La rabbia degli arabi d’Israele cittadini di seconda classe

«Si sono dimenticati di un milione di elettori». Così, nei giorni scorsi, il quotidiano israeliano Ha’aretz commentava lo scivolone di Kadima, il partito fondato da Ariel Sharon ed ereditato da Ehud Olmert, dato per sicuro vincitore di queste elezioni e presentato come la vera novità dello scenario politico.
I cittadini negletti sono gli arabo-israeliani, un quinto della popolazione. Kadima non ne ha candidato nemmeno uno nella sua lista. A elenchi pressoché chiusi, accortisi dell’errore, i dirigenti del partito si sono precipitati a rimediare piazzando Ahmed Dabbah, sindaco di Al Shagur, in fondo alla lista, quasi una postilla a piè di pagina. Rimedio peggiore del danno, visto che i sondaggi assegnano a Kadima una quarantina di seggi e il tutto suona un po’ come una beffa. Dovrebbe invece farcela il numero 18, Majalli Whbee. Un druso. Dunque – si giustificano al quartier generale del partito – un rappresentante della comunità araba. Spiegazione poco convincente visto che i diritti di cittadinanza per i drusi e per i palestinesi-israeliani sono stati, e sono tuttora, declinati in maniera molto diversa.

Resta il fatto che in queste elezioni il voto, o forse meglio il non voto, della comunità arabo-israeliana rappresenta una vera incognita e forse uno dei pochi aspetti interessanti di una campagna elettorale, altrimenti piuttosto piatta o che comunque sembra appassionare assai poco gli israeliani. La partecipazione ha visto in questi anni un calo costante, e nulla lascia pensare che anche questa tornata elettorale non segua lo stesso trend. Secondo i sondaggi, il 46 per cento degli aventi diritto al voto non ha nessuna intenzione di esercitare questo diritto. Nulla di nuovo, stavolta però la posta in palio è molto più alta. Perché si gioca su quel 2 per cento – e non più 1,5 – che è la soglia di sbarramento per accedere alla Knesset. Una modifica fatta per eliminare i partiti più piccoli in generale, ma che rischia di avere conseguenze pesantissime sulla rappresentanza araba nel parlamento israeliano. Lo sanno bene i tre partiti arabi che si contendono quel milione di elettori, vale a dire Hadash (Democratic Front for peace and equality), Balad (National Democratic Alliance) e Lista araba unita. Pubblicità sui giornali, spot televisivi, convegni: un investimento notevole di energia e di soldi. Un attivismo che sperano di capitalizzare alle urne, ma che dovrà però fare i conti con due fattori: la frustrazione e la delusione che attraversano l’intera comunità arabo-israeliana, stanca di diritti formali e di una realtà quotidiana vissuta da cittadini di serie b.

Una realtà fatta di discriminazioni, di opportunità negate e di povertà. Condizione che il lavoro dei partiti di riferimento alla Knesset non è riuscita a modificare in alcun modo, questa la principale accusa e la ragione addotta per disertare le urne. Se questo è un aspetto, l’altro è l’appello al boicottaggio del voto che viene fatto da alcune fazioni e che fa leva proprio sul senso di delusione e frustrazione. Difficile prevedere se e come questo appello al boicottaggio verrà recepito, ma gli esperti non sono ottimisti. Anzi temono il peggio: «Spero e prego che gli arabi vadano a votare. Lo ripeto: spero e prego», dice a Liberazione il professor Elie Rekhess, del Moshe Dayan Centre for Middle Eastern and African Studies dell’università di Tel Aviv nonché direttore del Konrad Adenauer Project for Jewish-Arab Cooperation. Il professor Rekhess è uno dei maggiori esperti israeliani in materia, segue con attenzione le direttrici lungo cui si muove la comunità araba in Israele, raccoglie dati e cifre, legge nei numeri delle rilevzioni statistiche l’evoluzione sociale e politica, le inquietudini e le speranze. Quest’anno quei numeri, ci dice, lo spaventano come mai prima d’ora. Lo abbiamo incontrato ad un convegno sul voto arabo-israeliano, promosso dal Citizens’ accord forum between Arab and Jews in Israel e da Du-Et, solo giornale in Israele ad essere scritto e pubblicato da arabi ed ebrei. L’intervento di Rekhess è il più allarmato: «Stavolta i partiti arabi rischiano davvero di scomparire dalla Knesset, potrebbero non raggiungere la soglia del 2 per cento. Se questo accadrà, sarà un disastro. Per gli arabi, ma anche per gli ebrei perché significherà che una parte importante di questa società non si riconoscerà nei meccanismi istituzionali dello Stato cui appartiene». Scenario che potrebbe fare da sponda alle dichiarazioni sui cittadini arabo-israeliani rilasciate ieri da Avigdor Lieberman, ex membro del Likud e leader di Yisrael Beiteinu. Lieberman, che vuole accreditarsi come la destra più a destra, sta andando piuttosto bene nei sondaggi, il suo partito è in crescita e lui si comporta da potenziale partner di una futura coalizione. Alla coalizione che verrà, il leader di Yisrael Beiteinu detta già le sue condizioni – nessun ritiro dai Territori occupati, anzi un pronto rientro a Gush Katif – e propone una soluzione: trasferire le città arabe nel territorio dell’Anp. Per chi volesse invece restare, Lieberman propone un giuramento di fedeltà allo Stato, in mancanza del quale non sarà riconosciuto alcun diritto.

Una simile opinione, così politicamente scorretta persino in tempi di radicalizzazione dello scontro politico, probabilmente non sarebbe emersa senza l’iniziativa che Ha’aretz e Du-Et hanno condotto. Così, il tema della lealtà allo Stato emerge come un costante interrogativo a questo milione di cittadini israeliani. «Ma questo – ci spiega Abir Kopty, portavoce di Mossawa, centro che si occupa di promuovere i diritti degli arabi in Israele – è una conseguenza del modo in cui gli arabi vengono ad esempio rappresentati nei media israeliani. Prendiamo queste elezioni: o gli arabi non vengono considerati come potenziali elettori o portatori di istanze o vengono tirati in ballo per discutere di Hamas o Anp. Eppure sono cittadini di questo Stato e in questo Stato hanno il diritto e il dovere di pronunciarsi su tutte le questioni, non solo sul tema della causa palestinese. Anche perché, e lo dicono tutti i sondaggi, quest’ultimo aspetto è il meno influente nella loro decisione di voto. Prima vengono i problemi economici. Quelli sono già abbastanza e nessuno finora è riuscito a risolverli». Le conclusioni sono piuttosto amare: «C’è un gap quasi ineliminabile tra quello che i partiti israeliani, tutti i partiti, offrono e quello che i partiti arabi chiedono», ci spiega Uzi Benziman, giornalista di Ha’aretz. Provando a tracciare un bilancio dell’inchiesta condotta dal suo giornale su questo fronte, la conclusione di Benziman è lapidaria: «Un dialogo tra sordi». Che forse non potranno nemmeno più parlarsi, almeno non nella Knesset.