La rivincita degli esclusi

Fuad Siniora ha lasciato il Libano nel caos dello sciopero generale proclamato da sindacati e opposizione e oggi incontrerà il presidente francese Jacques Chirac, prima della Terza Conferenza dei Paesi donatori che si aprirà domani a Parigi. Il premier libanese illustrerà ai suoi interlocutori occidentali il piano di riforme economiche che a casa viene contestato dall’Unione generale dei lavoratori.
Quando si parla e si scrive della crisi libanese, il più delle volte si fa riferimento esclusivo allo scontro politico in atto tra le forze del cosiddetto fronte antisiriano e filo-governativo del «14 marzo» e l’opposizione guidata dal partito sciita Hezbollah ma di cui fanno parte anche il movimento cristiano dei «Liberi Patrioti» dell’ex generale Michel Aoun e l’altro partito sciita, Amal. Oppure si mettono in rilievo interessi veri e presunti di Iran, Stati Uniti, Siria e Israele. Invece nella campagna politica che Hezbollah e gli altri partiti d’opposizione portano avanti ci sono anche una forte rivendicazione economica e una contestazione sociale di cui, forse, lo stesso leader sciita Hassan Nasrallah e l’ex generale Aoun sono consapevoli solo in parte. Tra i manifestanti provenienti dalla Beirut sciita e i cristiani del Libano del sud che dall’inizio di dicembre tengono un sit-in permanente contro il governo nel centro di Beirut, pochi possono permettersi di spendere 5-6 dollari per un tè in uno dei lussuosi locali di Jammaizeh o Achrafiyeh.
Quella cifra per i libanesi più poveri, musulmani e cristiani, vale il cibo di tre giorni. Nel Libano della legge di mercato ideato da Rafiq Hariri (assassinato due anni fa), le differenze economiche e sociali sono enormi e gli sciiti, che da sempre rappresentano la parte più povera della popolazione, in Hezbollah non hanno trovato soltanto la loro dignità politica, ma anche quell’assistenza sociale che non avevano mai ricevuto a sufficienza da governi che dalla fine della guerra civile (1990) hanno puntato a garantire una minoranza di cristiani, musulmani sunniti e drusi, lasciando fuori il resto della popolazione. Rafiq Hariri, al quale non può essere negato il merito di aver contribuito alla ricostruzione del Libano, ha commesso errori che il suo status di «martire» non consente di elencare pubblicamente in Libano. Partendo dal sistema politico settario che gli accordi di Taif (1989) per la fine della guerra civile non solo non hanno scardinato ma hanno persino rafforzato, Hariri ha immaginato prima e realizzato dopo un Libano fatto a misura di ricco. Ha fallito nella redistribuzione della ricchezza nazionale, perché ha puntato sul lusso su un centro di Beirut esclusivo, disponibile solo per i ricchi locali e stranieri e per le imprese. Lui che veniva considerato un abilissimo uomo d’affari legato ai petrodollari sauditi, ha commesso l’errore di immaginare il Libano come centro finanziario del Medio Oriente senza considerare che Dubai avrebbe avuto il sopravvento. Già dall’inizio degli anni 90 i Paesi del Golfo non avevano più bisogno di passare per il Libano.
Il Libano che doveva ridiventare la «Svizzera del Medio Oriente» nei sogni di Rafiq Hariri, invece porta sulle spalle un debito pubblico immenso – 41 miliardi di dollari, circa il 180 per cento del Pil – che il premier Siniora intende far pagare ai poveri. Il piano di riforme che presenterà domani prevede un forte aumento dell’Iva, privatizzazioni di aziende statali, l’aumento delle tariffe pubbliche. Tutto in nome di una crescita del 4-5% che non necessariamente porterà posti di lavoro nei quartieri poveri di Beirut o nei villaggi del sud.