La rabbia degli afroamericani

Tra le vittime, secondo alcuni più di diecimila, soprattutto neri e poveri

Quanti morti ha fatto Katrina? Cinque giorni dopo l’uragano, la paura di trovarsi di fronte a una tragedia dalle dimensioni immani è sempre più una certezza. E come spesso accade, in mancanza di cifre ufficiali parlano i fatti. Ieri la Fema, la Federal emergency management agency ha fatto sapere di essere in procinto di aprire quattro obitori d’emergenza nelle zone colpite dall’acqua: «Uno in Louisiana è già operativo – ha detto un responsabile di quella che si può considerare come la protezione civile americana – altri tre stanno per diventarlo». All’interno delle strutture squadre di medici legali, antropologi e psicologi, tutti volontari, avranno il compito di sottoporre i cadaveri agli esami necroscopici e di procedere alle identificazioni, oltre a quello di assistere i familiari delle vittime nel loro dolore. Proprio come accadde otto mesi fa con lo tsunami. Solo che questa volta l’Asia si è trasferita nel cuore nero della ricca America portandosi appresso, oltre alla distruzione e al dolore, anche la totale mancanza di notizie sull’entità del disastro in termini di vite umane. «Katrina potrebbe avere provocato migliaia e migliaia di morti», aveva detto giovedì la senatrice democratica Mary Landrieu. Ieri un suo collega, il senatore David Votter, si è spinto fino ad azzardare una cifra più precisa: «più di diecimila», ha spiegato senza però citare uno sola fonte ufficiale. Tra tanta incertezza, su una cosa almeno non ci sono dubbi. Katrina ha colpito duro soprattutto neri e poveri. Basta guardare le immagini in televisione per rendersene conto. A camminare immersi nell’acqua fino al collo, oppure ad essere ammassati nei centri di raccolta o aggrappati ai tetti delle case sono soprattutto bianchi indigenti e gente di colore. Circostanza certo non causale che ha portato un gran numero di persone a pensare che forse il ritardo con cui la macchina dei soccorsi si è messa in moto non sarebbe proprio dovuto alla sola disorganizzazione: «Molti neri pensano che la loro razza, le loro condizioni economiche e il loro orientamento politico abbiano pesato sulla risposta al disastro», ha detto chiaramente il reverendo Jesse Jackson dando voce a quello che sembra essere un sentimento comune tra gli afroamericani.

Un’esagerazione? Forse, ma se è vero che il 67% della popolazione di New Orleans è composta da neri, un terzo dei quali sotto la soglia di povertà, è vero anche – come scriveva ieri il New York Times – che un disastro naturale come Katrina «ha evidenziato come alcune delle città più povere d’America siano state rese vulnerabili dal fiasco delle politiche di Washington». Motivo in più per far crescere la dimensione razziale e sociale della tragedia e, con essa, la rabbia degli afroamericani: «A nessuno importava di quei neri quando il sole brillava. Non sono certo stupito che oggi nessuno venga ad aiutarci» è stato il commento di Milton Tutwiler, sindaco di Wistonville, in Mississippi.

Vera e propria tragedia nella tragedia è quella che ha poi come protagonisti i bambini. Secondo l’Unicef sarebbero tra i 300.000 e i 400.000 mila quelli rimasti senza un tetto. Piccole vittime che oggi hanno bisogno di tutto, da cibo caldo e coperte, a un’adeguata assistenza psicologica alla possibilità di garantire loro, per quanto possa sembrare impossibile, un regolare rientro a scuola. Tutte cose che l’agenzia dell’Onu per l’infanzia si è offerta di fornire nonostante – ha sottolineato da Ginevra un portavoce – finora nessuna richiesta in tal senso sia arrivata da Washington.

«Siamo ormai agli sgoccioli, non so se possiamo sopravvivere un’altra notte», confessava ieri alla Cnn il sindaco di New Orleans Ray Nagin, e le sue parole sono il grido d’aiuto lanciato dalle popolazioni di due interi stati flagellati dall’acqua. In queste ore circa un milione di uomini, donne e bambini sono in fuga da New Orleans e dalle altre aree colpite dall’uragano, dando vita a quello che gli storici hanno definito il più grande esodo della storia americana. «Questa non è una crisi di 24 ore o di un anno», commentava ieri il deputato Richard Baker. «Questo è un evento destinato a cambiare per sempre la vita di un numero incredibile di persone. Questo è un problema sociale di un ordine di grandezza mai visto prima in America».