La rabbia, la guerriglia, la politica e le domande che piombano sulla sinistra

Non devono averlo guardato con attenzione quel film profetico di metà degli anni 90 i dirigenti francesi. Eppure “la haine” (l’odio) di Kassovitz raccontava molto bene quel che covava nella banlieu francese. Un ribellione giovanile potenziata dalla precarietà dilagante, una repressione brutale da parte della polizia, un’incomunicabilità totale tra i due mondi, sintomo di un’alienazione dal mondo politico francese, tutti questi ingredienti segnalavano l’esplosione imminente. “L’importante non è la caduta ma l’atterraggio” diceva la scena iniziale del film. E l’atterraggio lo si è visto in questi giorni con la legge marziale, di fatto proclamata in un paese attonito e inadeguato a fronteggiare il fenomeno. Che appunto viene da lontano ma che è stato affrontato in questi anni a base di colpevolizzazione, repressione e con un’ipotesi di integrazione “universalistica” che evidentemente non ha funzionato. Le fiamme e il fuoco francese dicono innanzitutto che la logica della “tolleranza zero” cui si è ispirato il ministro dell’interno, Sarkozy – che su questa spinta aspira all’Eliseo – ha fallito. La struttura sociale della banlieu non è comprimibile all’eccesso e può, come è evidente, dare vita a una reazione incontrollabile. Chi parla astrattamente di legalità e repressione dovrebbe far tesoro di una simile situazione che rende desueti e inadatti gli strumenti tradizionali delle elitès occidentali.
Quel che salta agli occhi dalle immagini parigine è innanzitutto la desertificazione del terreno comune, tra periferie e struttura statuale quale essa sia. Non ci sono mediatori sociali, non ci sono punti di contatto. Il fuoco esalta questa separazione dove da una parte si afferma uno Stato totalmente esterno alla dinamica locale – e che, anzi, con l’azione di polizia quotidiana contribuisce a incendiarla – e dall’altro un corpo separato il cui unico linguaggio è la rivolta e la rabbia che la genera. Il teatro di rappresentazione del conflitto è anch’esso terra bruciata, con quelle auto in fiamme a segnalare un disagio irriducibile e una mediazione impossibile.

Ma perché la rabbia si fa così irrimediabile, così irricomponibile? Perché arriva al punto di prendere fuoco e di bruciare tutti i margini di confronto? L’estremizzazione del conflitto è forse l’aspetto più eclatante di questa rivolta in cui la distruzione appare essa stessa un elemento di autoidentificazione, di rappresentazione di sé quando altre rappresentazioni e simboli non sono disponibili o non vengono accettati. Si pensi al paragone con la rivolta di Los Angeles del ’92: lì, accanto alla devastazione c’era anche l’esproprio, il furto, la razzia. Qui c’è solo la distruzione e la rabbia all’eccesso.
Ma non è una rabbia esasperata o disperata: assistiamo anche a un’organizzazione sistematica della rabbia stessa, con un’evidente azione affermativa: “come vedete esistiamo e sappiamo darvi un problema” sembrano dire i giovani in rivolta. E le provocazioni di Sarkozy, che definisce “feccia” la loro azione, non fanno che alimentare questa vocazione. L’organizzazione della rabbia, dunque, come strumento di affermazione concreta del proprio agire collettivo e della propria presenza che in questo modo si fa “politica”.
E’ ormai chiaro che il retroterra è costituito da una situazione sociale che tutti i commentatori definiscono esasperata ed esasperante. Clichy-sous-Bois, uno dei fronti caldi, ha un quadro statistico sconcertante: 20% di disoccupazione media con punte del 40% o del 50%; una popolazione tra le più giovani della regione parigina dell’Ile-de-France di cui la metà sotto i venticinque anni; trentasei etnie differenti che vivono in una città senza metropolitana, senza stazione o una strada statale; una degradazione crescente della situazione alloggiativa con affitti enormi per case fatiscenti. E poi un rapporto sempre e solo conflittuale con i “flics” i poliziotti, argomento costante di conversazione per gli adolescenti abituati a un razzismo pervasivo nonostante il progetto integrativo fondato sulla cittadinanza universale (da non dimenticare che in Francia il Front National ottiene tra il 15% e il 18% dei voti, che la destra è sempre più sarkozyana e che la gestione del rapporto con gli immigrati da parte del governo delle sinistre fu fallimentare).

