La rabbia del ghetto

Tirato un sospiro di sollievo per la incruenta e felice conclusione della brutta avventura del giornalista Lorenzo Cremonesi, non si può non pensare alla infinita tragedia palestinese. Che al contrario di quel che in tanti -quasi tutti- ci dicono in questi giorni è lontana anni luce da una conclusione incruenta e felice. Il caos che avvolge Gaza è quello di una grande prigione, di un ghetto, di un bantustan. Il ritiro unilaterale che ha fatto di Sharon un candidato per il Nobel della pace non è il primo passo di uno Stato di Palestina minimamente autonomo e sovrano o passabilmente democratico, ma una porta spalancata sull’anarchia (nel senso peggiore del termine) e sulla violenza.

Ritirarsi da Gaza, indifendibile e tutto sommato marginale se non per i fanatici dell’ultra-destra, non è stato l’inizio – infine – di un negoziato quanto piuttosto la fine. Lasciare Gaza per restare – per sempre – in Cisgiordania e nella parte araba di Gerusalemme.

Per fare un negoziato di pace bisogna cominciare con il riconoscere la dignità del nemico con cui si negozia. Il «pacifista» Sharon non ha mai riconosciuto la dignità politica dei palestinesi, tanto che il suo ritiro è stato ostentamente unilaterale, solo per compiacere Bush impantanato in Iraq (e ora a New Orleans). Dopo aver eliminato (politicamente se non, forse, fisicamente) Arafat, conta sulla debolezza (e ambiguità) di Abu Mazen, sulla complicità dei satrapi tipo Mubarak, presidente a vita ma «democratico», sull’acquiescenza di Bush e sull’impotenza dell’Europa. Il ritiro da Gaza, per come è stato concepito, non è una possibilità di pace ma una certezza di guerra. Guerra (e terrorismo) con Israele, guerra civile fra i palestinesi.