La questione della sicurezza e il dibattito nell’Unione

Non occorre essere malpensanti per accorgersi che in seno all’Unione è in corso un’aspra lotta (competition is competition) per il titolo di primo alfiere della sicurezza. Come sempre, l’incombere delle elezioni provoca lo scatenarsi dei peggiori istinti. Ma questa volta il gioco si fa davvero duro.
Si è cominciato con le aperture nei confronti del «pacchetto anti-terrorismo» del governo, si è continuato con la pressante richiesta di prendere subito «decisioni efficaci», e si è finito con il formulare proposte a dir poco allarmanti, in un crescendo di cui non si intravede la fine. Sul «pacchetto» Pisanu, Ds e Margherita (ma anche qualche voce isolata nella «sinistra di alternativa») hanno assunto un atteggiamento benevolo, che si spiega con il parossismo emergenziale del dopo-Londra. Le misure proposte dal governo vengono definite «ragionevoli» e si assicura che non si tratta di «leggi speciali». La verità è che sono provvedimenti pericolosi, oltre che di assai dubbia utilità. Non si capisce che senso abbia (se non quello di «dare un segnale») raddoppiare la durata del fermo di polizia, come se 12 ore non fossero sufficienti a svolgere gli accertamenti tramite le banche-dati. Le espulsioni facili serviranno solo a rendere la vita di migliaia di migranti ancor più grama di quanto già non sia. Subito dopo la presentazione del «pacchetto» alla Camera, nella sola Lombardia sono state operate 52 espulsione, nessuna delle quali a carico di «sospetti terroristi». Lo stesso si dica per l’identificazione delle centinaia di migliaia di cittadini che ogni anno comprano schede telefoniche e per l’intercettazione «preventiva» delle comunicazioni telefoniche ed e-mail. Mentre si apprende che la Lega l’ha spuntata, se non ancora sull’istituzione per decreto della Superprocura anti-terrorismo, almeno sul prelievo forzoso di saliva e capelli per l’esame del Dna, l’unica cosa certa è che un altro pezzo della nostra libertà civile se ne va.
Robetta? O nuovi tasselli di un diritto penale speciale da applicarsi in base a semplici sospetti? Sta di fatto che queste misure hanno subito incontrato il favore di larga parte dell’opposizione e soprattutto dei Ds che, per bocca dell’on. Violante, prima si dichiarano del tutto «disponibili» a sostenere le proposte di Pisanu. E poi, il 21 luglio, diffondono un loro «pacchetto anti-terrorismo» va molto al di là dei progetti del governo. Si chiede subito la Superprocura; si chiedono più soldi «per la sicurezza» (come se per le intercettazioni in Italia non si spendesse già oggi, in percentuale, più di quanto si spende negli Stati Uniti); si chiede la prova del Dna anche per le indagini dell’antimafia e sulla criminalità comune. Si incalza il governo, proclamando che bisogna fare «come fanno i terroristi, batterli in velocità». E, finalmente, si propugna un’ulteriore revisione dell’art. 270bis del codice penale «con riferimento alla decisione quadro dell’Unione europea e dell’Onu». Come se la normativa vigente (licenziata dopo l’11 settembre) non recepisse già sostanzialmente tali direttive. E come se in queste non vi fosse proprio nulla da eccepire.
In particolare la Decisione quadro dell’Unione europea «sulla lotta contro il terrorismo», assunta dal Consiglio della Ue il 13 giugno 2002, contiene una definizione di terrorismo che desta serissime preoccupazioni per la vaghezza del dispositivo e per l’abnorme ampiezza dei riferimenti. Basti pensare che sono definiti «reati terroristici» i comportamenti che «minaccino» di «destabilizzare gravemente e distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche o sociali di un paese o un’organizzazione internazionale». Com’è facile intuire (e come è stato più volte sottolineato), un uso disinvolto di questa norma consente di punire come atti terroristici le più classiche espressioni del dissenso, considerato che la «destabilizzazione della struttura economica e sociale» capitalistica costituisce la vera finalità di manifestazioni di piazza, picchetti o cortei.
Ciò che maggiormente preoccupa in tali esagitate perorazioni a sostegno di una svolta emergenzialista nella lotta contro il terrorismo è l’evidente rifiuto di prendere coscienza della spaventosa regressione in atto nei Paesi occidentali dopo l’11 settembre (l’attacco alle garanzie e ai diritti nel nome della «sicurezza nazionale», il dilagare del razzismo «anti-islamico», il consenso di massa nei confronti di misure e uomini forti) e l’omissione di qualsiasi analisi complessiva dello stesso fenomeno terroristico, al di là dell’impatto emotivo provocato dall’incalzare degli attentati. L’on. Violante continua a evocare il ricordo degli anni Settanta, come se tra le Br e i misteriosi responsabili (esecutori e soprattutto mandanti) dell’11 settembre o delle bombe di Madrid o Londra fosse possibile un qualsiasi paragone. E siccome sa bene, l’on. Violante, che non lo è e che il terrorismo di oggi non si comprende senza tenere presente la carneficina irachena (a proposito: la direttiva europea definisce terrorismo ogni atto che «intimidisca gravemente la popolazione»: ritiene l’on. Violante che la guerra scatenata da Bush e da Blair contro l’Iraq rientri in tale fattispecie?), per questo mette le mani avanti, osservando che l’11 settembre ha preceduto l’attacco a Baghdad. Come se in Iraq la guerra non durasse dal 1991, come se l’embargo non avesse ucciso oltre un milione di innocenti (più di 600mila bambini), come se i raid anglo-americani sulle no-fly zones non fossero proseguiti ininterrottamente in questi quindici anni.
Il terrorismo è un flagello che miete vittime incolpevoli, una manifestazione di cieca violenza che nessuna persona civile può giustificare. Ma chi non si sforza di capire da dove nasca e perché non fatichi a reclutare manovalanza disposta a tutto, non è in grado di prospettare utili contromisure. E chi invoca risposte di pura repressione senza impegnarsi affinché il massacro scatenato dall’Occidente cessi immediatamente, si assume le più gravi responsabilità.