La «rifondazione» alla tedesca non decolla

Nel Bundestag eletto il 19 settembre scorso siede, alla sinistra della Spd, un nuovo gruppo parlamentare di tutto rispetto, Die Linke, forte di 54 seggi, conquistati con un quoziente dell’8,7 per cento. Lo guidano due brillanti oratori come Gregor Gysi, socialista dell’est, e Oskar Lafontaine, già presidente della Spd e poi capofila della sinistra socialdemocratica antischröderiana. Ma nonostante le fulminanti filippiche di Lafontaine e Gysi contro il neoliberismo, la Linke fatica a decollare e a trovare un’eco nei media e nella società. Tantomeno riesce a trasformare in campagne politiche le sue iniziative parlamentari.
L’incontro tra socialisti dell’est e dell’ovest è avvenuto solo nel gruppo parlamentare, complici le strettoie del diritto elettorale che hanno costretto Lafontaine e i suoi compagni Wessis – visti i tempi brevi della campagna elettorale per elezioni anticipate – a candidarsi sulle liste della Linkspartei, nome assunto per l’occasione dalla Pds (partito del socialismo democratico). Ma la fusione tra Linkspartei e Wasg (Alternativa per la giustizia sociale, formatasi a ovest contro i tagli di Schröder allo stato sociale) resta ancora da fare, e gli intoppi da superare su questo percorso, che dovrebbe concludersi «prima del 2007», restano ardui.
Il nodo irrisolto è la divaricazione di culture politiche dentro la Linkspartei-Pds. Nelle regioni dell’est, dove ha quozienti oltre il 20 per cento, questo partito è da anni radicato nelle amministrazioni comunali. E partecipa a due governi regionali – coalizioni «rosso-rosse» con i socialdemocratici – a Berlino e in Meclemburgo-Pomerania anteriore.
L’ala degli «amministratori» socialisti ha imparato a fare di necessità virtù: predica austerità, vista la miseria delle casse pubbliche; privatizza servizi comunali (a Berlino l’azienda dell’acqua e dell’elettricità, nonché parte delle abitazioni pubbliche); chiude asili e centri sociali nei quartieri; sposta a carico delle famiglie parte degli oneri per i libri di testo scolastici. Né più né meno quello che fanno altrove amministrazioni di altro colore politico, anche se i socialisti esibiscono più scrupoli, remore, rimorsi, perfino crisi di coscienza.
La Wasg, nata come movimento di protesta contro i tagli al welfare, si è dunque trovata in conflitto a Berlino e in Meclemburgo anche contro gli assessori socialisti, legati al carro delle amministrazioni socialdemocratiche. E, in questi due Länder, ha già deciso di presentare liste proprie, in polemica con la Linkspartei, alle prossime elezioni regionali in autunno.
Per mettere con le spalle al muro le federazioni ribelli, il vertice della Wasg ha chiesto ai 12mila iscritti di pronunciarsi su scala federale in un referendum sulla fusione con la Linkspartei. Domenica scorsa è stato reso noto il risultato: il 78 per cento appoggia l’unificazione. Forte di questa maggioranza, la direzione porrà un ultimatum ai ribelli al congresso convocato a Ludwigshafen nell’ultimo finesettimana di aprile.
I dissidenti non si lasciano impressionare dalle percentuali. Obiettano che al referendum solo 5281 iscritti hanno votato sì, meno della metà. Insistono sulla natura federale dello statuto, che lascia massima autonomia alle organizzazioni regionali. Dunque a Berlino e in Meclenburgo si prepara una scissione, o un’espulsione in massa delle organizzazioni regionali.
A meno che la Linkspartei non accetti di ridiscutere forme e modi di partecipazione alle coalizioni con la Spd, impegnandosi anche a uscirne se non cambia l’andazzo. Ma è un’ipotesi solo teorica: gli «amministratori» non rinunceranno volontariamente alle loro poltroncine.