La rabbia di Cipputi cancellata dalla politica e dai media

Una volta c’era Fortebraccio, su questo giornale, che parlava dei metalmeccanici. E c’era Altan che disegnava un grintoso Cipputi. Sembrano echi di un mondo lontano, scomparso. Verrebbe da pensare che anche i metalmeccanici, quelli in carne ed ossa, i figli dell’autunno caldo, siano spariti come per incanto. Viviamo, forse, in un mondo senza fabbriche, senza tute blu. Forse hanno avuto ragione i teorizzatori della “fine del lavoro”, quelli come Jeremy Rifkin.
Oppure hanno prevalso i predicatori dell’”ozio creativo”.
Sappiamo tutti che non è così. C’è, invece, un silenzio di piombo che nasconde gli operai del Duemila, le loro condizioni di vita e di lavoro, i loro salari, i loro ritmi, la loro salute, le loro aspirazioni, i loro diritti. La scena è occupata da altri soggetti: gli scalatori delle immobiliari, i “famosi” rinchiusi in un’isola, i calciatori domenicali e miliardari. Perché succede tutto questo? Perché giornali, televisioni, poeti, intellettuali, scrittori, artisti non si accorgono di un dramma di massa che coinvolge più di un milione di persone? Non è facile dare una risposta. Ma è questo quello che succede.
Ormai da mesi e mesi i metalmeccanici sono in lotta per il rinnovo del loro contratto. Non avanzano richieste strepitose. Hanno fatto i conti con l’inflazione, con i prezzi aumentati, hanno fatto una cifra che si aggira sui cento euro. Altri industriali non hanno sbattuto la porta di fronte ad una tale proposta. Non l’hanno considerata stravagante. E’ il caso dei padroni delle industrie alimentari. I signori della Federmeccanica invece hanno continuato a storcere il naso. Loro davvero pietrificati come tanti “Signor No”. Ed hanno avanzato una pretesa imbarazzante: aumentare la flessibilità degli orari, senza nemmeno contrattarla con le rappresentanze aziendali, con gli eredi dei gloriosi consigli di fabbrica. Come se non vivessimo in una società dove l’unica cosa che davvero è diventata flessibile, svolazzante, un giorno qui domani là, è proprio la forza lavoro, sommersa da oltre quaranta tipologie contrattuali decretate dal governo di centrodestra. Come se volessero testimoniare la ripresa decisa di un comando autoritario nei rapporti di lavoro.
Gli scioperi che si sono accavallati in questi mesi nascono da queste pretese. Scioperi, cortei, manifestazioni. Ignorati. Appaiono effettuati da un popolo di fantasmi. Scioperi costosi per chi già a fine mese stringe la cinghia. Tra i tanti che assistono senza batter ciglio ci sono i ministri del governo di centrodestra che pure potrebbero fare una telefonata a Luca di Montezemolo. Magari per fargli notare che stanno per varare misure che taglieranno il costo del lavoro e che in cambio lui potrebbe almeno far firmare il contratto dei metalmeccanici e aiutare la coesione sociale.
Che fare? Oggi i delegati dei metalmeccanici si ritrovano a Milano per decidere. I sindacati, quelli che una volta si chiamavano Flm ed ora sono ritornati Fiom-Fim-Uilm hanno deciso di manifestare a Roma. Il due dicembre. Come tanti anni fa, nella stessa giornata. Una data emblematica, immortalata da Forattini con quella vignetta che mostrava Berlinguer spaventato che guardava dalla finestra i cortei minacciosi. Solo che ora il rischio vero è che nessuno si spaventi. Il rischio è che anche così prevalga l’apatia, il silenzio. Forse è necessario far riemergere qualcosa d’altro dal passato, oltre che la capacità di riempire la piazza come si deve. Lo ricorda in questi giorni, in una bella intervista, collocata nel sito Internet dedicato ai cento anni della Cgil, Vittorio Foa, uno dei padri del movimento sindacale. Quando osserva che la vera forza del mondo del lavoro si è imposta allorché ha saputo parlare al Paese, ha saputo collegare le rivendicazioni di fabbrica (salario, salute, libertà), ai destini più generali dell’Italia. Così si potrebbe rompere il silenzio, parlando al Paese. Dimostrando che quella in corso non è una lotta corporativa, è una lotta per un pezzo di libertà, per rapporti di lavoro dignitosi, in una società che, ancora, si regge in gran parte su quel lavoro, su quella produzione di ricchezza.