La privatizzazione della democrazia irachena

UsAid, l’agenzia di cooperazione statunitense, ha finanziato la ricerca di candidati collaborativi e fedeli e contribuito a farli eleggere

Lo sceicco Majid al Azzawi era un iracheno orgoglioso. Il suo ufficio, circondato da sacchetti di sabbia, filo spinato e muri di mattoni, sembrava più una base militare che un palazzo amministrativo ma nemmeno la luce che andava e veniva riusciva a incrinare l’ottimismo di al Azzawi: «Siamo molto felici di farne parte anche se siamo scarsamente equipaggiati» dichiarava il capo del consiglio di Rusafa, quartiere centrale di Baghdad, «E’ la prima volta per tutti, qui non c’era democrazia».
Il consiglio di Rusafa è una delle centinaia di entità proto-governative istituite dalle autorità militari statunitensi e dall’Us Agency for International Development (l’Agenzia governativa per lo sviluppo internazionale meglio nota come UsAid) da quando è stata decretata la “fine dei combattimenti”, nel maggio del 2003. Strumento operativo di questo processo è il Research Triangle Institute (Rti), una compagnia privata della North Carolina che, secondo Paul Bremer, avrebbe avuto un ruolo centrale nel trasferimento della sovranità agli iracheni. Secondo il piano originale il governo ad interim sarebbe stato scelto attraverso delle complesse consultazioni nei consigli locali istituiti e vagliati dalla Rti. Il piano è stato in seguito modificato ma il lavoro sul territorio della compagnia è rimasto decisivo.

In sostanza la compagnia fa parte di quel battaglione di corporation assunte dal governo statunitense per “ricostruire” l’Iraq. Se alla Bechtel è stato affidato il compito di ricostruire ponti e impianti energetici, un altro tipo di compagnie sono state chiamate a ridisegnare le istituzioni legali, economiche, politiche e sociali del paese, nel modo più vantaggioso per gli interessi statunitensi. La maggior parte dei contratti di questo tipo vengono finanziati da UsAid che, nel suo sito, definisce gli aiuti internazionali come un mezzo «per sostenere l’impegno della politica estera americana nell’espandere la democrazia e il libero mercato, migliorando così le condizioni di vita dei cittadini dei paesi in via di sviluppo».

Fra i primi contractors a sbarcare, i dipendenti della Rti hanno cominciato a battere tutto l’Iraq in cerca di quelli che UsAid definisce «i leader “legittimi” più adatti e funzionali» – le virgolette sono nell’originale. Così, oltre a stabilire un complesso sistema di consigli locali ramificato in tutto il paese, la Rti ha cominciato a finanziare dozzine di organizzazioni non governative, cercando in sostanza di «identificare quei gruppi o quei leader con cui si può lavorare». Un processo che è stato fondamentale in un secondo tempo, quando sono stati scelti i candidati alle elezioni del gennaio 2005, e quando sono state chiamate a votare soltanto le persone «con cui puoi lavorare».

Nel villaggio di Shemaya vicino Sadr City, dove la Rti ha operato alacremente, sono stati gli stessi candidati ad assicurarsi che a votare fossero solo i parenti, i membri della tribù e gli amici. Non è mai esistito qualcosa di simile a una lista elettorale: le autorità sono state molto attente a far votare soltanto elettori precedentemente vagliati. Stessa cosa è accaduta a Balad, una città a nord della capitale. Il sindaco Nabil Darwish Muhammad, fino a quel momento favorevole alle forze d’occupazione, le ha pubblicamente accusate di «aver manipolato le elezioni per favorire i propri candidati». Del resto, come ha candidamente ammesso Christian Arandel della Rti, «Queste non sono elezioni, ma selezioni». Anche se qualche leader locale è stato consultato, e talvolta anche eletto, sono sempre le autorità militari e la Rti ad avere l’ultima parola. Un particolare modello di democrazia già ampiamente illustrato dal proconsole Bremer: «in situazioni come queste» aveva ammesso «se tieni delle vere elezioni tendono a vincere gli elementi meno collaborativi». Compito della Rti in sostanza è stato proprio quello di assicurarsi la vittoria di leader “legittimi”, ma collaborativi e fedeli.

