La questione tibetana

La discussione emersa dal Comitato Politico Nazionale di Rifondazione Comunista dello scorso settembre apre lo spiraglio per una nuova lettura della politica estera. Una lettura non residuale e che rifugge alla subalternità di quanto espresso sui principali mezzi di comunicazione occidentali. Tra i tanti fatti che meritano di essere approfonditi e che possono esprimere un giudizio qualitativo sullo stato di salute – da un lato della sinistra nei confronti del rapporto con la realtà, dall’altro sulla necessità da parte del nostro partito di produrre analisi e interpretazioni della stessa – vi è sicuramente quello della questione tibetana, tornato in auge con l’incedere delle Olimpiadi di Pechino.

Cenni storici
La storia del Tibet ha origini incerte, forse risalenti alle tribù nomadi guerriere Qiang, attestate nella zona nel secondo secolo AC. Quello che risulta palese è invece il fatto che quello che può essere definito come “popolo tibetano” sia in realtà la congiunzione di diverse popolazioni provenienti da Ovest (Asia Centrale), Sud-Ovest (Valle dell’Indo), Sud-Est (territori delle foreste birmane), Est (Valle dello Yangzi) e da Nord (Valle del Fiume Giallo). Questa diversità è visibile ancora oggi: da una valle all’altra, l’architettura delle case, i vestiti e la lingua sono talvolta differenti. Prima dell’arrivo del Buddismo in Tibet (VI secolo DC), l’altopiano fu solcato da credenze e culture variegate di tipo animistico. Il più rilevante tra i culti praticati in questo periodo sembra provenire dall’Asia centrale: il Bon. Fino al VII secolo DC non risulta presenza di un popolo compatto politicamente. In questo periodo numerose parti della regione furono unificate dal re Songstan Gampo con lo scopo di attaccare il suo potente vicino: la Cina dei Tang. Il conflitto terminò con un’alleanza: i cinesi respinsero i tibetani e l’imperatore Tang offrì sua figlia in sposa a Gampo. Questa alleanza permise al buddismo (scuola cinese del JingTu) di entrare alla corte reale dove vi restò confinato per qualche secolo. Nel IX secolo la dinastia che guidò il regno si sfaldò e precipitò il paese nell’instabilità politica. In questo periodo, nell’XI secolo, il Nord dell’India fu assalito da ondate musulmane; in quell’area si trovavano le più importanti scuole del Tantrismo (o Vajarayana, formatosi in India verso il VI secolo). Sotto l’assalto, i maestri tantrici ripararono nell’Hymalaya, in un Tibet senza fede ne legge. In questa fase il buddismo tantrico conobbe un’autentica esplosione, le comunità aumentarono rapidamente di numero e si divisero a loro volta in numerose sottoentità, le cui ultime nate (nel XIV secolo) sono le più note: i Berretti Gialli. Le popolazioni tibetane, finora sottoposte ai signori e alle rivalità tra le grandi famiglie della nobiltà, si convertirono in massa al buddismo e si misero al servizio delle comunità tantriche: la struttura ecclesiastica di quella dottrina portò loro sicurezza e stabilità. In questo modo il buddismo permise di instaurare nel Tibet una società feudale. Il potere era diviso tra la nobiltà tibetana e le comunità buddiste, con più del 90% della popolazione posto in regime di servitù. L’arrivo dei Mongoli nel XIII secolo fece del Tibet un annesso del loro impero cinese. L’imperatore Kublai Kanh entrò in contatto con l’abate di Sakya (Tibet meridionale, setta dei Berretti Rossi) che fu nominato Grande Lama (un’autorità che avrebbe dovuto presiedere tutti gli altri Lama, una sorta di papa) a cui fu affidato il potere di sovranità temporale sul Tibet. Nel 