La Rice: Kabul, più soldati per sconfiggere i talebani

Il governo italiano non è l’ unico a sentire il bisogno di assecondare quanti, nelle opinioni pubbliche, preferirebbero esser certi che tenere soldati a Kabul e dintorni non è uno sforzo in prevalenza militare, che gli Stati laggiù compiono azioni filantropiche e che di sicuro la pace metterà radici. Come ha constatato il ministro degli Esteri Massimo D’ Alema, nel mondo «non è che ci sia questo generale entusiasmo per andare in Afghanistan rispetto a cui l’ Italia farebbe eccezione». Ieri anche la rappresentanza degli Stati Uniti presso la Nato, nei suoi messaggi destinati al pubblico, ha messo in testa le spese civili rispetto a quelle militari mentre riferiva come verranno impiegati i dieci miliardi e 600 milioni di dollari che George W. Bush vuole stanziare per il Paese ancora insidiato dai talebani. Su quella somma annunciata da Condoleezza Rice ai colleghi ministri degli Esteri dell’ Alleanza atlantica, riuniti a Bruxelles, una nota americana ha specificato: due miliardi saranno «per la ricostruzione dell’ Afghanistan» (strade, agricoltura e “strategia antidroga”), poi, a seguire, «otto miliardi e seicento milioni per le forze di sicurezza afghane», in particolare per dare «miglior addestramento ed equipaggiamento» (quindi anche armi) a soldati e polizia di Hamid Karzai. Ma il linguaggio del segretario di Stato americano, incontrata per una ventina di minuti in separata sede da D’ Alema, ha rispettato soltanto in parte questa tendenza a dotare la missione Isaf di una nuova copertina, più umanitaria e meno accostabile a una guerra a bassa intensità. «Se ci deve essere un’ “offensiva di primavera”, deve essere la nostra offensiva», ha detto chiaro Condi Rice. E’ vero che ha aggiunto «deve essere una campagna politica, economica, diplomatica», ma ha anche sottolineato: «E, sì, una campagna militare». «Dobbiamo combattere e dobbiamo vincere», ha incitato l’ inviata di Bush. Sostenendo che «va fornita una robusta capacità per Nato-Isaf di mantenere l’ iniziativa militare contro i talebani». Così: «Abbiamo bisogno di più forze sul terreno, pronte a combattere». Parole che difficilmente scalderebbero i cuori di Rifondazione, Pdci e Verdi, restii in Italia alla missione afghana. Nel parlare alla stampa del suo «colloquio cordiale» con Condoleezza Rice dopo l’ approvazione del decreto su quell’ operazione in Consiglio dei ministri, D’ Alema ha scelto di precisare: «Nessuno ha chiesto nulla di particolare all’ Italia. Sia il segretario generale della Nato sia il segretario di Stato ci hanno ringraziato… Siamo il 10% della forza della Nato…». Di fatto, significa che ha retto lo scambio prima: considerato che il nostro Paese fornisce circa duemila militari a Kabul e Herat, può continuare a evitare, come Francia e Germania, i combattimenti al Sud contro i talebani. D’ Alema ha affermato di aver ricevuto da Condoleezza Rice un «ringraziamento» anche per il sì ad allargare la base americana di Vicenza, sottolineando di averle «raccomandato» di «tenere conto delle preoccupazioni della popolazione sull’ impatto urbanistico-ambientale». Sulla conferenza di pace per l’ Afghanistan, che l’ estrema sinistra dell’ Unione pretende di rendere obiettivo sancito nel decreto, il ministro ha da una parte detto che da Condoleezza «non c’ è stata una reazione negativa», dall’ altra che non basta l’ Italia per convocarla: «Tanti connazionali ritengono che il nostro Paese sia al centro del mondo. Lo siamo anche stati, duemila anni fa…». Poi, in attesa che la sua collega israeliana Tzipi Livni venga a Roma, forse martedì, D’ Alema ha dichiarato che è «legittimo avanzare ipotesi» su Israele nella Nato, anche se l’ idea «non è in agenda». Pier Ferdinando Casini, ieri, ha detto che ad un’ associazione con la Nato ci si può pensare.