Scegliere le persone giuste non è facile. Per dare una mano alla Rti è sceso in campo un organismo semi-governativo di grande esperienza, la National Endowment for Democracy o Ned, alla quale Bush ha promesso di raddoppiare gli stanziamenti nel 2004. Nel Nicaragua del 1990 le “persone giuste” stavano tutte le partito conservatore di Violeta Chamorro, che ha sconfitto il fronte sandinista con una campagna elettorale finanziata direttamente dalla Ned. Nel 2002 la Ned ha invece appoggiato il golpe fallito contro il presidente del Venezuela Hugo Chavez. In Iraq, mentre la Rti si occupava di reclutare «le persone giuste» a livello della base, la Ned dava una mano a istituire le formazioni politiche che hanno partecipato alle “elezioni” del gennaio 2005 aprendo e arredando lussuosi uffici, tenendo corsi sulle relazioni coi media, la gestione degli iscritti e la raccolta fondi. Nel frattempo l’organismo lavorava – insieme alla Rti – all’istituzione delle varie associazioni imprenditoriali necessarie per traghettare il paese verso una piena economia di mercato – cosa che poi, ovviamente, era lo scopo ultimo di tutta la sceneggiata.

L’esperienza del Research Triangle Institute nel settore non potrebbe essere più ampia. In Europa dell’Est Rti è stata in prima linea nell’amministrare la “terapia shock” ai paesi che facevano parte del blocco sovietico, convertendo i governi locali all’economia di mercato. In Russia, Ucraina, Kazakhstan e Kirgyzstan, Rti ha preso parte alla privatizzazione di più di 150 mila imprese statali. In Ucraina sono stati dei consiglieri Rti a sviluppare la politica per fissare i prezzi dei servizi, prima gratuiti. In Romania, dove la compagnia è riuscita a imporre una nuova legge finanziaria municipale, Rti è rimasta ad assistere gli amministratori nel difficile percorso delle privatizzazioni che, ovviamente, hanno favorito soprattutto le imprese americane. In Bulgaria, dove consiglieri della Rti hanno fornito ai ministri le bozze delle leggi di riforma sul decentramento, la compagnia si è fatta carico dell’intera privatizzazione del sistema educativo, mentre in Polonia si è occupata della privatizzazione degli acquedotti.

In Indonesia Rti ha addestrato i burocrati a «ristrutturare gli impianti d’approvvigionamento idrico per trasformarli in entità redditizie», costringendo gli abitanti delle baraccopoli a pagare per il servizio. In Pakistan è stata ingaggiata da UsAid per privatizzare l’istruzione pubblica mentre in Sudafrica ha messo mano al sistema amministrativo locale per consentire l’entrata dei privati nella gestione dei bilanci municipali. Nell’elenco dei paesi cui sono stati imposti i servizi della compagnia – pagati dai contribuenti americani tramite UsAid ma di cui hanno beneficiato solo le grandi corporation – ci sono anche Guatemala, El Salvador, Ghana, Haiti, Honduras, Swaziland, Corea e Portogallo.

In Iraq, dove si tratta di ricostruire da zero, il gioco sembrava facilissimo. «E’ la California di oggi!» dichiarò a suo tempo un membro dell’Autorità provvisoria riferendosi alla corsa dell’oro. Certo, alcuni piani un po’ avventati del pro-console Bremer sono stati abbandonati e attualmente si preferisce parlare di «riforme democratiche» più che di privatizzazioni. Tanto poi ci pensano gli screening committees (comitati esaminatori) allestiti dalla Rti a garantire che gli iracheni democraticamente eletti siano soltanto quelli che adorano il mercato. E non un mercato qualunque: solo merci e compagnie made in Usa. Gli occupanti approfittano dello spontaneo desiderio di democrazia e di partecipazione degli iracheni e distribuiscono premi – fondi per ong, mezzi d’informazione… – o punizioni per tenere sotto controllo il processo. Chi può cerca di cavalcare la tigre, anche semplicemente per sbarcare il lunario.

Ma questi professionisti della democrazia tutto compreso non hanno sempre successo. L’orgoglioso sceicco Majid al Azzawi è stato fatto fuori dagli insorti l’aprile scorso, come mille altri iracheni trasformati dalla politica di cooptazione statunitense in altrettanti obiettivi. E quando non è la guerra civile – più o meno consapevolmente fomentata dalle forze d’occupazione – sono i consigli stessi a risultare ingestibili anche perché spesso l’adesione dei membri viene ottenuta attraverso il puro e semplice ricatto. Senza consigli locali niente acqua né luce, né risorse per ricostruire scuole e ambulatori. Ma una volta ottenuto quello di cui hanno bisogno, i membri dei consigli diventano meno malleabili. All’inizio dell’aprile 2004, durante la rivolta innescata dall’assedio brutale di Falluja e Sadr City, il Taji City Council ha cancellato le riunioni settimanali e ha chiuso i battenti. Sulla porta una sola nota: il consiglio appoggia gli insorti.