadr è l’uomo del giorno. Il suo ritiro dalla coalizione di governo iracheno indebolisce al Maliki e lo costringe a rinviare i colloqui con il presidente statunitense di un giorno. E’ possibile che una delle cause sia proprio il tentativo di far rientrare al governo quello che è diventato un elemento cruciale per la tenuta del Paese. L’aura che attornia il giovane imam sciita che ha ereditato dal padre una rete di assistenza tale da consentirgli di guadagnarsi seguito a prescindere dalla sua forza politica e militare, è cresciuta ancora dopo l’attentato a Sadr City quando i suoi uomini hanno scavato le macerie, aiutato i feriti, pagato i funerali e scortato il corteo che portava le spoglie dei morti al cimitero di Najaf. Proprio nella città santa sciita, durante la battaglia del mausoleo di Alì, quando il suo esercito del Mehdi aveva tenuto in scacco le truppe americane per settimane, Moqtada era emerso come leader anti occupazione agli occhi delle popolazioni sciite più povere del Sud e di Baghdad. Ora, per i due milioni e mezzo di abitanti poveri della città satellite che porta il nome di suo padre, Moqtada è anche la garanzia di un briciolo di sicurezza che truppe Usa
e irachene non sono in grado di garantire. Le voci raccolte sul posto da diversi reporter americani non lasciano dubbi in materia e ricordano in
qualche modo il ruolo di Hezbollah in Libano.
Dopo due anni il suo peso politico è cresciuto immensamente:
quattro ministeri di cui alcuni chiave, 30 parlamentari, un ruolo determinante nel consentire la formazione del governo al Maliki, un
atteggiamento che cambia nei toni (più pacati) ma resta coerente nella sua feroce opposizione all’occupazione americana. Ma è vero che i miliziani di al Sadr sono coinvolti in attentati e attacchi terroristici come in molti sostengono? Forse. Dagli uffici del movimento negano e spiegano che molti di coloro che vanno in giro a parlare a nome dell’esercito del Mehdi o che vestono di nero per essere scambiati per miliziani di Moqtada, spesso non lo sono affatto. In una rara intervista con la Oxford international review, il portavoce del movimento, Baha al Araji, spiega che «Chiunque può entrare nella Green Zone di Baghdad con le armi e poi americani e forze di governo sostengono che siamo stati noi, ma – continua Araji – noi abbiamo scelto una resistenza pacifica e la diplomazia e non bisogna esagerare le nostre attività». Senza prendere per oro colato le dichiarazioni di una parte in causa e ricordando che qualche guaio, qualche abuso e forse anche di più i miliziani vestiti di nero lo hanno commesso. Dopo la strage della settimana scorsa, però, sono stati gli inviti di Al Sadr a fermare la popolazione inferocita che di certo si sarebbe diretta nei quartieri sunniti a prendersi la vendetta. Nelle attività di Moqtada al Sadr e dei suoi, un tono messianico si accompagna alla beneficenza e alla politica: a detta dell’imam, lui non può sciogliere la sua milizia perché questa appartiene al Mehdi, il 12° imam dello sciismo, l’imam scomparso di cui si attende l’avvento – che al Sadr annuncia come imminente. Alcuni slogan gridati dai suoi arrivano a suggerire che il Mehdi potrebbe essere proprio Moqtada. Una bella esagerazione, magari pericolosa, un rischio forte e mirato in tempi come quelli che attraversa l’Iraq.
Ma cosa vogliono gli uomini di Moqtada? Di certo un islam radicale, ma anche un Iraq unito. Da sempre l’esercito del Mehdi ha condannato le azioni terroristiche contro i sunniti e in passato ha anche lavorato con quei gruppi armati che combattevano l’occupazione conn mezzi militari (mai con gli ex baathisti che hanno ucciso Sadr padre).
Nella sua intervista, Baha al Araji spiegava anche un altra cosa che per gli Usa dovrebbe essere interessante: «Non credo che all’Iran piaccia l’Iraq, l’Iran beneficia di questa situazione» e poi, spiega il portavoce di Moqtada, Ahmadinejad e i suoi approfittano della nostra situazione per farsi i reattori nucleari. Non solo, a Damasco governa il Baath e i siriani vorrebbero rivedere quel partito al governo anche a Baghdad, sostiene al Araji. Prese di posizione piuttosto nette che caratterizzano il partito di al Sadr come indipendente. Se nelle prossime settimane gli americani hanno davvero intenzione di cambiare davvero modo di fare dovranno accettare l’idea di parlare, oltre che con la Siria e l’Iran, anche con questo giovane leader religioso dallo sguardo torvo.