La questione nazionale

La questione nazionale, vale a dire la difesa della sovranità nazionale, la lotta per l’indipendenza della propria patria e la mobilitazione di solidarietà con i movimenti di liberazione nazionale degli altri paesi, ha fatto a lungo parte del bagaglio dei comunisti nel corso del Novecento.

Eppure oggi tale tematica è assolutamente bandita dall’orizzonte politico della così detta “sinistra”. Se si effettuasse oggi un sondaggio tra le persone che si dicono di “sinistra” una maggioranza più o meno netta sosterrebbe che nozioni come quella di nazione, patria e sovranità siano concezioni a loro estranee. Anche nei settori più accorti e preparati spesso pare che la questione nazionale esista solo in riferimento a coloro che lottano nei paesi in via di sviluppo contro il colonialismo, vecchio o nuovo che sia. Al di fuori di quest’orizzonte nulla sembra più esistere. La rimozione della questione nazionale rappresenta indubbiamente l’ennesimo tassello di un’opera edulcorante che la sinistra italiana ha subito e che ha portato agli attuali disastri. Un tassello di particolare importanza, per gli aspetti politici, culturali e strategici che esso riveste e che ne fanno, piaccia o meno, un elemento determinante per la costruzione di una forza vitale, utile ed efficace nelle presenti condizioni.
L’importanza che riveste la questione nazionale al giorno d’oggi impone una riflessione che non è più possibile rinviare.

Nella prima parte dello scritto tratteremo come e perché la questione nazionale è importante e prioritaria nell’attuale fase. Nella seconda parte faremo una breve carrellata dell’importanza che le veniva attribuita dal movimento comunista nel ‘900, del successo di cui ha goduto, dei risultati che ha portato. Infine tratteremo brevemente la sua possibile e necessaria riproposizione oggi per una forza che voglia essere efficacemente alternativa all’americanizzazione dilagante della nostra società e alle spinte disgregatrici che minacciano la Repubblica.

– La questione nazionale nell’età della globalizzazione

La caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda hanno lasciato il mondo privo di contrappesi di fronte alla potenza americana. Gli Usa hanno potuto approfittare del vuoto che si era venuto a creare nell’equilibrio internazionale per tentare di ottenere un’egemonia globale incontrastabile. Negli anni Novanta del Novecento gli Usa sembravano inarrestabili nella loro marcia trionfale verso l’instaurazione di un nuovo ordine mondiale unipolare. Nel primo decennio del nuovo secolo il quadro è in effetti assai mutato grazie all’emergere (o al riemergere) di alcuni paesi che hanno tutta l’intenzione di riportare l’equilibrio nella vita internazionale. Ciò non toglie che il tentativo egemonico statunitense sia ancora in corso. Per la prima volta nella storia l’umanità si trova di fronte ad una Potenza che, con il 5% della popolazione mondiale, dedica alle spese militari più di quanto non investa il resto del pianeta messo assieme! Se a questo sommiamo la capacità di influenza guadagnata dagli Stati Uniti nel corso degli ultimi 60 anni pressoché in ogni campo (da quello economico tramite il controllo della Banca mondiale e del FMI, a quello “informativo-culturale”, grazie all’ascendente che hanno sulle grandi catene mediatiche occidentali, per non parlare delle grandi possibilità a loro offerte dal quasi monopolio telematico) ci rendiamo agevolmente conto della portata della minaccia all’indipendenza ed alla sovranità delle nazioni del pianeta.

Grazie ad una politica estera aggressiva ed assertiva Washington ha mirato in tutti questi anni ad erodere ed a scardinare la sovranità nazionale degli Stati che potevano arginare l’imporsi dei propri ambiziosi piani. Da questo si può evincere l’importanza cruciale che riveste in questa fase la questione nazionale e la difesa della sovranità.

– Attualità ed importanza dello Stato-nazione e della sua sovranità

Per affermare la loro egemonia gli Usa mirano a distruggere la sovranità nazionale degli altri paesi. Un luogo comune straordinariamente diffuso e duro a morire pretende che gli Stati nazionali siano al loro crepuscolo e siano in crisi. Nell’era della globalizzazione ha ancora senso parlare di sovranità nazionale? Gli stati nazionali non sono forse destinati a sparire in grandi spazi aggregati?

