La ricostruzione di Bush, le mani su New Orleans

La città rischia l’azzeramento e la trasformazione in riserva di caccia per grandi corporation. Sommando così al dramma ambientale quello politico e culturale. Con la capitale del Sud in pasto al governo neocon

LOS ANGELES
«Non è possibile immaginare una America senza New Orleans» ha detto George Bush a proposito della ricostruzione di una città la cui principale caratteristica era precisamente il paradosso di non appartenere al paese che nel 1803 l’aveva acquistata dalla Francia napoleonica per $15 milioni. Non americana per storia, apparenza, impianto urbanistico, sensualità. Perfino gli odori e i sapori della capitale creola del Golfo proclamavano la sua incontestabile, flagrante anomalia, la sua profonda diversità dall’omologazione che caratterizza la gran parte dele città americane. New Orleans era si è detto, una città che «dimostrava la propria età», una caratteristica che è la norma nelle città europee ma una splendida eccezione negli Stati Uniti dove il senso storico è quantomai sottile, non solo per evidenti motivi cronologici ma per lo «sbilancaimento in avanti» di una psiche nazionale congenitamente protesa al futuro e per quella vocazione alla cancellazione, l’erasure, della memoria storica così evidente proprio nelle città che alla stratificazione preferiscono l’azzeramento e la ricostruzione.

Il non luogo delle città-aeroporto

Oltre a New York, altra grande anomalia sulla costa Est, ci sono forse San Francisco, forse Santa Fe nel Nuovo Messico, a conservare un carattere storico-urbano che le contraddistinguono come città originali, luoghi unici, differenziati dall’anonimato seriale delle altre città dai paesaggi standardizzati dell’era terziario-consumista: grattacieli nel centro finanziario, circondati da suburbia punteggiata da centri commerciali: lo sprawl. La replicante geografia dell’alienazione dove lo spazio collettivo è definito dalle franchige commerciali e la segnaletica delle catene fast food, sempre uguali attraverso il paese, ha determinato l’esistenza di «città-aeroporto», non luoghi a misura di automobili e shoppig mall. Fa difetto in queste geografie urbane disegnate principalmente da corporations e flussi macroeconomici, il sense of place e urbanisti e amminsitratori si arrovellano per tentare di istillare un «senso del luogo» nella progettazione urbana: esistono studi architettonici specializzati in placemaking -la simulazione di una spazio «organico» all’interno di aree urbane alienanti che solitamente si risolve con la costruzione di ambienti urbani «simulati» all’interno di mall come tentativo di supplire al «vuoto» identitario che affligge l’urbanesimo del capitalismo avanzato. Così in un mondo di cavalcavia e tangenziali le uniche «strade» pedonali sono spesso quelle «sintetiche» progettate negli spazi adibiti allo shopping per approssimare con una scenografia l’ineffabile qualità dei luoghi «veri».

A New Orleans era il carattere autoctono della città a colpirti, così diverso dall geografica del liberismo e della imperante privatizzazione degli spazi collettivi. La tendenza ha radici profonde, nella conquista ad Ovest e la dottrina del manifest destiny con cui si giustificava la sottomissione del territorio. Un passo cruciale per il compimento della predestinazione nazionale fu il più massiccio atto di privatizzazione mai messo in opera. L’Homestead Act, implementato da Abraham Lincoln nel 1862 mirava alla spartizione dei territori «bonificati» dagli indiani, ai coloni. cui, dietro pagamento di una tassa di $12 veniva destinato un appezzamento di 60 ettari che veniva legalmente ceduto a seguito della costruzione di una casa e la coltivazione del terreno per 5 anni consecutivi. Scritta per agevolare la popolazione rapida e efficace del territorio la legge assegno’ a proprietari individuali oltre 11 milioni di chilometri quadrati di territorio. Nell’annunciare la «zona di opportunità del golfo», Bush ha evocato propositamente Lincoln, e la mitologia fondativa cara ai neocon, delinenando un piano di urban homesteading con sovvenzioni statali a chi costruirà la propria casa, invocando inoltre, altro tema caro alla retorica conservatrice, la proprietà della casa come colonna portante della democrazia.

Casa in proprietà, sogno americano

Eternamente riproposta come precetto fondamentale del sogno americano la questione della casa come proprietà individuale è diventata contenzioso «ideologico» nel dopoguerra fra i fautori di una crescita urbana collettiva e razionale e quelli del libero sviluppo suburbano. Prima di passare al suo più celebre cavallo di battaglia con la commissione sulle attività antiamericane, il senatore Joseph McCarthy presiedette, alla fine degli anni `40, la commissisone urbanistica del senato scagliandosi con consueta foga contro ogni sovvenzione statale e progettazione urbana razionale ritenendo sospetto di collettivismo strisciante e possibilmente antiamericano ogni progetto che non prevedesse l’abitazione monofanigliare privata edificata dal settore privato. Con gran soddisfazione degli interessi che rapresentava, quelli dei grandi costruttori e degli operatori immobiliari, i «privatisti» l’ebbero vinta e la loro vittoria decretò il dilagare della suburbia nei decenni successivi, quella che ora si spande a maccchia d’olio attorno ai centri fininziari e di cui New Orleans era una delle rare eccezioni. La carica neoliberista suonata da Bush davanti alla cattedrale di San Luigi illuminata dai gruppi elettrogeni della casa bianca, ne prosegue l’opera e spiana la strada alla walmartizzazione del Big Easy (la corporation di Bentonville è stata fra le prime a donare $15 milioni per i soccorsi). «Ricostruiremo una New Orleans migliore» ha detto il presidente, aggiungendo di voler porre rimedio alle lampanti ingiustizie scoperchiate da Katrina ma precisando subito, con la logica perversa della guerra che porta la pace, che solo la libera impresa ed il settore privato sono adeguatamente qualificati per estirpare la povertà. La promessa di Bush ha un che di minaccia giacché è chiaro che per la sua amministrazione la nuova Nuova Orleans assomiglierebbe molto di più alla Houston della Enron Corp. che non al quartiere francese di Louis Armstrong e Dr. John. E’ come è stato rilevato, il paradosso di una aministrazione rapace, spiazzata nel ruolo inconsueto dell’ intervento sociale. Paradosso quantomai lampante nelle facce arcigne del direttorio di guerra: Cheney, Rumsfeld e Karl Rove, arruolate a presentare il volto umano dell’amminsitrazione. Tutti personaggi più di casa nel golfo Persico che su quello messicano ma la nomina in particolare di Rove – lo stratega politico di fiducia, architetto dell’ascesa di Bush dai tempi del governatorato in Texas – denota apertamente la volontà di gestire la catastrofe umanitaria in chiave di «spin» politico.