1578 l’imperatore mongolo della Cina, Altan Khan inviò un esercito in Tibet per sostenere il Grande Lama Sonam Gyatso, un ambizioso venticinquenne a cui fu conferito il titolo di Dalai (Oceano) Lama, signore di tutto il Tibet. Il primo Dalai Lama della storia fu dunque investito della propria carica da un esercito cinese. Per elevare la sua autorità oltre la sfida mondana, temporale, Sonam Gyatso confiscò monasteri che non appartenevano alla sua setta, e si crede abbia distrutto scritti buddisti contrastanti con la sua pretesa di divinità. A causa di lotte intestine l’esercito Mongolo tornerà più volte ad intervenire in Tibet, ristabilendo ogni volta al potere il Dalai Lama e le sue successive “reincarnazioni”. Col passare degli anni il feudo condivise il declino della potenza mongola, sua protettrice, e si trovò in balia del limitrofo impero cinese dei Manciù che lo conquistò nel 1721. Nel 1751 divenne una delle 18 province del “Celeste Impero” sotto forma di dipendenza autonoma. Nel 1904 la Gran Bretagna inviò un contingente di forze indiane, al comando di Sir Francis Younghusband, per sanare una controversia confinaria con le colonie inglesi che di fatto portò all’occupazione militare del Tibet, territorio che aveva anche destato l’interesse dello Zar di Russia. Una volta occupata la regione, gli inglesi cercarono di stabilire rapporti con l’aristocrazia schiavista e monastica che in precedenza la controllava. Nel 1910 i Manciù cercarono di ristabilire il controllo territoriale sul Tibet. Dopo lo scoppio della rivoluzione in Cina del 1911, il Dalai Lama a fuggì in India dagli inglesi. Gli inglesi intervennero nuovamente e occuparono Lhasa nel 1912. Al suo ritorno, il XIII Dalai Lama promise di modernizzare il Tibet nel rispetto della tradizione religiosa, ma la società rimase sostanzialmente quella feudale di sempre. I britannici cercarono, nell’ottica dell’indebolimento, di tentare di attribuire uno status internazionale alle autorità tibetane, invitandole nel 1913 alla conferenza di Simla, dove, nonostante le proteste della delegazione cinese, si fecero cedere i territori che tuttora sono contestati con l’India. Nessun governo della Cina accettò mai l’esito di quella conferenza, il paese conservò la sua integrità territoriale che più tardi fu confermata dalle Nazioni Unite. I Lama continuarono a governare la regione con la legittimazione del regime reazionario del Kuomintang, la cui autorità politica fu riconosciuta anche per ratificare la scelta dell’attuale Dalai Lama e Lama Panchen. Quando il giovane Dalai Lama fu investito della sua carica a Lhasa, ciò avvenne con una scorta armata di truppe di Chiang Kaishek e di un ministro cinese in carica, in conformità con una tradizione secolare. A conferma di questa interpretazione dei fatti, che altrove ho visto riportati in modo distorto con palesi finalità ideologiche (ndr), basti pensare che durante la seconda guerra mondiale le truppe alleate chiedevano regolarmente a Chiang Kaishek il permesso di sorvolo sul Tibet. L’isolamento territoriale rispetto al centro e le difficoltà che la Cina attraversò durante le due guerre mondiali fecero si che la regione tibetana ebbe un coinvolgimento ridotto nelle questioni nazionali. Nel 1950, con la fine della guerra civile e la proclamazione nel 1949 della Repubblica Popolare Cinese, le truppe di Mao Tse Tung completarono in Tibet il controllo sul territorio nazionale. Nel 1951 fu raggiunto un accordo con il Dalai Lama per la concessione di un regime di autonomia. Questo accordo conferiva alla Cina il controllo