La questione “rom”

Vista la crescente attenzione riguardo alla “vicenda rom”, proponiamo ai lettori un articolo del 25 marzo 1999, pubblicato da Liberazione all’indomani dell’avvio della guerra contro la Federazione Jugoslava.

L’articolo è tratto da una intervista di Adriano Ascoli a un rom jugoslavo riparato in un campo nomadi fiorentino.

A distanza di tanti anni da quella sciagurata aggressione militare, è il caso di ricordare che la massiccia presenza rom in Italia è in larga parte conseguenza annunciata di quella guerra non dichiarata, ed illegale, qualcuno potrebbe definirla pure “eversiva”, contro la Federazione Jugoslava, ciò ha determinato gravi conseguenze sociali sul nostro territorio che ora, a dispetto di facili rimozioni, stanno assumendo centralità politica.

Il numero dei rom jugoslavi in Italia è andato aumentando di pari passo con la destabilizzazione della rfsj, e con la “liberazione” del Kossovo e l’instaurazione della dittatura terroristica criminale che ad oggi continua a governarlo, grazie alla protezione delle forze militari alleate, la quasi totalità dei rom kossovari ha dovuto lasciare il proprio paese per riparare, in larga parte, proprio in Italia. La prima volta che si ebbe a parlare sulla stampa italiana dei rom del Kossovo, sfatando la falsa notizia di un Kosovo tutto albanese, fu appunto in questo articolo del marzo 99.
Quella guerra, i cui risultati sono oggi così impietosi, fu anche all’origine di altri drammi umani, con la malattia e la morte di numerosi militari italiani e di un numero imprecisato di civili jugoslavi (vedi http://italy.indymedia.org/news/2004/09/635576.php)

MARZO 99. ROM: GLI INNOMINATI DEL KOSOVO
Incontriamo Ferat in un bar vicino al suo campo “nomadi”, uguale a tanti altri campi in cui sono ammassati a centinaia nelle città italiane. Commentiamo insieme il rapido precipitare degli eventi nella Federazione Jugoslava. Conosciamo Ferat da tempo, ma mai avevamo compreso come ora la pesantezza della menzogna sul Kosovo. Con tono mite e pacato, ci racconta la sua storia.
Nato nella Croazia scappa con moglie e figli abbandonando casa e lavoro, scacciato dalle autorità di quella Croazia che fa impallidire per la somiglianza con i peggiori regimi fantoccio del periodo nazista. Ripara in Kosovo, da profugo non viene accolto in un campo, come accade da noi, ma in una casa costruita a metà, come molte case in questa regione, già povera e ancor più indebolita dal successivo embargo. Periodici sono i viaggi in Italia per comperare stracci e vestiti da rivendere al mercato. Lui, come i suoi compagni di sventura, non rientra in nessuna delle etichette etniche pubblicizzate sui nostri mezzi di informazione: non è serbo, non è neanche albanese, è rom (quelli che vengonp chiamati zingari e che parlano un misto di serbo e sancrito). Dunque non è vero che in Kosovo ci sono solo albanesi e una infima minoranza di serbi?
Ferat ci risponde che i numeri riportati dai nostri giornali non corrispondono al vero e, senza nulla togliere agli albanesi, non viene mai ricordato che oltre al noto 15% di serbi vi è una secolare presenza della comunità rom e che la consistenza numerica degli albanesi è inferiore di quanto ci viene fatto credere. la questione dei numeri, quasi maniacale nei Balcani, merita la sua attenzione perché su di essa si è costruita la politica e la storia di questa regione. in Kosovo vi è una minoranza di albanesi cattolici e una maggioranza di albanesi musulmani, una nutrita minoranza rom e una minoranza turca entrambe musulmane, ed infine una minoranza serba di religione ortodossa (o anche atea) originaria di questa terra da oltre mille anni. Tutte le componenti musulmane, spiega Ferat, sono state assimilate, forza della statistica e degli interessi che questa deve servire, all’etnia albanese.
un capolavoro che ha consentito di presentare la situazione kosovara estremamente diversa da come è in realtà. Le etnie musulmane ma non albanesi non hanno partecipato infatti in alcun modo ai fermenti autonomistici, paventando proprio quella pulizia etnica di cui sono sempre state vittime dalla disgregazione della Jugoslavia, unico stato, insieme alla successiva federazione serbo-montenegrina, a garantire loro cittadinanza e dignità (con diritti nettamente superiori a quelli che noi concediamo loro). I dati su cui si basano gli esperti sono invece relativi alla semiotica dei cognomi: a un cognome musulmano corrisponde una croce nella casella “etnia albanese”. Restiamo sbigottiti da queste affermazioni, pronunciate in modo semplice e defilato dal nostro interlocutore e chiediamo quale sia stato il trattamento riservato dalle forze serbe a questi musulmani, né albanesi né serbi, i rom del Kosovo, gli innominati di questa crisi, ma Ferat non vuole perdersi in chiacchiere e taglia corto: nella federazione jugoslava la comunità musulmana è perfettamente integrata, accettata in Serbia come in Montenegro, stati entrambi multietnici come fu la Jugoslavia di Tito. E le repressioni contro la popolazione civile? Tutta la comunità, sostiene, sa distinguere: “C’è la guerra e nella guerra la povera gente soffre sempre”. Ma la preoccupazione più forte è sempre stata il nazionalismo razzista dell’Uck privo di qualsiasi rivendicazione sociale, “non si sa neanche cosa vogliono fare con un nuovo stato, si sa solo che deve essere albanese puro e che non ci saranno né serbi né zingari”. Ferat ci ricorda ancora come, nel paese che con maggior forza seppe liberarsi dai nazisti, circa un anno orsono è stato rinvenuto un forno crematorio (vi si bruciavano serbi e albanesi “collaborazionisti”), e le recenti stragi ai mercati opera dell’Uck per terrorizzare la stessa popolazione albanese e impedire un accordo tra le parti più moderate. Una guerra di bassa intensità, strisciante, andata avanti a lungo per destabilizzare il paese, dividerlo ed annettere le zone minerarie dove si estraggono minerali preziosi (come a Mitroviza) ad una grande Albania etnica e pura, assoggettata agli Usa e all’Europa. Ecco ora La Guerra, vera e cruda, ultima di un calvario di disgrazie.
Ferat è convinto: i serbi non lasceranno il Kosovo, terra sacra, con le più belle e antiche chiese (come lo splendido monastero di Gracianiza), meta privilegiata di pellegrinaggio e culla della storia e della cultura serba. Stiamo per chiudere la conversazione quando il telegiornale annuncia il lancio dei primi missili “intelligenti”. Cala un silenzio gonfio di lacrime; una corsa al telefono del bar, una voce risponde: “A Vuctrin i negozi sono chiusi, ma stiamo bene”. All’improvviso: “E’ andata via la luce! Come proseguirà questa nottata?”.