La privatizzazione delle poste giapponesi

Koizumi ha tentato di far nascere la più grande «banca» del mondo: 2550 miliardi di euro in risparmio

Il primo ministro uscente, Junichiro Koizumi, lo aveva annunciato. Di fronte a una eventuale bocciatura del suo ambizioso progetto di riforma delle poste avrebbe dato le dimissioni. Koizumi ha ritenuto così fondamentale il processo di privatizzazione da legarlo alla sua carriera e al suo futuro di politico. Il 5 luglio scorso aveva ottenuto una vittoria con il voto favorevole della legge da parte della Camera bassa giapponese. Ieri però la Camera alta gli ha detto no, dopo una mezza insurrezione nel suo stesso partito, il Pld e dopo una opposizione popolare che si era generalizzata (i sondaggi parlano del 72% dei giapponesi contro la privatizzazione). Il 6 luglio scorso, subito dopo il primo voto della riforma, il quotidiano giapponese Ashi Shimbun aveva spiegato che l’opposizione al premier era molto più forte del previsto. Evidentemente la privatizzazione non è popolare in Giappone. Prima di tutto perché le poste di stato funzionano e i giapponesi hanno con l’istituzione un rapporto diretto e capillare. Attualmente le poste (da 130 monopolio dello stato) hanno un giro di affari che si aggira sui 4,3 miliardi di euro ogni anno per la sola sezione direct mail. Gli addetti alle poste compongono poi una vera lobby: si tratta di 271 mila impiegati che hanno contatti regolari e quotidiani con la popolazione. Si tratta anche di un notevole serbatoio elettorale, capace, secondo un’analisi di Le Monde di spostare fino a un milioni di voti in favoe del Partito liberal-democratico. La riforma di Koizumi aveva dunque un doppio obiettivo. Dal punto di vista politico la riforma, vista come “modernizzazione” avrebbe permesso al premier di avere partita vinta sull’ala più «conservatrice» del Pld. Dal punto di vista economico si sarebbe trattato di un affare gigantesco. Sempre Le monde ha parlato di una vera e propria mineria d’oro di risparmio che si sarebbe spostata dalla gestione statale al privato. La privatizzazione delle ferrovie negli anni `80 non è stata però un bell’esempio per i giapponesi.

La riforma le Poste sarebbero state divise in 4 rami entro il 2007: risparmio, assicurazione, posta e amministrazione della rete. I quattro rami dovrebbero essere controllati da una holding, il cui capitale dovrebbe passare ai privati in modo progressivo. La riforma dovrebbe – secondo il progetto – entrare pienamente a regime nel 2017.

La divisione in quattro rami e l’obiettivo di rendere tutto il servizio più efficiente sono apparsi comunque quasi come un pretesto. Si è capito infatti che il vero obiettivo, o meglio il vero oggetto del desiderio è la gestione del risparmio dei giapponesi, che oggi alle banche spesso preferiscono proprio la Posta per i loro libretti. Da questo punto di vista, già oggi, le Poste giapponesi sono la più grande banca del mondo con 350 miliardi di yen gestiti, ovvero 2550 miliardi di euro. Stiamo dunque parlando di un colosso mondiale di primo piano, visto che – come ha scritto Pio D’Emilia il 10 luglio scorso – Mitsubishi Uf, il colosso finanziario appena nato può contare su «appena» 1500 miliardi di euro in depositi. Il sistema postale conta su 25 mila sportelli.