In realtà la crescente interdipendenza tra le nazioni e le aree geografiche del globo non sta in alcun modo conducendo alla scomparsa degli Stati nazionali e delle loro prerogative. Vi sono, come sempre è stato nella storia moderna e contemporanea, compagini statali che si dissolvono ed entrano in crisi ma questo non comporta la crisi dello Stato nazionale in quanto tale, in quanto attore della storia. Prova ne sia che queste crisi (ad esempio quella jugoslava) sono spesso alimentate e strumentalizzate da altri Stati nazionali ai fini della loro politica di potenza. Certamente determinate evoluzioni, specie in ambito finanziario e telematico, travalicano con sempre maggiore facilità i confini ed i controlli. Ma se ci guardiamo attorno possiamo vedere con chiarezza come le prerogative sovrane degli Stati-nazione non siano affatto svuotate od impotenti. Basta guardare alle potenti politiche di sviluppo avviate dai governi progressisti in America latina (a partire dal Venezuela) od ai provvedimenti presi dalla Cina popolare nel frangente dell’ultima crisi economica (per non parlare del suo stesso modello di sviluppo), od alle parziali nazionalizzazioni in corso in Russia. Lo Stato, laddove vi siano élites politiche che ne hanno la volontà e la capacità è il protagonista assoluto dello stesso sviluppo economico. Per gestire i problemi delle nostre società sempre più complesse non è possibile affidarsi all’anarchia del mercato, occorre avvalersi di una programmazione dirigista e chi lo fa è avvantaggiato nella competizione globale. La presente crisi ha dimostrato che quando si parla di interesse generale, di stabilità del sistema paese, di investimenti, di guardare al futuro, di benessere e stabilità sociale, il sistema liberista anglosassone è fallimentare e genera una diffusa povertà. E’ quanto ha recentemente ammesso l’ex primo ministro francese Dominique De Villepin, punto di riferimento dei settori transalpini che vogliono riproporre la tradizione gollista. La discontinuità tra XX e XXI secolo non è poi stata tale da stravolgere completamente tutto. La forza di gravità esiste ancora e così anche alcuni principi strategici di base che, come notava il geopolitico americano Alfred Mahan, per la loro stessa natura sono sempre quelli che risentono meno dei segni del tempo.