militare e il diritto esclusivo di condurre le relazioni estere; si rilasciava anche ai cinesi un ruolo diretto nell’amministrazione interna “per promuovere le riforme sociali”. Tra le prime riforme varate ci fu anche quella che riduceva i tassi di interesse, fino a quel punto non molto dissimili a vera e propria usura, e fu varata per la prima volta nella storia della regione tibetana, la costruzione di ospedali e strade secondo canoni moderni. Mao e i suoi quadri non intendevano semplicemente occupare la regione, desideravano altresì la collaborazione del Dalai Lama per trasformare l’economia feudale del Tibet in conformità con gli obiettivi socialisti. Nell’importante saggio Feudalesimo amichevole: il mito del Tibet del giornalista americano Michael Parenti emerge che: “Perfino Melvyn Goldstein, che è solidale con il Dalai Lama e con la causa dell’indipendenza tibetana, ha ammesso che ?contrariamente all’opinione corrente in occidente? i cinesi ?perseguivano una politica moderata. Avevano cura di mostrare rispetto per la cultura e le religioni tibetane? e ?permettevano ai vecchi sistemi monastico e feudali di continuare immutati. Fra il 1951 e il 1959, non solo non venne confiscata alcuna proprietà aristocratica o monastica, ma venne permesso ai signori feudali di esercitare una continua autorità giudiziaria nei confronti dei contadini a loro vincolati ereditariamente?. Nel 1956-57 bande armate tibetane tesero un’imboscata ad un convoglio dell’Esercito di Liberazione del Popolo cinese. Tale sommossa ricevette indirizzo e sostegno materiale dalla CIA che, su iniziativa del governo statunitense, permise di fornire agli insorti armi, provviste e addestramento militare per le unità di combattimento. Nel 1958 oltre 30 tibetani, nella massima segretezza, iniziarono il loro addestramento nella base USA di Camp Dale in Colorado. A data odierna, in quel campo, risultano esserne stati addestrati 300. Nel luglio 1959 la CIA iniziò concretamente il rifornimento aereo di armi, munizioni e soldati addestrati che arrivarono in Tibet grazie ai C-130. Risulta così che dal 1957 al 1960 siano stati trasferite verso la regione oltre 400 tonnellate di merce. In una delle operazioni diversive condotte dai guerriglieri rimase ucciso il comandante del distretto occidentale del Tibet. Fu così che i servizi segreti americani si impossessarono di importanti informazioni sulla situazione interna cinese, sulla consistenza militare, sul programma nucleare, sui rapporti tra Mosca e Pechino. Da ormai qualche anno, è noto il fatto che fu proprio la CIA a impiantare basi di sostegno militare in Nepal, compiendo numerosi ponti aerei per le operazioni di guerriglia condotte all’interno del Tibet. Durante la rivolta la “Società Americana per un’Asia Libera” propagò in modo dispiegato la causa indipendentista. Thubtan Norbu, fratello maggiore del Dalai Lama, giocò un ruolo di primo piano all’interno di questo gruppo. Molti dei commando e agenti che furono paracadutati dalla CIA in Tibet erano capi di clan aristocratici. Secondo una relazione degli stessi servizi segreti americani, il 90% di questa truppa non era conosciuto da nessuno all’interno del paese. Vista l’evidente natura morfologica del territorio, la ridotta guarnigione dell’Esercito di Liberazione del Popolo cinese non sarebbe mai stata in grado di catturare costoro, come poi fece, senza un appoggio diretto da parte della stessa popolazione tibetana. Ciò dimostra che su un piano effettivo la reazione al governo comunista abbia avuto una base molto ristretta all’interno della regione.
