La proiezione del film “Zero” in Russia, i neocon USA ne vogliono fare una questione di Stato.

Abbiamo visto che in Italia nessuna testata giornalistica si è filata la clamorosa trasmissione del film «Zero» che il 12 settembre 2008 ha incollato davanti ai teleschermi decine di milioni di russi, sette anni dopo i mega-attentati dell’11/9. Neanche per stroncarla ferocemente. Niente: nessun mazziere, né un vice-mazziere, un Mario Pirani perennemente orripilato, un Pigi Cerchiobottista pedantemente inesperto di politica estera. Nulla di nulla. Uno dei più indecorosi buchi giornalistici mai visti nelle gazzette e telegazzette italiote.

In America invece il film italiano sarà una questione di Stato.
O, almeno, questo è l’auspicio di un articolo apparso sul «Weekly Standard», l’influente organo dei neoconservatori edito da Murdoch, ossia il settimanale che ha prodotto con ammirevole coerenza la benzina ideologica per tutte le catastrofi dell’amministrazione Bush di questi anni, un magazine così potente che – a dire di Scott McConnell – «se l’intento di Rupert Murdoch era quello di fare in modo che le cose succedano a Washington e nel mondo, non avrebbe potuto ottenerlo meglio con maggior sforzo. Uno potrebbe spendersi dieci volte di più in comitati di azione politica senza ottenere nulla di paragonabile al “Weekly Standard”».
La ‘bibbia’ dei neoconservatori, udite udite, dice proprio che il film «Zero», non importa quanto siano rilevanti le cose che avranno da dirsi Condoleezza Rice e Sergej Lavrov, dovrà – sì, dovrà – essere un argomento del loro prossimo incontro al vertice.
L’articolo porta la firma di Cathy Young, vissuta fino a 17 anni in Russia con il nome di Ekaterina Jung e poi trasferitasi negli Stati Uniti. Di famiglia ebrea moscovita, ha maturato una tale apostasia dell’identità russa da aderire, perfino nel nome, con lo zelo antitetico di tutti gli apostati, alla versione più bigotta – ancorché Young, ossia giovane – di un’altra visione del mondo: la visione neocon del “nuovo secolo americano”, della “fine della Storia” e delle guerre preventive. Una Young America che in questi anni – lo possiamo dire in questi giorni di collasso finanziario, di costosissime guerre perse, di terribile disfatta del liberismo, di statalizzazione galoppante dell’economia, di inizio drammatico della Storia – le ha sbagliate tutte. È il mondo fondato sull’11 settembre, ancora assorto a dare lezioni di civiltà a chi – in America come altrove – ha già mangiato la foglia.

