La questione delle carceri

La questione dell’indulto, oppure – potremmo dire – la questione delle carceri. Vedete, se cambiamo un po’ le parole cambia molto il modo nel quale si presenta il problema. Il provvedimento di clemenza che è stato votato dal Parlamento nei giorni scorsi – e che ha sollevato una ondata di proteste, o di malumori, o di maldipancia, nell’opinione pubblica, in modo trasversale, da destra a sinistra e fin dentro, profondamente dentro, l’elettorato e persino il quadro attivo di Rifondazione comunista – contiene tutti e due gli aspetti. L’aspetto principale – immediato, concretissimo – è quello carcerario. E sullo sfondo c’è l’aspetto del “perdono”, dell’indulgenza, che invece nascondono una questione culturale molto grande, che Rifondazione comunista ha già affrontato, ma solo in parte e in modo non definitivo, evidentemente, quando ha discusso della scelta nonviolenta.
L’indulto come questione carceraria è invece un problema semplicissimo. La questione carceraria è una questione di classe. Assolutamente di classe. Pochi altri problemi politici attuali rispondono in modo così netto e inequivocabile alla vecchia definizione marxista. Le grandi contraddizioni dell’epoca moderna contengono sempre un nucleo di “classe”, ma sempre di più questo nucleo è arricchito – e in parte attenuato o modificato o persino stravolto – da conflitti, o problemi, o contrasti, strutturali e sovrastrutturali, che non rispondono allo schema classico. La questione carceraria invece no: ci si pone in modo più o meno identico a come si poneva nell’ottocento. La popolazione carceraria è per il 95-97 per cento composta socialmente di ceti bassi e bassissimi. In politica il 95-97 per cento equivale al tutto. Da questo punto di vista la questione carceraria è interamente una questione di classe, e proprio per questo, solitamente, è rimossa, o negata, dai ceti moderati e dalle forze politiche conservatrici. Perciò non c’è da stupirsi se i principali sostenitori dell’indulto in Parlamento sono stati gli eredi dei vecchi partiti operai e dei radicali, insieme ai cattolici democratici, mentre le obiezioni sono venute – oltre che dai partiti tradizionalmente reazionari, ma questo era scontato – dai gruppi più recentemente assimilati alle sinistre (dipietristi, girotondisti, settori intellettuali ex azionisti, ex liberali, magistrati eccetera).

La possibilità di approvare un indulto (e a settembre si discuterà dell’amnistia) e di farlo con una maggioranza trasversale (visto che le nuove leggi, molto filo-carcerarie, chiedono la maggioranza dei due terzi per approvare norme di clemenza, mentre basta molto meno per varare inasprimenti delle pene) ha posto gran parte del mondo politico, specie di sinistra, davanti a complessi problemi di cultura politica, accennati in questi anni, ma mai presi di petto.

Ne elenco qualcuno. Primo, l’idea che si ha di legalità, e il gradino sul quale si mette la legalità nella scala gerarchica dei propri valori e della propria visione di politica e di Stato. Secondo, l’idea che si ha di magistratura, dei suoi compiti della sua autorevolezza. Terzo, l’idea che si ha del rapporto tra diritto e pena. Quarto, l’idea che si ha di intreccio tra politica e attività giudiziaria.
Sul primo punto si è molto discusso anche nei mesi scorsi, per esempio, a proposito del modo forte e autoritario con il quale Sergio Cofferati sta svolgendo il suo ruolo di sindaco di Bologna. Il secondo e il terzo punto li ha toccati l’ex giudice D’Ambrosio, senatore dell’Ulivo, sostenendo – più o meno – che l’indulto, modificando le pene, delegittima la magistratura, la quale è titolare dei processi e delle sentenze. (Ma io credo che la magistratura legittima se stessa e il suo compito perseguendo la verità e la giustizia, e tanto più riesce a stabilire la verità tanto più è autorevole: la sua autorevolezza non è proporzionale al numero dei carcerati o agli anni di carcere inflitti a rei e che i rei devono scontare).

Il quarto punto è politicamente il più delicato. Ne ha parlato ieri Paolo Franchi in un bell’articolo sul Riformista. Nel quale ricordava come da “Tangentopoli” in poi – cioè dagli anni ’90 – politica e giustizia si sono mischiate troppo, e si è fatta strada quell’idea secondo la quale, in fondo, il compito primario della politica è fare giustizia, cioè punire i corrotti; e che quindi, in ultima analisi, il ruolo dei politici onesti è una specie di ruolo di sostegno e di appoggio e di fiancheggiamento della magistratura, impegnata contro i politici disonesti. Questa idea – che pure parte da una aspirazione giustissima, comprensibile, all’onestà, alla pulizia – finisce per scolorare la politica, privarla della sua vera natura – la lotta tra idee diverse di società e di modi per costruirle – e spingere la sinistra verso una sponda sicuramente rigorosa e rigorista, ma sostanzialmente moderata e prudente. Vedete, il rischio di quello che – un po’ sprezzantemente – talvolta chiamiamo giustizialismo, è anche questo: trasformare la lotta politica in qualcosa di molto generico, che cancella le differenze e le riduce tutte ad una unica semplicissima (ma discutibilissima) coppia di categorie: onestà disonestà. Non che onestà e disonestà non siano categorie della politica e della morale, ma non possono essere l’unica, la principale, non possono essere il centro del conflitto.

L’approvazione dell’indulto, in qualche modo, sia pure simbolicamente, mette la parola fine su questa stagione, che ha coinvolto moltissimo la sinistra e il suo ceto politico. Ora, non c’è molto da meravigliarsi – osservava Franchi – se dopo 15 anni nei quali la grande maggioranza del ceto politico di centrosinistra si è fatto coinvolgere in quella idea della politica, oggi che se ne chiama fuori trova una enorme difficoltà a convincere gran parte dell’opinione pubblica della bontà della sua svolta. E’ naturale che sia così e a questo punto si apre un vero e proprio dovere alla “discussione di massa”, su tutti i punti di cultura politica che questa vicenda ha sollevato, e che sono importantissimi.

Vorrei affrontarne, in questa sede, uno solo – che sta avanti agli altri, è quasi propedeutico – e che riguarda il rapporto tra politica e consenso. Se noi partiamo dall’idea che capacità politiche e consenso – saggezza politica e consenso – siano direttamente e sempre proporzionali, tutta la discussione è inutile. Io credo che non sia così. Credo invece che questa convinzione sbagliata sia alla base di una certa degenerazione della cultura politica che ha dilagato negli ultimi 10 o 20 anni. I primi artefici di questa degenerazione sono i sondaggisti. Sono loro che hanno imposto una pratica – della quale Berlusconi è stato maestro, ma non solo lui – secondo la quale le scelte politiche sono imposte dalle indagini demoscopiche. Rovesciando così l’idea – alta e antica – di “politica” come capacità di formazione dello spirito pubblico.

Una prova – che francamente mi ha stupito – del largo diffondersi di questo metodo, sta nella parole di Gerardo D’Ambrosio – persona per altro serissima e molto colta – in una intervista che ha rilasciato all’Unità. Chiede, polemico, D’Ambrosio: «Ma i miei colleghi li leggono i sondaggi? Lo sanno che la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica è contro l’indulto?». Voi capite che se davvero, in materie così delicate, la bussola – per il potere politico – fossero i sondaggi, nessuno, probabilmente, ci salverebbe dal ritorno della pena di morte, come negli Stati Uniti. E che il sondaggio possa diventare metro di giudizio per un giudice serio e indipendente come D’Ambrosio, capite, un po’ preoccupa.