All’inizio degli anni ’60 le spese dell’intelligence americana ammontavano a 1,7 milioni di dollari annui, di cui 500000 destinati al mantenimento di 2100 ribelli nelle basi nepalesi e 180000 destinati alle “necessità personali” del Dalai Lama, nel frattempo fuggito in India. La fuga del Dalai Lama ebbe un prezzo: la concessione di una borsa di studio a 400 ingegneri indiani affinchè si addestrassero alla tecnologia nucleare negli Stati Uniti. Lo scambio fu accettato e, per ironia della sorte, la prima bomba atomica indiana fu battezzata col soprannome di “Buddha sorridente”. Quando i rapporti tra Pechino e Washington migliorarono, l’attività sovversiva fu temporaneamente sospesa. Alla popolazione tibetana questa avventura statunitense costò oltre 87000 morti. Dopo il 1959, le autorità cinesi eliminarono il sistema di schiavitù, di servitù della gleba e l’utilizzo di mano d’opera non salariata. Fu eliminato il sistema delle tasse, creato un nuovo piano di lavoro, furono ridotte in larga parte la disoccupazione e la miseria. Furono costruiti i soli ospedali esistenti nel paese e un nuovo sistema educativo, che rompesse con il monopolio che i monasteri avevano in entrambi i settori. Furono costruiti sistemi di irrigazione per l’acqua e fu portata l’energia elettrica a Lhasa. Fu inoltre abolito il sistema delle flagellazioni pubbliche, le mutilazioni e le amputazioni compiute come forme di punizione dalle autorità religiose. Dal 1961 centinaia di acri precedentemente posseduti dai signori e dai Lama furono distribuiti agli affittuari e ai contadini senza terra. Nelle zone dedicate alla pastorizia, le greggi furono affidate alle comuni dei poveri e dei pastori. Miglioramenti e investimenti furono prodotti nell’allevamento del bestiame e per le nuove coltivazioni di verdure, frumento e orzo che furono introdotti per la prima volta. Con la pianificazione di un nuovo sistema di irrigazione fu possibile un notevole incremento della produzione contadina. Una parte della popolazione rimase comunque religiosa e lasciata in libertà di fare elemosine al clero, tuttavia la gente non fu più costretta a rendere omaggio o a fare regali sotto coercizione ai monasteri e ai signori. I molti monaci costretti negli ordini religiosi fin da bambini furono lasciati liberi di scegliere se rinunciare o meno alla vita monastica e così migliaia di persone tornarono alla vita civile. Il clero restante continuò a vivere contando su minimi stipendi governativi ed un reddito supplementare guadagnato officiando ai servizi di nozze ed ai funerali. Si tenga comunque conto che nel consolidare l’autorità sul Tibet, le stesse autorità cinesi ammettono degli errori, specie nel periodo della rivoluzione culturale (1966-1976), fase in cui le persecuzioni religiose raggiunsero un alto picco in tutto il paese. Verso la fine degli anni ’70 la Cina aveva ottenuto la piena pacificazione della situazione, provando inoltre a correggere alcuni errori commessi durante i due decenni precedenti. Nel 1980 il governo iniziò una serie di riforme destinate ad assegnare al Tibet un grado sempre più elevato di autonomia. Agli abitanti venne permesso di coltivare propri appezzamenti di terra, vendere le eccedenze del raccolto, scegliere le coltivazioni più adatte al proprio sostentamento e a quello del bestiame. Vennero ripristinate le comunicazioni con il mondo esterno e i controlli alla frontiera furono facilitati così da permettere ai tibetani di visitare parenti in India e Nepal. Dalla metà degli anni ’90 il PIL della regione è aumentato del 13% annuo, ossia più degli eccezionali ritmi di sviluppo dell’intero paese. Le opere edili sono raddoppiate e il commercio, che fino a dieci anni fa si svolgeva quasi esclusivamente col limitrofo Nepal, è cresciuto di ben 18 volte rispetto al 1995. Con gli stessi ritmi si sono sviluppati il sistema sanitario e quello scolastico (entrambi inesistenti in passato). Nel 2001 il governo di Pechino ha stanziato 65 miliardi di yuan per finanziare progetti di infrastrutture che permettano ai tibetani di uscire dal medioevo buddista-lamaista e di approdare al mondo contemporaneo, usufruendo dei vantaggi del progresso economico e sociale cinese. Fino a pochi mesi fa l’unica via di comunicazione tra il Tibet e il resto della Cina era una strada dissestata che partendo da Golmund consentiva ai camion di accedere a Lhasa in 50-60 ore di viaggio. Oggi lo stesso percorso si compie in 16 ore sul modernissimo “treno del cielo” che corre lungo i binari della più alta ferrovia del pianeta: 1200 km ad un’altitudine di oltre 5000 metri.

