La Rai e il film sulla mafia: «Via le parti sul premier»

Il «fantasma» di Bernardo Provenzano irromperà nell’ ultima settimana elettorale con un film realizzato da un siciliano emigrato a Parigi, «Il fantasma di Corleone», già visto in cinque Tv europee e dal 31 marzo in programmazione nei cinema italiani, anticipo di un passaggio in Rai carico d’ attesa e di polemica. Perché le ultime scene di questa docufiction, come si chiama in gergo, sono dedicate ai rapporti del superlatitante di Cosa Nostra con il mondo politico e, quasi a firma dell’ opera, echeggiano le contestate rivelazioni di due pentiti, Antonino Giuffrè e Salvatore Cancemi, su Berlusconi, Dell’ Utri e Forza Italia. Una chiusura studiata dal regista, il siciliano a Parigi Marco Amenta, 35 anni, già ribattezzato da qualche giornale francese come «un Michael Moore all’ italiana». E lui che quattro anni fa realizzò un altro film-documentario su Rita Atria forse se ne compiace, assaporando il venticello polemico che rischia di diventare bufera. Perché gli 80 minuti del film nella versione destinata alla Rai si sono ridotti a 56, come spiega Simonetta Amenta, la sorella del regista nei panni di produttore, una dinamica imprenditrice che è riuscita a raccogliere 350 mila euro per raccontare la storia di «don Binnu»: «Al cinema vedremo il film completo, ma la Rai che ha partecipato all’ operazione per il 10 per cento e che lo manderà in onda dopo le elezioni preferisce tagliare di netto alcune scene. Sì, credo proprio che salteranno tutti i riferimenti al premier e al suo braccio destro, Dell’ Utri…». Epilogo tormentato per un lungometraggio nato con grandi travagli. Pensato in un primo tempo come un vero film da uno sceneggiatore di gran livello, Andrea Purgatori. Poi, via via, Amenta ha preferito ancorarsi ai documenti, alla realtà, anche a costo di cestinare una serie di scene girate con Donatella Finocchiaro, Marcello Mazzarella, Vincent Schiavelli ed altri attori. Una scelta maturata per dare più spazio a due magistrati, Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato, ad uno dei «cacciatori», Giuseppe Linares, il bravo dirigente della Squadra Mobile di Trapani, e soprattutto al colonnello dei carabinieri Michele Riccio. Un crescendo di dubbi sugli intrighi che attraversano lo Stato, sulle coperture eccellenti di Provenzano, fino alla clamorosa denuncia di Riccio, l’ ufficiale che si vide uccidere un pentito pronto a consegnargli Provenzano durante un blitz sospeso mentre stava intervenendo in una casa di campagna fra Palermo e Agrigento: «Non ebbi l’ ordine dal colonnello Mori. Fossi stato io il responsabile, sarei entrato. Non s’ è voluto prenderlo o per incapacità o per altri motivi… Se non avessi obbedito, se non avessi rispettato le regole, avrei fatto meglio e avrei preso Provenzano». A qualcuno non piaceranno i dubbi di questo film che Amenta fa concludere, prima, a Scarpinato («Perché Provenzano non è stato ancora arrestato? Forse è una storia più grande di noi…») e, poi, ai due pentiti riproponendo le testimonianze che vedremo sul grande schermo, ma forse non sul piccolo. Come quella di Giuffrè: «Provenzano ci da queste informazioni e ci mettiamo in cammino per portare avanti il discorso di Forza Italia…». O come quella di Cancemi: «Riina mi disse che Berlusconi e Dell’ Utri se li era messi nelle mani». Nulla di nuovo rispetto a quanto scritto e smentito in questi anni, ma questo genere di film ha un certo effetto dopo gli exploit di Moore in America, della Guzzanti con Zapatero e di Santoro con la «mafia bianca». E alla vigilia delle elezioni possono acuire lo scontro. Anche perché le didascalie di coda scritte da Amenta sembrano un colpo di cacciavite rigirato nella ferita, solo in apparenza smentendo i pentiti: «Il Gip di Caltanissetta sui mandanti a volto coperto ha archiviato nel 2002 per “friabilità del quadro indiziario” il processo che vedeva coinvolti Silvio Berlusconi e Marcello Dell’ Utri in relazione al reato di strage». E tempesta s’ annuncia per le presentazioni che accompagneranno l’ uscita del film. A cominciare da quella in programma per il 30 marzo nell’ aula bunker di Palermo dove, come accadrà il giorno dopo nei cinema, della lunghissima latitanza di Provenzano mancheranno la trasferta del padrino a Marsiglia e gli ultimi affari dei suoi amici arrestati fra Villabate e Bagheria. Ma c’ è sempre tempo per girare un «Fantasma numero 2». Felice Cavallaro Il boss CHI E’ Bernardo Provenzano (sopra uno dei nuovi identikit) è nato a Corleone il 31 gennaio 1933. Un tempo braccio destro di Totò Riina, è considerato il capo di Cosa Nostra LA LATITANZA Provenzano è stato condannato a sei ergastoli, due dei quali per le stragi Falcone e Borsellino. È latitante da oltre 42 anni