La stessa tendenza degli Stati a coordinarsi in grandi spazi aggregati di dimensione semicontinentali non comporta automaticamente il riconoscimento della crisi dello Stato nazionale. Questo processo di aggregazione spesso non avviene mortificando la sovranità, ma esaltandola. Né l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, né l’Unasul od il Mercosur o l’Alba svuotano la sovranità nazionale dei partecipanti. Anzi, queste organizzazioni, che radunano Stati nazionali che si oppongono all’imperialismo, proprio perché rappresentano un contrappeso alle forze mondializzanti dell’Anglo-America, garantiscono la difesa della sovranità nazionale da processi di svuotamento e di imposizione di un neocolonialismo post moderno. Quando si guarda a queste esperienze si cita troppo spesso a sproposito il precedente e l’esempio del processo d’integrazione europea. E’ vero che quegli stessi paesi guardano a quanto (bene o male) l’Europa ha fatto in termine di integrazione. Ma ciò è naturale essendo quello europeo un primo e “grande” tentativo. Che stiano ripercorrendo i nostri passi o che siano intenzionati a farlo rappresenta un altro paio di maniche. In quanto primo tentativo non è certo alieno da difetti. Nell’Ue ci si è spinti certamente avanti nel delegare a commissioni supernazionali molte delle prerogative dello Stato sovrano. Questo ha portato però a porre in posizioni chiave una burocrazia tecnocratica legata a doppio filo alla finanza transnazionale anglo-americana ed ai centri atlantici ed ora questa burocrazia gode di competenze che sfuggono ad una gestione democratica. L’europarlamento non è altro che un’obesa sovrastruttura priva di potere reale ed attraversata dalle lobbies. Da notare che l’integrazione arranca proprio in quei settori (esteri e difesa) che più di altri dovrebbero mostrare la vitalità di una costruzione nuova. Qui pesa la mancata volontà politica delle élites europee. Perché? Evidentemente perché integrate in una trama atlantica cui sono subalterne da ormai 60 anni. Qualsiasi paese voglia aderire all’Ue deve prima passare dalle forche caudine dell’ammissione alla Nato, cioè da una struttura subordinata agli interessi geopolitici degli Usa. Chi vuole entrare ma diverge dalle strategie di Washington è tenuto ai margini (emblematico è il trattamento riservato alla Turchia prima e dopo l’avvento dell’AKP). Da noi di fatto l’integrazione, se potenzialmente ha ritagliato alcuni spazi di potenziale sfida agli Stati Uniti (come in ambito monetario), dall’altro ha segnato una marcata atlantizzazione e quindi soggezione agli stessi. Questo è solo uno dei problemi posti dal modello integrativo dell’Unione europea. Un altro grande, rilevante problema, è dovuto al fatto che in una struttura sopranazionale come la Ue gli Stati che ne fanno parte non sono solo sottoposti ad una pressione dall’alto, da Bruxelles, ma anche a spinte centrifughe dal basso, in senso anche pericolosamente secessionista. Si vedano i casi del Belgio e dell’Italia. L’essere in un contenitore più grande, cui si delegano prerogative proprie che dovrebbero essere inalienabili per una democrazia degna di questo nome, favorisce lo spudorato manifestarsi di opzioni separatiste che si sentono sicure di poter agire in una cornice che sarà in grado di evitare rotture brusche.
Se guardiamo alle altre integrazioni regionali possiamo notare che esse, se puntano ad un aumento del coordinamento tra i paesi partecipanti in tutti i settori e ad una messa in comune delle risorse per far fronte a sfide cruciali nei settori strategici, sono ben lungi dal porsi l’obiettivo del superamento dello Stato nazionale o della delega della sovranità.

– La questione nazionale nella storia del movimento comunista

Contrariamente ad una superficiale interpretazione, data a seconda dei casi per ignoranza o per malafede, i partiti comunisti, così come si sono caratterizzati nel corso del Novecento, non sono affatto estranei all’idea di nazione. Lo stesso concetto di internazionalismo non significa affatto, contrariamente a quanto ritenuto da molti, negazione delle nazioni ma fratellanza tra le nazioni, cioè tra i popoli. Inter significa tra, solamente nell’eterodossia trozkista ed in determinati segmenti della nuova sinistra post-sessantottina il suffisso inter è stato sostituito concettualmente dal suffisso a, fino ad arrivare a coniare slogan come: “il proletariato non ha nazione, internazionalismo rivoluzione!”, uno degli slogan tra i più pericolosi e fuorvianti che vi siano. Disgraziatamente tale modo di vedere ha finito con il prendere il sopravvento in una sinistra sempre più sinistrata, sempre più alla deriva ideologica, politica e strategicamente priva di bussola.