L’insicurezza sociale e la precarizzazione dell’esistenza sono dunque i detonatori essenziali di questo scontro che i vari governi, di destra o di sinistra, non sono riusciti a gestire. E da questo punto di vista il conflitto si pone come metafora di una rivolta possibile a livello generale, là dove la precarietà diventa un fenomeno stabile e duraturo delle società europee mentre i governi che si succedono puntano a regolarlo soprattutto in chiave securitaria o “legalitaria”. La generalizzazione è data dalla frattura generazionale insita nei paesi europei di cui la Francia ci offre un aspetto nitido e particolare ma che può ricrearsi all’infinito in un’infinità di situazioni diverse. Di fronte all’assenza di prospettive certe, di fronte al tappo sistematico che l’organizzazione sociale frappone al bisogno di crescita, di autonomia e di libertà delle giovani generazioni, la dinamica antisistemica si fa più prepotente e può assumere nel suo divenire anche forme prepolitiche e ingovernabili. Ma è una dinamica reale con cui fare i conti, ci sono migliaia di giovani che partecipano “spontaneamente” alle azioni di guerriglia ed è questa presenza che manifesta un carattere politico latente.

Una politicità che scardina le coordinate tradizionali dell’agire collettivo e che pone più domande di quante siano le risposte. Intanto perché viene esaltata la forma comunitaria, simbolo di un bisogno di appartenenza e sintomo della crisi di altre forme. La comunità in questo caso è proprio quella della banlieu che, almeno finora, si afferma su altre, magari più consolidate, come quella religiosa, etnica o politica. I ragazzi non ascoltano l’appello della comunità islamica, incendiamo le auto ma non le utilizzano per attentati kamikaze, se ne infischiano dell’autorità qualunque essa sia. La comunità è “extraterritoriale”, non nel senso dell’illegalità di cui parla Sarkozy ma nel senso di non appartenenza ai luoghi consolidati della politica e della società. Questo bisogno di comunità – di cui si sente l’eco nelle azioni collettive concertate allo stadio – disegna un’identità così insofferente all’esistente cui solo l’organizzazione della rabbia può offrire solidità e certezza: in mancanza di futuro va bene anche un presente incerto e pericoloso.

A questa realtà, la politica che conosciamo noi non sa parlare. Non ha gli strumenti, i legami, i contatti giusti. Eppure, stiamo parlando di una fetta importante della nuo va generazione francese, che vuole sentirsi francese e vuole contare nella società. Ma le forze della politica, praticamente tutte le forze di sinistra, non sanno e non possono rappresentare quel disagio e quella carica dirompente. Certo, pesa la presenza di bande organizzate, di malavita locale e quant’altro; ma tutto ciò non spiega lo scarto esistente e non rassicura sulla possibilità di colmarlo.

In secondo luogo l’integrazione repubblicana cara alla legge sul velo si è rivelata una finzione o un’ipocrisia. Accanto al dialogo interculturale lo stato francese ha esib ito il pugno di ferro della repressione determinando una miscela esplosiva che gli si rivolta contro. Il rapporto interculturale, il dialogo, il confronto hanno bisogno di intrecciarsi con una politica di diritti sociali disponibili per tutti e tutte, altrimenti si genera una guerra, o guerriglia, non solo verticale ma anche orizzontale.

Infine, la vicenda può servire da lezione all’Europa unificata in cerca di una nuova missione politica e culturale. E’ chiaro che non funziona l’Europa dell’esclusione e de lle enclaves mal tollerate. Lo spazio civile europeo deve parlare una lingua nuova, quella della convivenza, della pluralità di diritti, del soddisfacimento di bisogni. Perché il problema, nonostante tutto, non è ancora la caduta, ma l’atterraggio.