Il carattere feudale e reazionario del Tibet lamaista

Un articolo del marzo 1959 de L’Unità descrive la natura reazionaria della società tibetana prima dell’arrivo delle truppe di Mao: “Ancora oggi dopo l’accordo del 1951, questo paese (il Tibet) che si estende per circa un milione di chilometri quadrati sul più elevato altopiano del mondo, è retto autocriticamente dai monaci buddisti. E’ una società feudale, organizzata rigidamente a piramide, al vertice della quale è il Dalai Lama e alla cui base sono i servi della gleba. Tutto il potere emana dai monaci dei tre grandi monasteri di Drebung, Sera e Granden, ed è tra essi che vengono scelti sia i membri del Casiag, il governo responsabile verso il Dalai Lama, che i funzionari dei Lama”. Il monastero di Drepung era una delle più estese proprietà terriere del mondo, era in possesso di 185 feudi, 25000 servi della gleba, 300 grandi pascoli e 16000 guardiani di gregge. La ricchezza dei monasteri andava ai Lama di più alto rango, molti dei quali giovani rampolli di famiglie aristocratiche, il basso clero era invece di estrazione contadina. Questa disuguaglianza classista all’interno della società tibetana è strettamente paragonabile a quella del clero cristiano dell’Europa medioevale. All’interno di un quadro simile, è evidente che anche le autorità militari detenessero un quantitativo consistente di potere; si pensi ad esempio che il capo dell’esercito possedeva 4000 chilometri quadrati di terra e 3500 servi. I ragazzini tibetani venivano regolarmente sottratti alle famiglie e condotti nei monasteri per intraprendere a vita il ruolo di monaci. Tashì-Tsering, un monaco, riferì che era pratica comune per i bambini contadini essere abusati sessualmente all’interno delle strutture religiose. Egli stesso fu vittima di ripetute violenze sessuali perpetrate durante l’infanzia, non molto tempo dopo che fu introdotto nel monastero, all’età di nove anni.
Nel 1953 la maggioranza della popolazione rurale, circa 700000 abitanti su 1250000 totali, era composta da servi della gleba. Vincolati ad un ristretto apprezzamento, veniva destinata loro soltanto una ristretta parcella fondiaria necessaria al loro sostentamento. I servi della gleba e il resto dei contadini dovevano fare a meno dell’istruzione e delle cure mediche. Trascorrevano la maggior parte del loro tempo a lavorare per i monasteri, per i singoli Lama e per l’aristocrazia laica, composta da circa 200 famiglie. Si può dire che erano diretta proprietà dei signori che gli comandavano quali prodotti coltivare e quali animali allevare. Non potevano sposarsi senza il consenso del loro padrone che poteva, a piacimento, allontanare i servi dalla famiglia, venderli o torturarli a morte. I proprietari terrieri avevano l’autorità legale di catturare e impiegare metodi coercitivi, fino alla violenza, per coloro che tentavano la fuga, obbligandoli a tornare indietro. Secondo la testimonianza di una donna ventiduenne fuggiasca, tutte le ragazze più graziose della servitù erano solitamente prese dal proprietario come domestiche e trattate come meglio desiderava; erano schiave senza alcun diritto. Ogni aspetto del quotidiano era regolato da rigide forme tributarie: il matrimonio, la nascita di un figlio, la morte di un congiunto. Era soggetto a imposta chi piantava un nuovo albero in cortile, chi deteneva animali domestici, chi possedeva vasi di fiori, chi metteva un campanello al bestiame. C’erano tasse per le festività religiose: poter ballare, far rullare il tamburo e suonare il campanello aveva un prezzo. Tasse ulteriori erano destinate per la carcerazione e la scarcerazione. Chi si spostava da un luogo all’altro doveva versare una tassa di transito. Perfino i mendicanti e i disoccupati non erano esenti dal dover versare un contributo. Quando la gente non era in grado di pagare, i monasteri prestavano denaro con interesse oscillante tra il 20% e il 50%; qualora l’obbligo non fosse estinto, il debitore era costretto in un periodo di schiavitù da parte del monastero. Risulta piuttosto evidente come, nel Tibet feudale, i debiti e conseguentemente la schiavitù avessero natura ereditaria. Le dottrine pedagogiche della teocrazia furono funzionali e responsabili nell’appoggio di questa pratica sociale classista. Fu insegnato ai poveri e agli afflitti che i propri guai erano causa del comportamento sciocco e immorale che avevano perpetrato nel corso delle loro vite precedenti. Dovevano quindi accettare la miseria della loro esistenza presente come espiazione, così da migliorare la loro reincarnazione futura. I ricchi consideravano d’altro canto, la loro fortuna come una ricompensa per una condotta diligente e per la loro virtù esistenziale. La struttura in caste si manifesta