La rivincita della tv

«Le aziende restino fuori dalla contesa. Chi vince, vince. Chi perde, perde». Intona come ai bei tempi al pianoforte, vocalist Silvio, il presidente Mediaset. Ma sì, che Fedele Confalonieri continui a produrre con le sue aziende bulloni o mattoni, è roba sua. Invece le tv no, non lo sono. Nessuno gli toglierà Rete4, tanto per fare un esempio, per il solo motivo che non gli appartiene. Solo una legge fuori-legge – anzi due, prima quella Mammì e poi quella Gasparri – ha provocato un’allucinazione collettiva e cioè l’idea che le tre reti Mediaset siano paragonabili a proprietà private di Berlusconi. Le frequenze della tv in chiaro sono date in concessione dallo stato, sono servizio pubblico sia che si chiamino Rai o Mediaset, e dovrebbero essere non solo indipendenti dai partiti ma anche distribuite a più soggetti in modo da garantire il pluralismo dell’informazione. «Basta con ‘ste balle» argomenta Confalonieri nell’intervista al Corriere della sera, il cavaliere non si occupa più delle sue aziende da 12 anni. Il pluralismo c’è, si chiama Marina e Piersilvio. E poi: «Il centro-sinistra non può pensare di uccidere una realtà economica che dà lavoro a cinquemila persone», come se l’unica realtà televisiva privata dovesse restare nella mani di un solo proprietario. Insieme alle tasse, l’arma populista disseppellita dal Polo è in questi ultimi giorni di campagna elettorale la minaccia di una sinistra che priverà il telespettatore del piacere tv, una specie di esproprio comunista mentre in gioco è la posizione dominante del cavaliere nel sistema della comunicazione. Il 60% della pubblicità televisiva è controllata da Publitalia, società di Berlusconi, il quale ha potuto innalzare per legge (Gasparri) il tetto di inserzioni sottraendo le tele- promozioni dal conteggio. Su questo deve misurarsi il centro-sinistra e non ripetere, come ricorda sempre il presidente Mediaset, l’errore di quando lo rassicurò: «siete un asset del Paese». E infatti si è visto, la cultura berlusconiana ha pervaso i cervelli, sottratto conoscenza, modellato l’Italia secondo i gusti del Caimano. Non si tratta solo dei tg, ma delmedium intero, specchio e occhio del reale provincializzato e impoverito. Eppure la sinistra resta abbagliata dal leit-motiv che «Berlusconi la tv la sa fare» e si dimentica che l’acquisto a prezzo stracciato di una tv in piena espansione come la Rete4 di Mondadori è stato segnato da ombre inquietanti, le stesse che gravano sul «caso Mills», di cui è stato chiesto il rinvio a giudizio insieme a Berlusconi per i diritti tv gonfiati e finiti nei fondi neri delle società off-shore. Perché all’epoca ci fu una fuga di pubblicità dal canale diretto da Formenton – zeppo dei più bei nomi tv – a Canale 5? Fuga che obbligò Rete4 a dissanguarsi pur di risalire la china? Domande rimosse che hanno gravato sul pianeta televisivo e che ora chiede di essere liberato dal suo re. Ai probabili vincitori del 9 aprile, l’obbligo di intervenire sull’«anomalia italiana» non per dare di meno – meno film, meno sport, meno show – ma di più. Qualsiasi legge di sistema – che comprende un satellite monopolista e i canali digitali di cui ha già fatto man bassa la Fininvest – dovrebbe proporsi di accendere una nuova televisione. «Fuori dalla contesa» non resteranno i nostri sguardi, e il nostro piccolo schermo, territorio pubblico come lo è il cielo.