Nel corso del Novecento il movimento comunista internazionale in fase di ascesa aveva invece prestato una particolare attenzione alla questione nazionale. Si spiega così perché i vari partiti comunisti, in diverse aree del globo, si siano posti alla guida dei movimenti di liberazione nazionale. Oltre a ricordare l’elaborazione bolscevica della questione nazionale dovuta principalmente a Stalin, che meriterebbe una trattazione a parte, ciò è particolarmente evidente nell’esperienza cinese e in quella vietnamita. Entrambi i partiti comunisti di questi paesi, che pure hanno operato ed operano in contesti diversi, hanno conquistato una solida egemonia politica sulle masse perché hanno saputo mettersi in primo piano nella lotta nazionale per la liberazione della loro patria dalle Potenze coloniali e neocoloniali e dai traditori che le hanno appoggiate, vendendo il proprio popolo.
In particolare il successo della rivoluzione cinese nel 1949 arriva al termine di un lungo ciclo di lotte per restituire alla Cina la propria indipendenza ed unità e per scongiurare il pericolo reale e drammatico della scomparsa della Cina a causa della dissoluzione dello Stato centrale seguito alla crisi di fine Ottocento ed al tentativo di conquista e colonizzazione giapponese avvenuto negli anni ’30 e ’40 del Novecento. Il successo della strategia di Mao e dei comunisti cinesi non si può comprendere solo alla luce della centralità data alle miserabili masse contadine nel processo rivoluzionario, aspetto comunque di fondamentale importanza. Si deve comprendere nel quadro più ampio della lotta condotta per la liberazione nazionale del popolo cinese e per la sua sovranità. E’ questo che ha spinto il giovane PCC all’alleanza organica con i nazionalisti guidati da Sun Yatsen su una base programmatica avanzata. Non è un caso che i primi sviluppi e successi del PCC si registrarono proprio nella fase del governo di Canton, quando congiuntamente nazionalisti e comunisti si allearono contro il flagello rappresentato dai signori della guerra, quinte colonne dell’imperialismo.
Quando, in seguito alla morte di Sun, nel Kuomintang presero il sopravvento con Chang Kaishek generali felloni, capi dell’aristocrazia latifondista e traditori in combutta con le Potenze imperialiste, l’alleanza si ruppe ed iniziarono le spietate campagne contro i “rossi”. Il Pcc ebbe la capacità di riprendere la bandiera di Sun (nazionalismo, democrazia, benessere del popolo) e di farla propria contrapponendola al tradimento compiuto da Chang. Anche durante il periodo più difficile della lunga marcia, i comunisti tennero sempre come stella polare la questione nazionale. Il Pcc, in quello sforzo gigantesco, trasse incredibili energie dalla prospettiva di insediarsi nelle nuove basi del nord-ovest al fine di poter essere in prima linea per contendere agli invasori giapponesi, penetrati dalla Manciuria, palmo a palmo il territorio del proprio paese.
Durante la guerra antigiapponese il comportamento del Pcc, in prima linea nella guerra di liberazione nazionale, fece si che i comunisti si affermassero come la forza più prestigiosa ed affidabile cui il popolo cinese poteva rivolgersi (come all’epoca notarono anche numerosi inviati statunitensi). Il comportamento ambiguo e deleterio del regime di Chang Kaishek, più occupato a tramare per la guerra civile che a difendere la propria gente dall’occupazione straniera, divenne allora evidente. Fu nel corso di quella guerra che mutarono i rapporti di forza tra i comunisti ed i nazionalisti. E’ grazie alla coerente adozione della questione nazionale come orizzonte ideale e strategico se nel 1949 i tempi furono maturi per rovesciare la dittatura di Chang, riunificate la Cina ed avviarla lungo la strada dell’emancipazione più vasta che la razza umana abbia mai visto.
Come ha notato la più importante sinologa italiana, Collotti Pischel, grazie a questa politica l’unico fronte nazionale che acquisiva un senso era quello costruito attorno all’egemonia del PCC: “Il legame tra la lotta di classe e la lotta nazionale fu la caratteristica dell’opera storica di Mao e anche delle forti e non riassorbibili caratteristiche nazionali del Partito comunista cinese. A questo punto dobbiamo cessare di vedere l’intensità delle caratteristiche nazionali in un partito comunista come il segno di una ‘carenza’: in Ho Chi Minh non fu una carenza l’essere il maggior dirigente nazionalista del Vietnam e al tempo stesso un marxista che sapeva condurre un’analisi di classe interna e internazionale”1.

L’importanza della questione nazionale nell’elaborazione e nella strategia dei comunisti non è mai stata una devianza, un fenomeno deleterio ma ha rappresentato un aspetto imprescindibile ed una carta vincente del loro operare. Imprescindibile perché qualsiasi forza politica nasce e si sviluppa in un contesto nazionale specifico, in una comunità che ha una sua storia e delle caratteristiche sue proprie.
Ciò non è vero solamente per le realtà dell’Asia ed in generale di quelle regioni del globo che hanno conosciuto il giogo coloniale o che comunque si sono trovate schiacciate dal rullo compressore imperialista. Anche in Europa tale questione si impone alla riflessione in tutta la sua portata. Non si può accettare il patriottismo di quanti lottano nel così detto Terzo mondo e poi negare il proprio. Non si può inserirlo nel proprio orizzonte culturale quasi si trattasse di un’appendice esotica e non saperlo armonizzare in un più ampio e fecondo orizzonte politico e strategico. Innanzitutto perché anche la storia dei comunisti in Europa è una storia segnata dall’importanza della questione nazionale.

