La riforma che vuole mettere il guinzaglio alla Magistratura

L’intervista a Repubblica di oggi di Virginio Rognoni, vicepresidente del Csm, mette in risalto il senso complessivo della riforma dell’ordinamento giudiziario a cui ieri il Senato ha dato il via libera: sottoporre l’azione della magistratura al controllo del potere esecutivo.
Ben lungi dal risolvere i problemi cronici della giustizia italiana (lentezza ed inefficienza in primo luogo), la controriforma Castelli tenta di imbrigliare la magistratura contravvenendo ai principi costituzionali della separazione dei poteri e dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla Legge.
Rognoni sottolinea, di questo testo di legge, il mancato rispetto di alcuni vincoli costituzionali, cui anche il Presidente della Repubblica fece riferimento nel dicembre del 2004 laddove rinviò alle Camere, per il riesame, il testo.
Innanzitutto la riforma Castelli viola l’articolo 110 della Costituzione, che limita i poteri del ministro “ferme le competenze del Csm” riguardo alle linee di politica giudiziaria. Secondo il testo, infatti, il ministro diventa il punto di riferimento supremo in sede di scelta dei reati da perseguire.
In secondo luogo, come già Ciampi contestava, il nuovo sistema dei concorsi concepito dalla riforma Castelli, paralizza di fatto il lavoro della magistratura, imponendo ai magistrati la subordinazione a procedure verticali di promozione e ad un meccanismo concorsuale che toglie tempo alla giurisdizione, alla risoluzione delle cause e delle controversie.
È importante, inoltre, il fatto che Rognoni prenda posizione indirettamente – non può farlo direttamente in virtù del proprio ruolo di presidente del Csm – a favore dello sciopero dei magistrati che si terrà il 14 luglio: è uno sciopero che vede tutte le componenti del Csm allineate, compresa la corrente di destra. Questo non significa però, come dall’esterno potrebbe essere percepito, che lo sciopero sia proclamato nell’interesse di una corporazione.
Al contrario, emerge dai fatti la limpidezza di una posizione condivisa di condanna netta della riforma Castelli, che prende forma attraverso uno sciopero convocato nell’interesse dei cittadini.
Il testo approvato al Senato, come si diceva, non solo non accelera i processi e non migliora l’efficienza del sistema giustizia ma, tentando di mettere il guinzaglio alla magistratura, introduce un elemento di controllo inaccettabile sulla vita dei magistrati: l’inserimento surrettizio della divisioni delle funzioni lo dimostra ampiamente.
Infine la separazione delle carriere si configura, nella realtà italiana, né più né meno come una rivincita politica della maggioranza di centrodestra contro una magistratura che, negli anni scorsi, ha messo in luce i rapporti tra potere economico e pubblica amministrazione sotto il profilo della mala gestione e della corruzione.
C’è un ultimo aspetto da tenere in considerazione: le fibrillazioni all’interno della stessa maggioranza di centrodestra, che si configurano spesso come vere e proprie spinte verso posizioni, se possibile, ancora più gravi e pericolose. La Lega Nord, per esempio, sostiene da tempo la necessità di avere una magistratura eletta direttamente dal popolo, sul modello americano. Tutto ciò è in contrasto con la nostra tradizione giuridica, che afferma invece un sistema concorsuale premiante le capacità e la professionalità. Quando Castelli afferma che i giudici dovrebbero rispondere al “idem sentire del popolo” probabilmente ha in mente le opinioni di una parte delle valli lombarde e non certo la Legge, come impone la Costituzione.
I cittadini, in conclusione, hanno diritto, ovviamente, ad una magistratura più professionale e più efficiente ma innanzitutto ad una magistratura libera ed indipendente da qualsiasi potere politico.

*Responsabile Commissione Giustizia e Problemi dello Stato Federazione Milano PRC