Vorrei trattare quel che pubblica «Weekly Standard» con una certa deferenza, ma quando guardo al paesaggio di macerie su cui si ergono le sue declamazioni, le piccole e grandi manipolazioni, gli insulti, le minacce, gli stereotipi sul sovietismo che non passa mai, ebbene, non riesco a dargli credito. Il contesto fa tutto.
Potete leggere più avanti la traduzione fedele dell’intero articolo di Cathy Young e giudicare con il vostro metro. Se volete potete saltare questa introduzione, ci mancherebbe. Però, qualche segnalazione mi sento di farla lo stesso. Partendo proprio dal contesto editoriale. Di solito si riportano gli articoli della stampa internazionale senza spiegare le cucine redazionali in cui questi brani sono ammanniti.
Che cos’è «Weekly Standard»?
Sebbene questa rivista sia capace di «perdere più di un milione di dollari all’anno», Rupert Murdoch, il tycoon che possiede anche Fox News e infinite altre testate, ha respinto con forza l’idea di venderla. Quando l’ideologia conta più dei bilanci…
I suoi columnist principi, Bill Kristol e Robert Kagan, sono i co-fondatori del PNAC, il Progetto per il nuovo secolo americano, un apparato ideologico che ha bombardato senza posa i concetti chiave della rivoluzione neoconservatrice. Kristol e Kagan sono stati i più sfacciati propugnatori della guerra in Iraq. Per anni, con interviste, discorsi, e articoli, hanno incessantemente mentito agli americani e al mondo intero, contrabbandando la propaganda di guerra neocon come vere notizie, colossali bugie vendute come fatti.
«Weekly Standard» ha scritto sui motivi, le spese, la preparazione e gli effetti della guerra in Iraq un tale mucchio di balle e di stupidaggini che mi è richiesta una fatica inottenibile per considerarlo degno di fede o in buona fede.
Ne ha scritto efficacemente il brillante autore satirico italiano Daniele Luttazzi: «Kristol aderisce alla filosofia neo-fascista (elitismo, elogio del super-uomo, esoterismo, guerra perpetua ) di Leo Strauss, che giustifica l’uso sistematico di bugie in politica per ottenere i propri scopi: invece di informare i cittadini, li imbrogliano, abusando della propria posizione di potere. Kristol ha scritto:- “Uno dei principali insegnamenti di Strauss è che tutte le politiche sono limitate e che nessuna si basa realmente sulla verità. (…) I movimenti politici sono sempre pieni di partigiani combattenti per le proprie opinioni. Ma ciò è assai diverso dalla ‘verità’. Tale ‘verità’ non è sicuramente accessibile se non per un minuto gruppo di iniziati”».
Strauss caldeggiò un tipo particolare di sapiente: il filosofo legislatore. Poiché la verità è oscura e sudicia, essa deve essere riservata alle élites. Tuttavia il filosofo in pubblico deve far finta di credere ai miti e alle illusioni, predisposti ad uso delle moltitudini. Pubblicamente si farà paladino dell’immutabilità della verità, dell’universalità della giustizia, della bontà disinteressata, ma in segreto insegnerà ai suoi iniziati che la verità è un artificio, la giustizia favorevole all’amico e sfavorevole al nemico, e che il solo bene da perseguire è l’appagamento. Tutti i grandi filosofi – per Strauss – sono stati scrittori esoterici, con un doppio messaggio, uno di salvezza per la massa, uno di potere per la minoranza.
Essere discepolo di Strauss predispone all’intrigo e alla menzogna per definizione. E Kristol non è certamente un cane da guardia che attacca il potere. È stato in occasioni importanti colui che scriveva i discorsi di Bush. Il presidente in quelle occasioni riusciva persino a pronunciarli compitamente.
Perciò ogni sfrontatezza concepita dal «Weekly Standard» vola molto più basso di quanto vorrebbe far credere.
Leggo ad esempio nell’articolo il modo in cui viene insolentito Mikhail Leont’ev, un giornalista russo presentato come un fanatico. Se la Young lo avesse letto bene nel 2002, quando Leont’ev profetizzava pacatamente che la guerra in Iraq sarebbe stata il disastro che poi è stata, intanto che «Weekly Standard» vaticinava una passeggiata, forse si sarebbe risparmiata qualche idiozia successiva. Tacciamo pure le piccolezze su Chiesa e Meyssan, compresa l’esilarante accusa di tener bordone a uno stato corrotto e “statalcapitalista”. Cari vecchi luoghi comuni. Statalcapitalista. Chissà se fischiano le orecchie anche ai padroni delle banche e assicurazioni appese allo statalcapitalismo dei decreti che tentano il salvataggio della Nomenklatura di Wall Steet. Ma ve l’ho detto, i neocon le hanno sbagliate tutte, e a ogni buon conto i pazzi, per loro, sono gli altri.
L’articolo fa anche un esercizio di “bispensiero” orwelliano, mentre dice contemporaneamente che in Russia non c’è in sostanza libertà di parola, ma ammette a denti stretti che il dibattito ha espresso voci molto diverse fra di loro, emerse anche nel resto della stampa. Chi ha visto la trasmissione condotta da Aleksandr Gordon ha assistito a un dibattito educato e pluralista, molto più equilibrato delle sanguinose e sbavanti tonnare che di solito allestiscono i due Bill di Fox News, Kristol e O’Reilly.
Il testo di Young tace selettivamente certe conclusioni serie e argomentate di alcuni partecipanti al dibattito, come il cosmonauta Vladimir Dežurov e l’ingegnere Ašot Tamrazijan, ad esempio. Oppure insiste ossessivamente sullo stigma di “teorici del complotto” e semplifica le tesi esposte, tra accuse trite ritrite di antiamericanismo. Ma siamo abituati.
Sintomatico quando l’articolo accusa la diarchia moscovita di portare il proprio paese «fuori dalla corrente principale delle nazioni civilizzate» (leggi: non accettano una guida unipolare di quest’America in crisi di leadership). È una pervicace insistenza nel non voler guardare in faccia a una realtà drammatica: una Crisi maiuscola, che richiede che si facciano i conti con tutte le sue cause, a partire dalle stragi dell’11 settembre, nel momento in cui ogni visione del mondo sarà messa in discussione al precipitare degli equilibri planetari.
Nel parlare dell’Italia, il drammaturgo Marco Paolini sostiene che è un paese montagnoso che ha di sé un’immagine di pianura. E che dunque soffre un equivoco della sua identità spaesante e distruttivo, pronto a tradursi in una serie tragica di sciagure del territorio, tutte derivanti da una sorta di insensata e ostinata rimozione della natura reale del nostro suolo. Allo stesso modo, più in grande, e più tragicamente, troppo a lungo abbiamo visto rappresentate le dinamiche del mondo con il parametro del «Weekly Standard», nel tentativo di dare al mondo un’identità da pianura del Midwest. Le montagne della realtà effettuale sembrano ora riprendersi il posto virtualmente occupato dalle alture delle menzogne di Young e Kristol, fra i loro strilli.
Intanto, nel nostro paese montagnoso, i media dormono il loro sonno mentre crollano le dighe.