Ciò è particolarmente evidente in Russia, dove i comunisti arrivarono al potere in un periodo di torbidi segnati dalla difficile eredità del fiasco zarista nella prima guerra mondiale, dalla guerra civile e dall’interveto straniero. Dopo aver superato queste difficoltà, si trovarono nelle condizioni di gestire un paese accerchiato nel quale tutto ciò che non era da ricostruire era da edificare. Così, come ha notato Losurdo, divennero con Stalin i principali edificatori della Russia in quanto stato-nazione su nuove basi2.
Dopo il fallimento della rivoluzione in Occidente le attese messianiche vennero messe da parte dalla svolta realista operata da Stalin. La costruzione del socialismo in un paese solo, lungi dal rappresentare una marcata discontinuità di natura ideologica volta a rompere con l’internazionalismo, rappresentò una scelta obbligata in un contesto definito: quello dell’accerchiamento imperialista del nuovo Stato sovietico. Il fine era costruire una Potenza moderna su basi sovrane e non capitalistiche che potesse difendersi da un possibile assalto esterno e dare vita ad un nuovo ordine che garantisse i bisogni di un popolo che aveva affrontato la terribile prova della rivoluzione e della guerra civile. Il mezzo per giungerci era dato da una industrializzazione necessariamente rapida che avrebbe dovuto incrociare la generale modernizzazione della società sovietica tramite la scolarizzazione di massa, la meccanizzazione dell’agricoltura, la mobilitazione totale delle risorse umane e materiali disponibili nell’immenso paese. La molla per far fronte a questa titanica sfida fu data non solo dall’afflato a costruire una società socialista od a quello più prosaico di ottenere un netto miglioramento delle proprie condizioni e delle proprie aspettative di vita per milioni di persone (ed in questo la strategia di Stalin incontrava sicuramente le aspettative della maggioranza della popolazione più di qualsiasi altra suggestione, come ha notato lo stesso dissidente Alexander Zinoviev) ma anche dal richiamo al patriottismo. L’inserimento della rivoluzione bolscevica e della successiva difesa del paese dall’intervento straniero nell’epopea storica nazionale furono un primo passo per legittimare il nuovo regime come l’incarnazione di un potere nuovo, popolare, sulla base della gloriosa, tradizionale, storia del paese. La prova della seconda guerra mondiale contro la Germania hitleriana, non a caso chiamata “Grande guerra patriottica”, fu il momento culminante di questo processo3. Ancora oggi la vittoria sul nazifascismo rappresenta un elemento chiave del patriottismo russo ed un momento particolarmente sentito della loro storia, della loro identità. Un fatto questo che ha indissolubilmente legato la Russia al periodo sovietico, pur tramontato.

