“La priorità: l’incontro di forze diverse per un’alternativa al neoliberismo”

BRUNO STERI – Liberazione 13.5.2005 pagina 10

(versione integrale non tagliata)

Certe notizie colpiscono per la loro apparente ovvietà. Scopriamo dunque (Il Sole 24 Ore, 25-4-2005) che, anche per quel che concerne i generi alimentari, la “convenienza di prezzo” detta l’orientamento dei nostri acquisti, quali che siano le prescrizioni di una salutare dieta mediterranea: compro di più quello che più mi fa risparmiare. Tra il 2000 e il 2004 nella spesa degli italiani sono state sacrificate frutta, verdura e carne – i cui prezzi hanno subito in questi anni consistenti impennate – e, all’opposto, sono stati prescelti i meno cari cereali e pane. Si tratta di notiziole di ordinaria vita quotidiana, che tuttavia dovrebbero occupare il primo posto tra i pensieri di chi governa o aspira a governare. Al pari di quelle contenute nel rapporto Ares 2003: il quale, rendendo conto dell’innalzamento vertiginoso degli affitti – contestuale all’impoverimento del patrimonio immobiliare pubblico – ci fa sapere che per pagare l’affitto di un’abitazione di 80 mq occorre a Firenze il 47% del salario medio, a Milano il 51% e a Roma il 55%. Prima di qualunque ulteriore riflessione, occorrerebbe porre la massima attenzione a tali dati, per farsi un’idea perspicua delle ragioni che hanno condotto alla crisi profonda e al crollo di consensi del governo delle destre. Beninteso non si tratta solo dell’insipienza del nostro governo; ma, come da tempo in molti andiamo dicendo, dell’esito in generale nefasto delle politiche neoliberiste. Se qualcuno non ne fosse ancora convinto, dovrebbe guardare meglio ad alcuni dati strutturali, recentemente segnalati nel paese del New Labour di Tony Blair. Un recente rapporto del British Medical Journal ci dice che in quel paese è aumentato il divario tra la durata della vita media di un uomo residente nella proletaria Glasgow e quella di un uomo del Dorset, area ricca dell’Inghilterra, ovviamente a tutto vantaggio di quest’ultimo. Nel cuore dell’Occidente industrialmente avanzato, pur crescendo in generale l’aspettativa di vita, si allarga tuttavia la disparità tra i ceti sociali, “in termini mai registrati per tutto il XX° secolo”.
Quando si dice che nel continente europeo non riparte la crescita economica, che persiste uno stallo delle capacità produttive, bisogna anche aggiungere che la crisi c’è, ma non per tutti (e non per tutti nella stessa misura). Le cronache informano che, nel corso degli anni ’90, in Italia come altrove i profitti hanno continuato a conseguire margini da record; ed anche in questi primi anni del secolo non hanno mancato di crescere, seppure in una misura più contenuta. Il governo, da parte sua, ha risposto in questi anni prontamente ad ogni richiamo dell’organizzazione padronale: lasciando che l’evasione e l’elusione fiscale si gonfiasse e si estendesse a quasi il 90% delle imprese, riducendo la pressione fiscale alle stesse imprese e ai più ricchi, condonando tutto quello che c’era da condonare, mantenendo alto il rendimento medio del reddito pubblico a tutto vantaggio della rendita finanziaria. Dall’altro lato sono stati duramente colpiti i livelli di vita e le condizioni di lavoro: con la legalizzazione della precarietà, la riduzione drastica della copertura previdenziale pubblica, il taglio dei trasferimenti agli enti locali, le privatizzazioni e la svendita del patrimonio immobiliare pubblico. Tutto questo in ossequio a due imperativi neoliberisti, purtroppo tutt’altro che avversati dai precedenti governi di centro-sinistra: sciogliere i lacci residui che, dal lato dei costi, ostacolano la competitività aziendale; ridurre al minimo il dominio del pubblico e fare cassa in nome dell’equilibrio di bilancio.
Il fragoroso fallimento dei suddetti orientamenti è sotto gli occhi di chi vuol vedere. Essi hanno prodotto e continuano a produrre devastazione sociale, senza riuscire a riavviare il motore dell’accumulazione capitalistica. Non a caso, sotto il peso di tale fallimento sono caduti prima i governi di centro-sinistra ed ora sta franando il governo delle destre: un governo che, logorato da rilevanti contraddizioni interne, sembra aver ormai perso la bussola dell’egemonia.
