La proposta di Violante sulle impronte digitali: un nuovo tassello per mantenere buone relazioni con

Grazie direttore per aver messo in evidenza, in prima pagina, la proposta dell’onorevole Violante in un editoriale indignato dal titolo “Violante è impazzito”.
Purtroppo però, come noto, l’esponente diessino, che ricopre una carica importante e prestigiosa – Presidente della prima Commissione della Camera – e che è del suo partito una delle personalità più autorevoli, non è impazzito affatto, anzi conferma se stesso e una parte della cultura che attraversa buona parte degli schieramenti politici quando si parla di immigrazione.

Una cultura che si basa su alcuni capisaldi che ho imparato a conoscere molto bene da quando sono in Italia, e molto prima di ritrovarmi in parlamento.

Una cultura strutturalmente razzista che se si è insinuata negli interstizi del vivere comune ed è divenuta elemento fondativo nell’universo, spesso distante dalla realtà, della politica.

Ed è curioso vedere come gli stessi colleghi disposti ad insultarsi e ad aggredirsi per un emendamento della finanziaria, riescano a trovare comunanza di intenti quando si tratta di punire, reprimere, escludere, uomini e donne migranti colpevoli solo di non avere, o di avere, a causa di leggi ingiuste perso, il diritto a vivere legalmente in Italia.

Ma proviamo a vederli questi capisaldi alla luce della proposta di Violante e di altri suoi colleghi in cui si ipotizza di rendere ancora più rigida la Bossi Fini – che secondo il programma elettorale
dell’intera Unione doveva essere abrogata – rendendo ancora più grave e a prova di indulto il reato di non voler far conoscere la propria identità.

Dicono i proponenti che in questa maniera si tutelano gli interessi degli “immigrati buoni” quelli che rispettano le regole, peccato che poi di leggi per garantire l’esigibilità dei diritti fondamentali, civili sociali e politici, gli stessi proponenti non ne abbiano ancora prodotte. » curiosa l’idea che si possano aiutare i “buoni” punendo i “cattivi”. D’altra parte, e ne ho continua conferma nella città in cui vivo, Prato, ai “buoni” si chiedono anche cose che agli italiani, buoni o cattivi che siano, neanche ci si sogna, legando la concessione e il rinnovo del permesso di soggiorno a criteri di idoneità alloggiativi e socio sanitari che dovrebbero essere garantiti a tutti e non divenire un vincolo. Dimenticavo, anche Prato è amministrata da una giunta di centro sinistra. Ma a parte la logica buono/cattivo, si domandano i proponenti perché si arrivi a non poter declinare la propria identità o addirittura a rovinarsi le mani con gli acidi per perdere le impronte? Per molte e molti questo è l’unico modo per restare in Italia, magari facendosi sfruttare nel fiorente mercato del lavoro nero. Dietro il pericolo degli “alias” – come hanno ribattezzato coloro che ad ogni fermo hanno dichiarato nome e nazionalità diversa- si nasconde il fatto che la presenza senza titoli adatti o l’aver commesso anche piccoli reati come il commercio di cd masterizzati illegalmente, si tramuta in caso di identificazione nel fallimento definitivo di un progetto di vita, in un ritorno a casa senza vie di uscita se non la clandestinità perenne.

Violante, compie comunque la stessa operazione che durante il precedente governo di centro sinistra, venne posta in essere da Massimo Brutti (DS), arrivando a farsi plaudire da leghisti e nazionalalleati perché mira a rendere ancora più rigorosa e punitiva l’applicazione della Bossi Fini.

Ma è vero? In realtà secondo me si compie una operazione ancora più pericolosa, ripetendo quanto già fatto in passato.

Si scavalca la destra, da destra. Ci si dimostra culturalmente subalterni ad un modello di legalità formale e non sostanziale e in questo modo si offrono spazi, anche nella costruzione del pensare collettivo, che rafforzano l’immagine del migrante come potenzialmente pericoloso, della clandestinità intesa non come una condizione da cui si vorrebbe sfuggire, ma in cui si è intenzionati a restare. Si lascia spazio e si dimostra di condividere un approccio ostile verso chi arriva in Italia senza essersi perfettamente adattato alle esigenze del mercato del lavoro, fatte di ricattabilità, flessibilità e mobilità totale. Si dimostra di condividere le tesi di chi – non potendo rimuovere ne le cause ne l’esistenza di una immigrazione strutturale – pensa di poterne tenere perennemente i soggetti che la rappresentano in condizioni di subalternità. Una impostazione che tradisce non solo lo spirito del programma dell’Unione ma che fa compiere dei passi indietro ad un paese che lentamente e per proprio conto sta vivendo in maniera responsabile i cambiamenti che avvengono nella società che stiamo costruendo. Un colpo basso, uno dei tanti che da certi settori moderati dell’Unione giungono non solo per mere ragioni di consenso ma perché – è questo il dramma – fanno parte della cultura che esprimono. Del resto l’operazione è stata pensata in Piemonte, regione in cui si disquisisce anche nelle amministrazioni sul pericolo rappresentato dalla microcriminalità straniera ma non si muove una foglia rispetto alle infinite forme di caporalato e di sfruttamento a cui sono sottoposti uomini e donne, perennemente al nero, perennemente tenute in clandestinità.

C’è da sperare che si ritorni alla volontà di applicare il programma per quello che è. In quelle pagine nessuno parla di impronte, in quei propositi traspare la volontà di avvicinarsi alle istanze di cambiamento col passato e segnare una discontinuità.

Quando la questione delle impronte venne posta “da destra” ci furono molte salutari polemiche.

Queste dovrebbero essere più forti e più robuste oggi che giungono da settori del centro sinistra.

» singolare che le proposte giungano dalla stessa persona che anni fa chiedeva la pacificazione e il superamento della contrapposizione fascismo/antifascismo per chiudere i conti col passato.

Evidentemente si tratta di un altro tassello per buone relazioni con la destra, tanto del passato come degli immigrati, non importa niente a nessuno.

O no?