La repressione avanza nel cuore delle curve

Ultras, antagonismo e tolleranza zero
Un libro di Valerio Marchi prende spunto dal derby romano interrotto dai tifosi con la (falsa) notizia dell’uccisione di un ragazzino, per una riflessione sullo stadio come luogo dell’insubordinazione giovanile e delle politiche repressive

Valerio Marchi è uno studioso attento e appassionato della questione ultras in Italia e in Europa. Conoscitore profondo delle dinamiche insubordinazione/repressione nelle curve dei nostri stadi (in particolare della curva sud romanista), in una intervista dell’anno scorso sosteneva: «la militarizzazione delle curve è un trend che va avanti ormai da tempo. Io ho sempre parlato di un laboratorio pubblico di repressione, nel senso che lo stadio viene strumentalizzato come precedente per far passare nella società possibili politiche di piazza e strumenti di repressione che altrimenti sarebbe difficile giustificare. Quello che viene fatto nello stadio ce lo ritroveremo nella società di domani, basta pensare al meccanismo delle riprese di massa dei partecipanti che dallo stadio abbiamo ritrovato in piazza a Napoli e a Genova». L’ultimo lavoro di Marchi, Il derby del bambino morto. Violenza e ordine pubblico nel calcio (Roma, Derive Approdi, 2005, 12 euro) è appunto una riflessione approfondita e di ampio respiro intorno a questa immagine dello stadio come laboratorio delle politiche repressive da parte dello Stato e delle forme di insubordinazione da parte di fasce giovanili antagoniste. Dopo aver ricostruito, con il piglio asciutto della controinformazione militante, le vicende per tanti versi drammatiche che la sera del 21 marzo 2004 portarono alla sospensione del derby Lazio-Roma e alla evacuazione forzata di oltre 70mila spettatori dagli spalti dell’Olimpico, dopo aver dato voce alle denunce di chi quella sera ha sperimentato sulla propria pelle le forme nuove della repressione, Marchi dedica il cuore del proprio lavoro alla definizione dei soggetti in campo, alla ricostruzione delle coordinate sociali, politiche e culturali dentro cui situare la questione ultras in Italia, agli sviluppi possibili di un conflitto che è ben lontano dall’aver esaurito la carica da cui trarre alimento. Da un parte gli ultras, per un verso «irriverenti, sguaiati, irrequieti», felicemente teppisti, «migliaia di Franti sempre pronti alla rissa e alla baldoria», per altri versi soggetto (unico soggetto) portatore di valori, di etica e di progettualità positivamente resistenziali rispetto alle derive affaristico-liberiste del calcio contemporaneo (e in questo sideralmente distanti dal luddismo iconoclasta degli hooligans nordeuropei). Dall’altra gli apparati repressivi dello Stato, la cui violenza si fa garante non dell’ordine necessario per lo svolgimento dello spettacolo/competizione, bensì delle condizioni di sfruttamento in cui il sistema calcio costringe oggi i tifosi.

Passati gli anni dei cortei operai e studenteschi – sostiene Marchi – e quelli delle mille forme di lotta antimperialista e anticapitalista, sopito il ribellismo iconoclasta «settantasettesco», il diritto al «consumo garantito», quello alla musica gratis e agli spazi sociali da autogestire, il movimento ultras, in continuità con tutto questo e insieme al movimento no-global, diventa per Marchi la forma storicamente determinata nella quale, soprattutto a partire dagli anni novanta del secolo scorso, prende corpo l’insofferenza giovanile nel nostro paese. Mentre però la natura politica della iniziativa no-global viene universalmente riconosciuta, così da offrire in qualche modo la garanzia forte di un rapporto con lo Stato che non deborda verso forme irrituali (nessuno vuole far precipitare l’Italia in un clima da anni di piombo), alla conflittualità ultras viene negata, da tutti e per principio, qualsivoglia ragione e fondamento socioculturale. E dunque, violenza irrazionale, deviante e non riconducibile a nessuno schema interpretativo, ogni comportamento ultras finisce per legittimare qualsiasi forma di controllo e di repressione, al di là di ogni legittimità costituzionale (i Daspo) e persino morale (l’abuso dei famigerati gas lacrimogeni Cs in uno «spazio chiuso» come lo stadio). Il tutto in una spirale che, con una chiarezza programmatica che l’obiettivo «tolleranza zero» mostra in forma sempre più esplicita, dietro l’intento apparente degli attuali dirigenti del neocalcio di spegnere qualsiasi spinta violenta capace di turbare lo spettacolo, dovrebbe portare a cancellare la sola forza oggi realmente antagonista al sistema calcio, la sola forza che punta a riequilibrare «con un’iniezione di emozionalità il distacco che divide un sistema del calcio sempre più affaristico da quello sport a forte vocazione identitaria che era stato fino ad allora».