anche dopo la morte: il corpo degli aristocratici veniva cremato o inumato, i corpi della massa venivano dati in pasto agli avvoltoi. L’Herald Tribune ha descritto accuratamente come, durante i funerali di plebei, fosse il sacerdote a staccare la carne del cadavere pezzo per pezzo per facilitare il compito degli avvoltoi. La descrizione era minuziosa e seguita da uno studioso che spiegava tutto in chiave ecologica. Lo stesso studioso si guardò però bene dall’affermare perché ad un simile contributo abbiano dovuto contribuire soltanto i plebei. Nel Tibet del Dalai Lama, la tortura e la mutilazione, compresa l’asportazione dell’occhio e della lingua, l’azzoppamento e l’amputazione delle braccia e delle gambe, erano le punizioni principali destinate a ladri, servi fuggiaschi e ad altre forme di dissenso verso il potere. Dato che infliggere la morte è contrario alla dottrina buddista, le vittime venivano frustate severamente e poi “abbandonate a Dio”, vale a dire costrette a morire nella gelida notte dell’altopiano. Alcuni monasteri detenevano prigioni private. Con la liberazione della regione da parte del governo cinese, emersero particolari raccapriccianti. Nelle segrete dei conventi erano presenti manette di tutte le taglie (comprese quelle di piccola misura per bambini), strumenti per mozzare nasi e orecchie, altri per spezzare mani. Per strappare gli occhi era disponibile uno speciale copricapo di pietra provvisto di due fori, che veniva premuto sulla testa per far si che gli occhi potessero gonfiare e deformarsi, fuoriuscendo dalle orbite; tutto questo per semplificare e velocizzare l’asportazione. Erano presenti congegni per tagliare le rotule e i talloni, per azzoppare, tizzoni ardenti, scudisci e strumenti speciali per sventrare. Va anche aggiunto che dalla liberazione del Tibet da parte dei comunisti a oggi, la speranza di vita degli abitanti della regione è salita da 35 a 69 anni. Un successo non da poco se si considera che sotto la teocrazia gli unici farmaci disponibili erano costituiti dall’urina e la saliva dei monaci. Seguendo l’esempio dei loro compagni tibetani, a cui sono legati da secoli, i contadini nepalesi sono insorti nel 1996 per liberarsi dagli stessi rapporti di tipo feudale che avevano amministrato anche la regione a nord della loro. Ciò che generalmente oggi viene dimenticato è che, negli anni ’30, i nazisti, e fra costoro il Reichfuhrer delle SS Heinrich Himmler ritenevano il Tibet come luogo santo dei sopravvissuti della perduta Atlantide e sito originario della “pura razza nordica”. All’età di 11 anni il già designato Dalai Lama ricevette l’amicizia di Heinrich Harrer, membro del partito nazista e ufficiale delle SS. Al di là dello stereotipo presentato nel film hollywoodiano interpretato da Brad Pitt, Harrer era un membro ai vertici delle SS quando divenne insegnante incaricato di impartire lezioni alla giovane autorità religiosa “sul mondo esterno al Tibet”. I due rimasero amici fino alla morte dell’austriaco, nel 2006. Nonostante si sia sempre presentato come difensore dei diritti umani, per cui vinse il premio nobel per la pace nel 1989 – successo che pensò giustamente di onorare mediante l’appoggio ai bombardamenti Nato sulla Jugoslavia – il Dalai Lama ha sempre continuato a frequentare e ha avuto come consiglieri i membri dell’ex aristocrazia tibetana; un’aristocrazia che considera il Dalai Lama come unica eterna (per via delle sue reincarnazioni naturalmente) ed indiscussa autorità religiosa e temporale, un’aristocrazia che auspica caldamente il ritorno al Tibet prerivoluzionario. Se l’appoggio incondizionato alla CIA e il prezzolamento di cui ho parlato nel paragrafo precedente non dovesse bastare, la frequentazione di ambienti reazionari da parte del “grande oceano” ha avuto altri picchi di “internazionalismo”. Nel 1999, insieme a Margareth Tatcher, papa Giovanni Paolo II e George Bush senior, il Dalai Lama ha fatto appello al governo britannico per liberare l’ex dittatore fascista cileno Augusto Pinochet, sollecitando che fosse inviato in Cile, anziché in Spagna, dove lo attendeva un processo per crimini contro l’umanità. Oggi, principalmente attraverso il “Fondo per lo sviluppo della democrazia” e altri canali rami della CIA, il Congresso statunitense continua a assegnare 2 milioni di dollari annui ai tibetani in India, con altri milioni supplementari per le “attività democratiche” all’interno della comunità tibetana in esilio. Il Dalai Lama ottiene anche sostentamento dal finanziere George Soros, sovvenzionatore della Radio Free Europa-Radio Liberty di proprietà della CIA, e aveva strettissimi rapporti con il capo del partito nazionalsocialista cileno, Miguel Serrano, fautore dell’hitlerismo esoterico.