Anche in Europa la questione nazionale si è imposta. Basti pensare al fenomeno della Resistenza europea ed al peso che in essa ebbero i comunisti, specialmente in alcuni paesi (dalla Jugoslavia alla Grecia, dalla Francia all’Italia…).
Il caso del Pci è in particolar modo indicativo dell’attenzione e del rilevo che venivano dati alla questione nazionale. Non va dimenticato che Gramsci e Togliatti erano innanzitutto uomini di una profonda cultura che si sentivano eredi delle correnti più avanzate del Risorgimento e che si ponevano (analogamente ad altre tendenze democratiche di diversa ispirazione) il problema dell’inserimento delle masse popolari e lavoratrici nella vita dello Stato unitario, da cui erano state escluse dal regime liberale. I due storici leader del Pci nascevano cioè da un brodo culturale tipicamente nazionale, con i suoi pregi ed i suoi difetti. Approdarono al comunismo nella convinzione che esso rappresentasse il moto storico, la prospettiva strategica, capace di condurre all’emancipazione delle classi popolari ed alla risoluzione di tutte quelle contraddizione che la nostra storia nazionale aveva, per un insieme complesso di cause, lasciate aperte. Questo aspetto è evidente in tutta l’azione svolta dal Pci nella Resistenza e nella costruzione dello Stato democratico, dalla svolta di Salerno in poi. Ma la questione nazionale ed il richiamo al patriottismo emergono già prepotentemente dai discorsi che Togliatti rivolse agli italiani da Radio Mosca.
Anche nella guerra di Liberazione, proprio nella guerra di Liberazione, il Pci si pone come forza patriottica ed internazionalista al tempo stesso. Si pone l’obiettivo di lottare contro l’occupante tedesco e contro i residui del fascismo che hanno seguito Mussolini nel suo tradimento. Ma la sfida in quel frangente è anche un’altra, non meno impegnativa, cercare di risollevare il paese dalla sconfitta in cui era stato trascinato dal precedente regime e garantire all’Italia la possibilità di disporre nuovamente di sé, unita e sovrana, all’indomani della guerra. Contrariamente alle interpretazioni oggi in voga l’assetto postbellico era allora assai fluido ed a Yalta non venne deciso tutto. L’ordine bipolare sanzionato dalla cortina di ferro prese corpo progressivamente per effetto delle ambizioni e delle reciprocità che caratterizzarono le relazioni tra le Potenze nell’immediato dopoguerra. Beninteso, l’avanzata degli eserciti degli occidentali piuttosto che dei sovietici poneva certamente delle ipoteche, ma quale effetto queste avrebbero avuto e fin dove il controllo dei vincitori si sarebbe spinto era questione aperta a più soluzioni.
L’impegno profuso nella lotta avrebbe dovuto garantire al Pci il peso ed il prestigio necessari per esercitare un’influenza nelle vicende politiche italiane al fine di superare l’istituto monarchico e completare il processo rimasto incompiuto con il Risorgimento accanto ed in sintonia con le altre forze patriottiche. Queste erano le intenzioni alla base della svolta.
E’ da notare che anche quando la collaborazione con i partiti di massa venne rotta dall’esplodere della guerra fredda fu il Pci ad ergersi a difensore della sovranità nazionale contro la tutela crescente esercitata dagli Usa tramite il patto atlantico. Da allora nella storia politica dell’Italia repubblicana la lotta per l’attuazione della Costituzione e quella per uno sviluppo democratico del paese fecero il paio con quella per l’autonomia della politica estera italiana come appare evidente nel periodo di scontro cruciale tra queste opzioni (1953-1963), allorché ci si trovò alle prese con la transizione dal centrismo al centrosinistra.
Ma i richiami al patriottismo erano insiti anche nella simbologia, con il ricorso al tricolore nello stemma del partito o (ancora precedentemente) con la scelta del nome “l’Unità” quale testata del proprio organo ufficiale.

Successivamente questa ricca ed efficace elaborazione è venuta meno. E solo paradossalmente questo scivolamento della questione nazionale nell’oblio si è prodotto proprio quando, con il nuovo corso dell’eurocomunismo, il Pci ha attuato uno strappo con gli altri partiti comunisti ed ha accettato l’ombrello atomico della Nato. La rimozione della questione nazionale è avanzata lentamente ma inesorabilmente nella sinistra italiana di pari passo con altre rimozioni analoghe fino a configurare uno snaturamento o, come qualcuno lo ha definito, un processo di “mutazione genetica” del partito e del corpo militante che vi faceva riferimento. Resta una questione aperta comprendere quanto a tale svolta abbia concorso la penetrazione di alcune suggestioni e di alcune interpretazioni della storia del movimento operaio che confusamente si sono affermate dopo lo sconvolgimento politico, ideologico e culturale prodotto dal ’68 fino agli inizi degli anni ’70.