Concetti condivisibili, in molti casi, quelli espressi da Valerio Marchi, tesi al solito controcorrente le sue, trattate con la serietà di chi conosce a fondo l’argomento e sa contrastare il diffondersi di un senso comune plagiato dalla disinformazione e dalla superficialità. Un sapere però che noi continuiamo a vedere troppo parziale. Perché confonde ciò che potrebbe essere (o diventare) il movimento ultras in Italia con ciò che (purtroppo) esso ancora effettivamente è. E perché continua a non approfondire, e quindi a negare, ogni discorso sul legame tra iniziativa politica e soggettività ultras. In un lucido contributo, Sono ultrà e sono contro, in La palla non è rotonda (Quaderni speciali di Limes, supplemento al n. 3/2005), Marchi scrive: «Il ritratto dell’ultrà, e con esso i suoi legami con la politica, tende di solito a rimanere racchiuso in questa tesi asfittica, vagamente complottistica, in cui un fenomeno sociale che nel giro di trent’anni, contando solo l’Italia, ha coinvolto e coinvolge tuttora centinaia di migliaia di persone, viene ridotto alle malevole attività di un manipolo di malintenzionati. Gli si nega ogni valenza sociale, per quanto contraddittoria o addirittura distruttiva, elaborando teoremi in cui gli ultrà vengono manovrati come burattini senza fili da oscuri gerarchi».

Posta così la questione non ha senso, nessun Grande Vecchio tira le fila di un movimento grande e radicato nel tempo come quello ultras in Italia. Se usciamo però da questa lettura di comodo, caricaturale persino, troviamo una realtà ben più articolata di quella descritta da Marchi. Una realtà dove i percorsi personali, politici e calcistici di centinaia di «militanti ultras» si intrecciano e si sovrappongono, dando vita a un fenomeno – quello della politicizzazione delle curve italiane – che è innegabile. Si badi, in curva non necessariamente «piccoli militanti crescono», non necessariamente organizzazioni politiche, oggi soprattutto di estrema destra, reclutano cioè nuovi quadri. Probabilmente avviene anche questo, ma non è questo il dato più rilevante. La rilevanza del discorso politico in curva sta nella propagazione (spesso consapevolmente perseguita, ma neanche questo è elemento decisivo, poiché la catena è fatta di tanti anelli diversi, ognuno con diversa consapevolezza e capacità «strategica») di una cultura, di una mentalità, di un linguaggio, di una «visione del mondo». È in questo modo che si fa politica in curva, non dando i volantini di questo o quel gruppetto politico. Lasciamo la parola a un personaggio complesso e insieme paradigmatico come Paolo Di Canio, che nel suo recente libro (scritto con Elisabetta Esposito) Il ritorno. Un anno vissuto pericolosamente così racconta la sua iniziazione politica: «Frequentavo la Curva che all’epoca, parliamo dei primi anni Ottanta, non era ancora così schierata. Ma il modo di vestire, con lo Schott, il passamontagna rigirato, era tipico dei ragazzi di destra. Così mi sono avvicinato a certe idee che con il tempo sono diventate mie». In questo modo, il figlio di un muratore che aveva sempre votato a sinistra ha imboccato la strada che lo porterà a divenire uno dei simboli più visibili della destra di oggi. Non c’è bisogno di aggiungere molte parole.