La prova del governo sarà il patto fiscale

E’ soddisfatto, Guglielmo Epifani, e lo dice subito. La fatica di mettere insieme, in una conclusione unitaria che investe anche la lista dei componenti il Comitato Direttivo, si stempera in un ringraziamento generale. A Gianni Rinaldini e Giampaolo Patta, capifila delle tesi alternative che hanno vivacizzato – come argomenti e vis polemica – il quindicesimo congresso della Cgil; al sindacato pensionati (lo Spi) che ha rinunciato ad alcuni dei posti nel direttivo per consentire di dare una dignitosa rappresentanza (comunque non proporzionale ai voti) ai portatori di quelle tesi; a tutti i compagni che hanno lavorato dietro, davanti, sotto e sopra per portare a termine questa gigantesca consultazione democratica. E’ un discorso ovviamente più breve della relazione introduttiva, ma ne ribadisce gli snodi. A partire dall’unica seria contestazione politica, riguardante la proposta – all’auspicato governo di centrosinistra – di un patto di legislatura incentrato fin da subito sulla giustizia fiscale. L’argomentazione ricalca un po’ la logica della «salvezza nazionale», perché la «crescita zero registrata dall’economia italiana nel 2005 vien fuori addirittura da un +0,4% di esportazioni e dall’aumento della spesa pubblica», un classico negli anni elettorali. Altrimenti andrebbe registrata una recessione piena, aggravata dal peggioramento dei conti pubblici e dall’aumento dei tassi di interesse deciso dalla Banca centrale europea. Uno scenario che ricorda «il peggior periodo degli anni `80, sotto i governi Forlani e Craxi».

I delegati del resto hanno portato esperienze drammatiche e poco note di deindustrializzazione, come quella del centro di ricerca d’eccellenza dell’ex Siemens a L’Aquila. «Un declino ormai conclamato che soltanto la destra non vede e ha fatto trovare nuove vicinanze di linguaggio con Cisl e Uil». Con queste due organizzazioni resta in piedi il nodo irrisolto della «riforma delle regole contrattuali, nel senso di impoverire il livello nazionale per potenziare quello decentrato. Un’ipotesi che piace (moltissimo) a Confindustria e per nulla alla Cgil, perché se rinunciassimo alla difesa del contratto nazionale ci sarebbe una cadura del valore medio delle retribuzioni, un peggioramento delle condizioni di lavoro dei più deboli, la svalorizzazione della parte di paese che produce ricchezza. Così come non si capisce la resistenza della Cisl a sviluppare forme più avanzate di democrazia sindacale (sull’esempio del referendum confermativo, tra i lavoratori, degli accordi sottoscritti dai sindacati). Da qui la richiesta di una legge sulla rappresentanza. Da qui la necessità di prendere l’iniziativa, anche per non trovarsi – di fronte a un governo diverso – nella posizione di chi si può sentir rispondere, ad esempio nella definizione di una legge finanziaria, `oggi no, domani vediamo’. Incassa da Prodi la rinuncia alla «politica dei due tempi» (oggi il risanamento, domani lo sviluppo e la crescita salariale). Ma il sindacato è «autonomo, e verificherà atto per atto, mese per mese, gli impegni che Prodi ha preso qui».

Del resto ne aveva dato un esempio, pochi minuti prima Carlo Podda, segretario generale della funzione pubblica. Il contratto del pubblico impiego è infatti scaduto a dicembre e il governo Berlusconi non ha inserito nella finanziaria le risorse per coprirne il rinnovo. L’eventuale, auspicato, governo di centrosinistra è atteso perciò alla prova del Dpef: se non verranno lì indicate le risorse necessarie, autonomia del sindacato significherà sciopero del pubblico impiego. «Il vento del cambiamento, insomma, dovrà essere ben visibile». Ed Epifani indica nell’estensione della cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia il fatto simbolico che può dare il segno della svolta. L’unico timore che dobbiamo avere è che il vento del cambiamento possa non esserci. Non che siano risolti per sempre i problemi interni. Alla Fiom regala infatti qualche ruvida attenzione («la confederalità è un diritto di tutti, non di una singola categoria»).

E prima di lui anche Giampaolo Patta, per 22 anni animatore delle minoranze Cgil, si era chiesto se «il prezzo di svolgere un congresso unitario fosse valso la candela, perché ho visto tesi alternative usate più duramente delle vecchie mozioni contrapposte». Ma anche lui batte sul tasto dell’autonomia rispetto al governo e alle forze politiche. E aveva citato l’esempio della guerra, rispetto alla quale vede l’Unione – in previsione del voto parlamentare sul rifinanziamento della missione in Iraq – andare vero un preoccupante voto articolato, ossia diviso tra favorevoli, contrari o astenuti. Epifani, comunque, governa la Cgil con un’ampia maggioranza e una strategia al momento senza alternative. Ma sarà proprio l’invocatissima autonomia rispetto al governo il banco di prova della sua capacità di tenere insieme la necessità del conflitto sociale, per esigere diritti e redistribuzione della ricchezza, con la responsabilità di fare gli interessi generali del paese. Perché a Rimini, spiega, «è avvenuto il contrario di Parma, quando la Confindustria di D’Amato e Berlusconi strinsero un patto tra lobby contro i lavoratori e il paese». Qui, conclude, c’è stato un atto di impegno, rispetto e amore. Che richiede interlocutori all’altezza, non solo promesse pre-elettorali.