– Cos’è il patriottismo e perché è necessario

Il patriottismo ed il sentimento di appartenenza ad una comunità nazionale non comportano affatto l’estraneità, l’insofferenza od il disprezzo verso coloro che di quella comunità non sono parte. Vi è una differenza abissale tra chi apprezza la propria cultura e lotta per il proprio paese mostrandosi solidale con le lotte compiute da altri popoli per le stesse ragioni e chi sostiene la superiorità del proprio paese e vuole negare ad altri ciò che per lui vi è di importante. Il generale De Gaulle soleva dire che il patriottismo è amare il proprio paese, il nazionalismo odiare quello degli altri. Questo inciso è piuttosto efficace, ma non vi è bisogno di risalire allo statista francese per trovare nella storia elementi che dovrebbero bastare per archiviare l’insulsa osservazione in base alla quale basta sentirsi parte di una comunità per avere atteggiamenti esclusivi o ghettizzanti nei confronti degli “altri”. Dal Risorgimento in poi tutti i veri patrioti non hanno mai mancato di mostrare solidarietà alle lotte di liberazione di altri popoli, spesso non solo a parole. In questa chiave il patriottismo si sposa con l’internazionalismo. Nell’età dell’imperialismo il nazionalismo è invece stato utilizzato per rivendicare alle Potenze il diritto di soggiogare altri popoli, altre nazioni. Notava Pietro Secchia che nell’età della più aspra competizione inter-imperialista i ceti alto borghesi ed oligarchici dei paesi sviluppati, legati tra loro dal comune sentimento cosmopolita, utilizzarono l’arma del divulgare una visione astratta della nazione al fine di irreggimentare i popoli in una solidarietà di facciata con le loro élites e farli marciare contro gli altri per i propri scopi. L’idea di nazione che avevano i comunisti era, sosteneva l’ex commissario delle brigate garibaldine, più concreta perché la nazione è nella sua stragrande maggioranza il popolo e l’interesse della nazione è quello del popolo. Quanto avesse il senso della nazione la grande borghesia italiana lo si vide quando, nel secondo dopoguerra, corse a ripararsi sotto l’ombrello atomico americano. Il patriottismo non è la sua degenerazione imperialista ed il cosmopolitismo non c’entra nulla con la solidarietà internazionalista4.

In realtà nel linguaggio corrente degli ultimi decenni il termine di patriottismo è stato reso interscambiabile con quello di nazionalismo laddove si descrivevano i movimenti di liberazione di gran parte del mondo (dall’Algeria alla Palestina, dall’Africa nera all’Oriente asiatico).
Si può distinguere l’ambiguità dei termini tenendo presente ciò che sosteneva Huey Newton, fondatore del Black Panther Party: “Ci sono due generi di nazionalismo, il nazionalismo rivoluzionario ed il nazionalismo reazionario. Il nazionalismo rivoluzionario dipende dal processo rivoluzionario del popolo ed ha come obiettivo di portare il popolo al potere. Di conseguenza essere un nazionalista rivoluzionario porta necessariamente ad essere socialista”.
Nel suo celebre scritto Il marxismo e la questione nazionale Stalin metteva in relazione le rivendicazioni nazionali con il segno di classe che esse di volta in volta assumevano in un dato contesto e soprattutto con l’effetto che esercitavano nel computo generale della lotta contro l’imperialismo. Che vi sia un legame tra questione nazionale e classe sociale appare vero sin da quando, all’inizio della rivoluzione francese, Sieyès sostenne che il “Terzo Stato” era la nazione e che gli ordini aristocratici perciò non erano nulla, se non un corpo estraneo che campava parassitariamente su di essa. Che vi siano stati nella storia, e che vi siano oggi nella storiografia, diversi e molteplici modi di guardare alla questione nazionale, di definire il senso di concetti utilizzati frequentemente in modi diversi e divergenti (come appunto quelli di nazione e nazionalismo) è un fatto acclarato e che meriterebbe però una più ampia ed esaustiva trattazione.

Qui interessa per il momento togliere una prima patina di ambiguità ad un termine e ad un concetto, ad una prospettiva, che sono stati posti per lungo tempo all’indice con risultati catastrofici.