Lughi comuni

Se il quotidiano Le Monde ha stimato che la Cina è il paese con il più alto tasso di luoghi comuni al mondo, la regione del tibetana è certamente uno dei maggiori produttori del paese. Proprio attraverso la costruzione di una strategia di disinformazione nel corso degli anni, gli ambienti reazionari e monastici, sponsorizzati dal denaro statunitense, hanno cercato di giustificare le loro azioni di destabilizzazione interna contro uno stato sovrano: la Cina. La più palese falsificazione riguarda la pretesa di indipendenza tibetana. Nella realtà dei fatti nessun paese, ne l’ONU, riconosce uno status di indipendenza al Tibet. In aggiunta a questo, da 250 anni a questa parte qualsiasi governo cinese: sia quello imperiale, sia quello del Kuomintang, che quello comunista hanno sempre considerato l’area come parte integrante dello territorio cinese. Nel 1949 il dipartimento di stato americano pubblicò un libro sulle relazioni USA-Cina a cui accluse una mappa in cui sia il Tibet che Taiwan figuravano come parti integranti del paese asiatico. Con l’avvento dei comunisti al potere, anche le cartine geografiche cambiarono e ogni espediente si dimostrò essere lecito per indebolire la sovranità nazionale cinese. Risulta dunque abbastanza chiaro che quella che viene celebrata da Hollywood come un’occupazione militare, non sia altro che il naturale consolidamento territoriale di un esercito vincitore al termine di una sanguinosa guerra civile. Il Dalai Lama è appoggiato all’unanimità dalla popolazione Tibetana? A darci una risposta, parlando dei fatti del ‘56 è il testo più anticinese e anticomunista che sia mai stato scritto: Il libro nero del comunismo, all’interno del quale gli autori si sono scagliati contro la plebe tibetana colpevole di “essersi collegata subito col regime comunista” e che, anche all’interno di ampi settori buddisti, la strategia del Dalai Lama non fu condivisa al punto che alcuni monaci offrirono supporto ai comunisti. A questo dato va aggiunto quello di una considerazione che nega statisticamente l’assioma secondo cui il Dalai Lama risulti essere una sorta di papa del buddismo mondiale. Il 6% della popolazione mondiale è buddista; di questo sei per cento il Dalai Lama non è rappresentante del buddismo zen giapponese, ne di quello del sudest asiatico, tantomeno di quello cinese. Tirando le somme, il buddismo tibetano rappresenta soltanto 1/60 del 6% mondiale, di questa frazione esistono quattro scuole: una soltanto tra queste, quella dei berretti gialli (gelugpa), fa riferimento al Dalai Lama. Oltre a non esser stata condivisa da alcuni settori religiosi tibetani, la sua causa non ha mai ottenuto l’unanimità neanche tra i buddisti all’estero. Non molti sapranno che nel 1992 questa figura è stata oggetto di manifestazioni ostili da parte della più grande organizzazione buddista presente in Gran Bretagna che lo accusa di essere un “dittatore spietato” e un “oppressore della causa religiosa”. Per quanto riguarda la denuncia del Dalai Lama a riguardo di un presunto genocidio da parte cinese emergono dati di falsificazioni palesi quanto inquietanti. Patrick French, mentre era direttore della “Free Tibet Campaign” (Campagna per l’indipendenza del Tibet) in Inghilterra fu il primo a consultare gli archivi del governo tibetano in esilio. Le conclusioni da lui tratte lo portarono a notare l’evidente falsificazione dei dati. Conclusioni che portarono French a consegnare immediatamente le dimissioni per le campagne di indipendenza