La ribellione cinese

La Cina denuncia la Unione europea per protestare contro i dazi sulle esportazioni di scarpe impostale dalla commissione europea. «Contro ogni regola di mercato e contro ogni regola della Wto(Wordl trade organitation) – dichiara il viceministro al commercio Gao Hucheng – la Ue ha sanzionato il paese». «I veri problemi,invece, per Pechino sono legati all’industria calzaturiera, alla sua scarsa produttività tecnologica del settore e agli alti costi del lavoro». La Cina vuole dare una «lezione» a Bruxelles e, vista la nuova situazione, sarà costretta a diversificare la sua produzione verso altri mercati, a danno delle imprese originarie. Anche se va considerato – che l’anno passato – il totale delle esportazioni di scarpe verso i paesi dell’Unione è stato pari a 2,5 miliardi di dollari e, qualora i dazie saranno effettivi, farebbero aumentare di quasi 10 euro il prezzo delle calzature. Questa vicenda non è tra le più recenti: la Cina da quando è entrata nel Wto si è trovata al centro di altre dure contese quali quella relative al tessile-abbigliamento. La decisione presa dalla commissione era già attesa e, soprattutto, auspicata dai protezionismi locali. La nuova misura diverrà effettiva a partire dal prossimo 7 aprile e sarà eguale al 19,4% contro la Cina e al 16,8% contro il Vietnam; crescerà progressivamente a partire da un iniziale aumento del 4% e, alla fine dei cinque mesi presi in considerazione, dovrà toccare il 19,4%. La commissione ha anche deciso di escludere dal pagamento dei dazi due settori, quello relativo alle scarpe per i bambini e quello cosidetto “staf” ovvero con alti accorgimenti tecnologici. Con la giustificazione che, nel primo caso, non si vuole punire «le famiglie bisognose» mentre – nel secondo caso – la Ue ammette che «questo comparto» non è molto rappresentato dall’industria europea. Da parte sua, Pechino però sconfessa il «mecenatismo » della Ue e, per bocca, dell’Associazione dei fabbricanti cinesi ricorda che «in questo paese sono scarsamente rappresentate entrambi questa realtà produttive». Piuttosto, Pechino si scaglia contro il carattere discriminatorio di questa decisione e un certo Michael Wu – alla guida di una catena di cento produttori del settore – ha minacciato che «il brutale comportamento della Ue potrà avere degli effetti molto pesanti». La questione non è più un affare locale e privato tanto che la contro-denuncia del governo ha trovato ascolto all’interno del periodico di lingua inglese, China Daily. Che Pechino non abbia «pace», che molti gli vogliono fare «guerra» perchè rappresenta un «pericolo commerciale », lo dimostra il fatto che si è aperto un nuovo panel con gli Stati uniti. Il tema, questa volta, sono gli investimenti cinesi: all’interno della Casa bianca c’è chi usa la lotta al terrorismo per impedire alla Cina «rossa» di poter continuare ad investire indisturbata sul mercato degli Stati uniti.