– La questiona nazionale al crocevia delle scelte nodali

Il recupero del patriottismo e il ritorno alla riflessione sulla questione nazionale si impongono all’Italia di oggi, da più punti di vista. Dal punto di vista economico solo il ritorno ad un qualificato intervento pubblico può permettere di lasciarci alle spalle il fallimentare modello neoliberista importato dall’Anglo-America. Il neoliberismo ha azzoppato la nostra economia e scosso fino alle fondamenta la nostra società generando miseria, esaltando la cancrena individualista, seminando disillusione, sfiducia, rabbia, sottocultura e violenza. E’ la punta di lancia di un più ampio e preoccupante processo di americanizzazione che rischia di distruggere la nostra civiltà (messa in crisi da qualcosa di assai più concreto del fenomeno migratorio). La crisi economica e sociale lascia ampio spazio alla demagogia disgregatrice di forze secessioniste e xenofobe, oggettivamente anti-nazionali. Sul piano economico solo una politica di programmazione può raccogliere le risorse che servono per far fronte alla sfida portata dalla crescita dei paesi emergenti. L’investimento nella ricerca e nelle tecnologie d’avanguardia non è più rinviabile e deve rappresentare uno sforzo lucidamente coordinato verso obiettivi definiti. Dal punto di vista sociale occorre sostenere la necessità di restituire agli italiani quel potere d’acquisto la cui erosione ha bloccato l’economia e lo sviluppo del paese. Il recupero della questione nazionale, dell’attaccamento ai valori della Patria repubblicana, la riscoperta dei momenti alti della nostra storia rappresenta il filo di un discorso da riprendere e da riallacciare alla necessaria politica di giustizia sociale che impone, per il bene dell’intera comunità nazionale, una equa ripartizione del carico fiscale ed una capillare redistribuzione della ricchezza nella spesa sociale. Dal punto di vista più strettamente politico e istituzionale consente di imprimere maggior forza ed incisività alla necessaria e vitale battaglia di sostegno alla Costituzione Repubblicana, che rappresenta “quel patto giurato tra uomini liberi che si chiama ora e sempre Resistenza” e che, piaccia o meno, rappresenta la base sulla quale è rinata la Nuova Italia ed al tempo stesso contiene in nuce gli elementi utili per il suo felice ed armonico sviluppo.
Il recupero di tale tematica permette di raggruppare e di parlare ad un numero maggiore di persone, quale che sia la loro origine, la loro ideologia, o le loro sensibilità; rappresenta qualcosa di rassicurante, proprio perché nelle attuali convulsioni la gente è in cerca di certezze, punti fermi. La questione nazionale consente di traghettarla ad approdi sicuri, consente di rimettere in circolo una alternativa politica su tutte le questioni essenziali e strategiche del nostro tempo. Rappresenta, infine, una potente arma di delegittimazione e di legittimazione che non è possibile lasciare a coloro che operano contro gli interessi nazionali. Consente, infine, di disegnare una prospettiva strategica di uscita da una crisi che non è solo economica e/o congiunturale. Senza tale prospettiva qualsiasi singola battaglia, benché giusta, resta una scaramuccia di retroguardia che non può diventare controffensiva.

La drammatica fase che attraversiamo impone la ripresa di una bandiera per fare intendere determinati, cruciali, discorsi a tutti gli italiani, quali che siano le loro origini, le loro sensibilità le loro appartenenze. Impedisce che il tricolore venga strumentalizzato da coloro che concretamente operano contro l’Italia trascinandola alla rovina e consente di additare di fronte a tutti ciò che è necessario in questo momento. Non è poco.

Note

1. E. Collotti Pischel, “Fenomeno nazionale” e questione coloniale; in: AA.VV., Momenti e problemi della storia dell’URSS; Roma, Editori Riuniti 1978, pp.242-243

2. Si veda: D. Losurdo, Stalin: storia e critica di una leggenda nera; Roma, Carocci 2008

3. Per tali aspetti rimando al pur discutibile saggio di Giuseppe Boffa, Componente nazionale e componente socialista nella rivoluzione russa e nell’esperienza sovietica; in: Momenti e problemi, op. cit., pp.15-32

4. P. Secchia, Nazionalismo borghese e patriottismo proletario; Roma, La stampa moderna, 1951