del Tibet. Nelle testimonianze raccolte da Gyalo Thondrup, fratello del Dalai Lama e agente della CIA, French constatò che le cifre dei morti erano state aggiustate in seguito. Mentre la cifra di 1,2 milioni di tibetani uccisi dalle autorità cinesi, faceva il giro del mondo, French notava che – ad esempio – i dati di uno stesso scontro armato venivano registrati cinque volte. Il giornalista affermò inoltre che tutte le cifre di cui era in possesso riguardavano soltanto la popolazione maschile della regione. Riteneva impossibile che fossero presenti 1,5 milioni di tibetani maschi all’epoca perchè un dato simile non sarebbe stato più elevato di oggi, periodo in cui – sia per i monaci in esilio, che per il governo cinese – gli abitanti della regione risultano essere 6 milioni di individui, cioè circa due volte quella del 1954. I dati di alcuni osservatori internazionali (Banca mondiale e Organizzazione mondiale della sanità) confermano queste cifre; nonostante la manifesta incongruenza matematica tuttoggi il Dalai Lama continua a pretendere che 1,2 milioni di tibetani siano morti a causa dei cinesi.

Un importante tassello geopolitico

E’ necessario adesso avviare una riflessione sulle motivazioni che si intrecciano con la campagna di destabilizzazione cinese. Per la Cina, la regione tibetana ha un alto valore strategico, non soltanto per il comprovato potenziale militare che la sua altitudine può offrire in ambito di guerra missilistica, ne solo per la dislocazione geografica a ridosso con l’India, il più recente alleato anticinese di Washington, ma anche per le ingenti risorse sia naturali che quest’area possiede. Il Tibet contiene tra i più ricchi ed estesi giacimenti di uranio, litio e di borace al mondo, costituisce il primato asiatico per quanto concerne i giacimenti di rame e ha più di 80.000 miniere d’oro. Le foreste tibetane, inoltre, costituiscono la maggiore riserva di legname cinese. Nel Bacino del Quidam, al confine con la regione autonoma del Xinjiang esiste una vasta regione petrolifera e mineraria nota come “il bacino del tesoro”. Quest’area contiene 57 tipi diversi di risorse minerarie con giacimenti comprovati di petrolio, gas naturale, carbone, sale grezzo, potassio, magnesio, piombo, sinzo ed oro. Questi siti minerari hanno un valore economico potenziale di 15 milioni di yuan (1,8 bilioni di dollari). A questo va aggiunto che la collocazione “sul tetto del mondo” rende l’area tibetana la più importante riserva d’acqua del pianeta. Dal Tibet nascono le sorgenti dei sette fiumi più grandi dell’Asia, che soddisfano il fabbisogno idrico di 2 miliardi di persone. Chi controlla l’acqua di questa regione ha in mano il deterrente geopolitico più importante di tutta l’Asia. Risulta a questo punto evidente che l’area sia un tassello cruciale per intensificare la destabilizzazione del concorrente da parte dell’amministrazione americana. Gli altri elementi di questa strategia sono: il tentativo di accendere una rivoluzione “zafferano” nel Myanmar, la dislocazione di truppe Nato sotto comando USA in Darfur (dove le compagnie petrolifere cinesi stanno sviluppando risorse di petrolio potenzialmente enormi), il contrasto ai rapporti economici che la Cina sta sviluppando nel resto dell’Africa, il tentativo di trasformazione dell’India nella più importante base avanzata in Asia, la creazione di tensioni in Uzbekistan e Kyrgigystan per far crollare gli importanti corridoi energetici verso il Kazakhstan.

Fonte: Essere Comunisti Toscana, 4 marzo 2009