La religione della libertà che crea schiavismo

La Controstoria del liberalismo di Domenico Losurdo (Laterza, pp. 384, euro 24,00) è un libro che dovrebbe far testo. A prima vista esso si presenta come una ritorsione polemica nei confronti del libro nero del comunismo, che i pensatori liberali hanno scritto per denunciare il totalitarismo soprattutto comunista. Ma se Losurdo si accontentasse di opporre un libro nero ad un altro libro nero, farebbe una ritorsione utile e necessaria per criticare l’agiografia liberale, ma non farebbe fare un passo avanti alla teoria e alla filosofia politica.
In realtà, la questione da lui posta è più radicale, è la questione stessa della natura del liberalismo: che cos’è il liberalismo? Con la sua solita ricchezza documentaria e con il suo consueto rigore analitico Losurdo dimostra che il principio universale del liberalismo, che ha fatto di esso “la religione moderna della libertà” (Croce dixit), fu sempre determinato e limitato da una serie di clausole d’esclusione.

La prima è riservata ai moderni lavoratori “liberi”, a lungo trattati come semi-servi, come strumenti di lavoro, esclusi dalla comunità dei liberi propriamente detta e talvolta persino dalla specie umana in senso stretto. Ma l’originalità della Controstoria del liberalismo non è di portare alla luce il rimosso, la schiavitù salariale. Una seconda clausola d’esclusione del liberalismo investe le popolazioni coloniali o di origine coloniale, i neri vittime della schiavitù moderna delle piantagioni, i pellerossa giudicati incapaci di funzionare anche come forza-lavoro asservita e dunque condannati ad un genocidio più o meno aperto. Il liberalismo anglo-sassone è un universalismo imperiale che ha praticato una despecificazione di massa a livello globale. Losurdo conferma qui i migliori momenti del capolavoro di Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, la seconda parte che analizza l’imperialismo e che viene stranamente dimenticata dai pensatori liberali come Hayek, Aron, Bobbio, Berlin, Dahrendorf. Losurdo può fare così di più, mostrando che l’idealizzazione arendtiana della rivoluzione americana come rivoluzione politica pura, sgravata del peso della questione sociale che avrebbe fatto sviare la rivoluzione francese, è un mito infondato.

I padri fondatori degli Usa, Washington, Jefferson, Madison sono tutti proprietari di schiavi e praticano la schiavitù nella sua forma più dura, la “chattel slavery”, la schiavitù-merce su base razziale. Quando la Costituzione americana proclama “We the people”, il popolo di cui qui si tratta è il popolo dei coloni che lottano contro la metropoli inglese perché “li tratta come negri”: sono escluse le popolazioni interne di colore come massa da sfruttare o eliminare. Nel liberalismo la dignità di uomo è un privilegio che appartiene esclusivamente alle élite proprietarie bianche: esse non vogliono l’uguaglianza reale per tutti e si attribuiscono il monopolio della vera umanità, riproducendo così la dualità fra “noi” (i migliori e i più forti) e “loro”, gli altri caratterizzati da un'”inferiorità di natura”, dal basso livello di umanità, forse dalla non umanità.

Negli Stati uniti, con la fine della guerra di Secessione, l’abolizione legale della schiavitù è seguita da una politica di apartheid che dura a lungo. Tra Ottocento e Novecento si assiste, con la colonizzazione e l’imperialismo, alla radicalizzazione del liberalismo imperiale e razzista. Il Lager viene inventato dagli inglesi in Sudafrica contro i dissidenti boeri. Losurdo sostiene a ragione che la tematica liberale del popolo eletto, della missione civilizzatrice dell’Occidente liberale, del “manifest destiny” riservato allo yankee, è il presupposto del totalitarismo del XX secolo, tanto odiato e combattuto dagli altri liberali. Che cos’è il liberalismo storico, ancora una volta? E’ la filosofia della moderna comunità dei liberi, che formano una democrazia dei nuovi signori, una “Herrenvolk democracy”: contro di essa sono i movimenti di emancipazione a far valere i principi liberali formali che sono un’acquisizione storica irrinunciabile (libertà di pensiero e di credo religioso, diritto alla partecipazione politica, diritto ad una vita libera dal bisogno e dalla miseria, un’esistenza degna per tutti, emancipata dal dispotismo e dal privilegio). Si comprende perché il liberalismo non può essere definito come individualismo proprietario. Il liberalismo ha praticato l’espropriazione dei popoli indigeni – conquista del Far West, smembramento della Cina imperiale, rovina imposta ai contadini dell’India, appropriazione privata delle ricchezze energetiche e dei prodotti agricoli redditizi. La libera individualità etico-politico è stata negata alle moltitudini insieme al diritto di proprietà. La categoria di individualismo proprietario o possessivo non è realmente critica, esprime l’autocoscienza del liberalismo, anche se può essere letta come una confessione autocritica.

Rimane una questione cruciale che Losurdo pone a noi e pone a se stesso: perché il liberalismo ha avuto il destino di una filosofia egemonica che ha potuto legittimare la lotta contro i diversi dispotismi e i diversi privilegi durante tutta la storia moderna? In che modo esso, malgrado la sua equivocità costitutiva, ha potuto assorbire il conservatorismo, il socialismo, il comunismo? Croce aveva posto la questione nella Storia dell’Europa nel secolo decimonono e aveva risposto con la tesi del liberalismo come religione della libertà, capace di superare la sua caduta in liberismo dei possidenti e dei potenti. Il liberalismo ha saputo occupare il centro delle discussioni e del pensiero. Losurdo lo sa e lo dice (p. 339): «Dando la prova di una straordinaria duttilità, esso (il liberalismo) ha cercato costantemente di rispondere e adattarsi alle sfide del tempo. E’ vero, ben lungi dall’essere spontanea e indolore, tale trasformazione è stata in larga parte imposta dall’esterno, ad opera di movimenti politici e sociali coi quali il liberalismo si è ripetutamente e duramente scontrato. Ma, per l’appunto in ciò risiede la duttilità. Il liberalismo ha saputo apprendere dal suo antagonista (la tradizione del pensiero che, prendendo le mosse dal “radicalismo” e passando attraverso Marx, sfocia nelle rivoluzioni che in modo diverso a lui si sono richiamati), ben più di quanto il suo antagonista abbia saputo apprendere dal liberalismo».

C’è dunque molto da apprendere dal liberalismo. Losurdo non sviluppa la questione posta, ma indica una via, precisamente quella dell’altro liberalismo da lui definito come “radicale”. E’ il liberalismo di Diderot e di Condorcet, i quali denunciano la violenza barbara della colonizzazione che nega la libertà dei popoli per sfruttarli. E’ il liberalismo di Marx, il quale mostra la barbarie della Civil Society moderna che impone il dominio di una classe o di un gruppo sociale sulle altre classi e gruppi, e che si autocelebra e si sacralizza come popolo dei signori. Rimane il fatto: la via del liberalismo radicale ha potuto imporre riforme e rivoluzioni, ma oggi è il liberalismo imperiale a liquidare le riforme incompiute e le rivoluzioni mancate. Rimane il paradosso: il liberalismo produce al tempo stesso la sua storia e la sua controstoria, promette emancipazione per tutti e realizza la de-emancipazione di molti; esso sposta in avanti il paradosso. Non ha ancora incontrato il limite della sua potenza di assimilazione. Nel libro più sistematico e più filosofico da lui scritto, Domenico Losurdo fa apparire questo limite come orizzonte e circoscrive uno spazio di lotta. Non è poco.