Ricordo che l’attuale direttore di ’Liberazione’ aveva provato già nel novembre del 2003 – con una serie di articoli su L’Unità – a sondare a sinistra possibili convergenze, muovendo dalla percezione di una più diffusa consapevolezza della crisi strutturale, non passeggera, del paradigma liberista e dalla conseguente convinzione che “è impossibile ridare spessore alla parola ‘libertà’ se si trascura la questione dell’uguaglianza”. Si cercava così di consolidare elementi per un programma di alternativa alle destre attorno ai cardini di una proposta “pacifista” e “egualitaria”: ristabilire nelle relazioni internazionali, sconvolte dall’offensiva dei ‘neocons’ Usa, il principio del rifiuto delle armi; sul piano interno, ridare fiato a stipendi e pensioni, conferire progressività al fisco, promuovere “un welfare dei diritti e non dell’assistenza”, rilanciare politiche industriali che puntino su qualità e innovazione. Queste prime mosse in direzione di un programma possibile di alternativa alle destre erano alimentate da un potente propellente: l’acuta percezione della necessità di una chiara discontinuità programmatica (anche in chiave autocritica) che consentisse di porsi in contatto diretto con le urgenze sociali, gli interessi materiali di gran parte della popolazione vessata dalle politiche neoliberiste e, insieme, con l’incomprimibile desiderio di pace espresso dalla stragrande maggioranza di essa. La risorsa rappresentata da tali orientamenti di fondo resta a tutt’oggi intatta: e sarebbe un imperdonabile errore annullare o anche solo appannare il suo potenziale progressivo (nonchè foriero di una vittoria che sia duratura), ritenendo in questo modo di essere meglio attrezzati a raccogliere i frammenti del blocco sociale delle destre in via di disgregazione. Sfortunatamente, è la strada che una parte dell’Unione sembra voler imboccare. Le recenti dichiarazioni di apertura alla filosofia dell’”esportazione della democrazia” pronunciate da Fassino e D’Alema – peraltro preparate da una lunga correzione di rotta inaugurata all’indomani delle elezioni statunitensi – costituiscono un’involuzione assai grave in tema di politica estera. Peraltro non ci si sofferma abbastanza sui costi finanziari di tali eventuali impegni in tema di “uso della forza”, assunti nello stesso momento in cui, sul piano interno, c’è chi nega risolutamente (Nicola Rossi) qualunque aumento della spesa sociale. Ma, più in generale, tali indirizzi risultano gravi perché, contribuendo a rendere pressoché indistinguibile il profilo di un’alternativa alle destre, erodono il potenziale e la solidità di questa stessa alternativa. Guai se prevalessero simili orientamenti ai tavoli e nelle cabine di regia, nei cantieri e nelle camere di consultazione – finalmente attivati per la costruzione del programma, dopo il troppo tempo sin qui perduto dai partiti dell’Unione a lambiccarsi su espedienti procedurali e “contenitori”.
Vedremo quale potrà essere l’esito di tale complicato percorso; ma è importante che ci si sia posti risolutamente sul terreno dei contenuti. Ed è altrettanto importante evitare da subito due vicoli ciechi. In primo luogo, occorre fuggire dalla tentazione di affrettate precipitazioni elettoralistiche. L’articolazione dei contenuti deve scaturire da un confronto vero e aperto tra forze diverse, che ricerchino denominatori programmatici comuni e che non coltivino la pretesa di forzare tale diversità entro la prefigurazione di cartelli elettorali politicamente intempestivi e, come anche la storia recente insegna, nient’affatto proficui sotto il medesimo profilo elettorale. In secondo luogo, sarebbe sbagliato connotare ideologicamente questa discussione. Lo dico perché anche nel dibattito sviluppatosi in questi giorni a sinistra del centro-sinistra sono corsi accenti implicitamente e forse involontariamente votati all’esclusione più che all’inclusione. Ad esempio, Achille Occhetto non può prendersela con chi “si chiuse in una posizione prevalentemente ‘identitaria’ che si riassumeva nella difesa del nome” e poi pretendere che tutti si riconoscano nel nome “socialisti democratici di sinistra”. Se si vuol prendere sul serio le diatribe sui nomi (e credo che lo si debba fare quando esse si caricano di riferimenti simbolici e presumono scelte ideali), allora si deve tenere presente che, tra di noi a sinistra, ci sono molti che intendono continuare a chiamarsi “comunisti”. “Comunisti rifondati”, ma comunisti. Se così non fosse, non sarebbe appunto nato il Prc e tutti avremmo allora optato per la svolta della Bolognina (che invece alcuni di noi avversarono). Ma non è questo il tema che deve vederci ora occupati: su esso ci sarà tempo di discutere ancora per molto, tra partiti e all’interno di partiti. Ciò che adesso preme con assoluta priorità è l’incontro di forze diverse (partitiche, associative, di movimento) attorno ad un programma di lotta alle scelte del governo ancora in carica e per la costruzione di un’alternativa alle politiche neoliberiste.