Lo stesso cinismo di Falluja

L’ ideologia del fai da te si trova ora a gestire la solidarietà e dopo un momento di sbando per il ruolo anomalo, ora è chiaro che l’impresa verrà gestita con lo stesso cinismo della campagna di Falluja a maggior vantaggio ideologico neoconservatore e pecuniario degli amici dell’amministrazione (la Halliburton ha già incassato il primo contratto per riparare le istallazioni della marina militare lungo il golfo). Una bonifica dopotutto e’pur sempre una bonifica; un homestead sulle pianure del Dakota o sul delta del Mississippi e’ sempre un’occasione da non sprecare) .Con efferata logica neoconsevtrice la versione Bush del recupero sociale consiste nella definitva divestitura dello stato dalle opere pubbliche, il loro appalto ai gradi interessi privati e il definitivo smatellamento delle vestigia del welfare state, a partire dall’assistenza pens ionistica istituita dal New Deal, gia’ annunciata all’inizio del secopndo mandato – in sostanza il completamento proprio del progetto di demolizione della spesa pubblica per le infrastrutture che ha portato tra l’altro a conseguenze come il degrado delle dighe sul lago Ponchartrain e l’abissale povertà rivelata dall’uragano. Fra le prime inziative implementate: sospensione delle norme sindacali e ambientali d’intralcio all’impresa privata nella zona di «speciale opportunità» del golfo, abbassamento ulteriore delle tasse – non è un caso dunque che il movimento di riferimento sia quello dei pionieri piuttosto che il più monumentale programma di ricostruzione e guerra alla povertà della storia americana, quello implementato da Franklin Roosevelt.

La sua strategia, massiccio investimento federale nell’ infrastruttura e riduzione della povertà con l’impiego dei disoccupati nelle opere pubbliche, è naturalmente diametricalmentne opposta alla dottrina di liberismo radicale dell’amminsitrazione più radicalmente antistatalista che si trova a gestrire la ricostruzione con la stessa logica che sottende l’esportazione della democrazia a colpi di mortaio.

L’alternativa del New Deal

In Lousiana il New Deal ebbe anche un incarnazione più radicale, quella populista del leggendario governatore Huey Long che da sinistra criticava Roosevelt proponendo una più ambiziosa redistribuzione della ricchezza (una delle proproste era l’aumento delle tasse di successione – proprio quielle che l’attuale amministrazione vorrebbe abolire) – un movimento che nacque e crebbe proprio in seguito alle catastrofica alluvione del Mississippi nel 1927. Le inziiative di Roosevelt per guidare il paese fuori dalla grande depressione a New Orleans presero tra l’altro la forma degli ultimi restauri urbani concertati, come quelli sponsorizzati in California per salvare le missioni spagnole, erano programmi che miravanoo all’investitura materiale e morale delle popolazioni sul territorio attraverso la coscienza dela proria storia. In confronto il piano Bush sembra basarsi sullo sradicamento.

L’esodo dei profughii evacuati in Utah, a Houston Phoenix, Los Angeles, e invitati a stabilirvisi prima ancora che la propria città sia stata prosciugata che «tanto non c’e nessun posto dove tornare» indicano la sponsorizzzazione di una diapsora povera e nera che lecitamente fa sospettare il «land grab», l’esproprio, l’eviscerazione di New Orleans per gli interssi del grande capitale; una ridistrubuzione verso l’alto. Come nel secolo scorso l’homesteading segue alla bonifica, l’epurazione delle popolazioni indigene. New Orleans rischia quindi l’azzeramento e la trasformazione in riserva di caccia per grandi corporation; alla tragedia ambientale si somma cioè quella politica e culturale nel senso che il disastro ha colpito qualcosa di insostituibile nell’anima del paese: il cuore poetico anche se malato del suo Sud che rischia ora di finire in pasto ad un’amministrazione senza scrupoli, che non vede l’ora di «bonificarla e rimpiazzarla con un parco a tema neoconservatore dove sarebbe vietato ogni piano regolatore mirato a supplire alle perdite con una urbanistica razionale, capace di recuperare il patrimonio della città e allo stesso tempo alleviarne la vergognosa povertà. Alla calamità naturale si sommerebbe così quella politica e spirituale. Meglio sarebbe se la cullla dl jazz venisse dichiarata patrimonio culturale mondiale sotto la tutela delle nazioni unite che ne curerebbero la ricostruzione nell’interesse dei suoi cittadini e dell’umanità.