La prima volta in piazza del «precariato di stato»

Eccoli qui i precari in carne e ossa. Quelli che non corrispondono alle analisi sociologiche fatte in loro nome e che ti sbattono in faccia all’improvviso una condizione invivibile.
E’ il primo sciopero nazionale dei precari della pubblica amministrazione. Ed è riuscito «al di là di ogni più rosea previsione», spiega ancora emozionato Pierpaolo Leonardi, coordinatore nazionale della Cub-RdB, il sindacato di base che l’ha organizzato. Per la manifestazione a Roma «ci aspettavamo un 15.000 persone, ma ne sono arrivate più del doppio». La Cub parla di 35.000 partecipanti al corteo. E il colpo d’occhio di chi è allenato ai cortei vede che la realtà non è distante da questa cifra.
Gli striscioni distribuiti alla partenza da un grande tir che manda musica «militante» («ti lamenti, ma che ti lamenti, pigghia lu bastoni e tira fori li denti…»), sono tutti contro il «lavoro nero» e «il precariato di stato». Alla fine il corteo si ferma sotto il ministero della funzione pubblica e tre delegazioni partono per parlare con il ministro Nicolais e due sottosegretari (uno alla giustizia e l’altro alla sanità).
E allora vediamoli questi precari, «invisibili» come persone, di cui tutti parlano come di una categoria economica astratta. Ce ne sono in tutti i mestieri che tengono in piedi l’apparato dello stato. Sono informatici, infermieri, impiegati, vigili del fuoco, operai della forestale e lsu. E altro ancora. Gente di tutte le età, dai venti ai sessant’anni, con livelli di istruzione differenti, lavoratori dotati di braccia e di conoscenza. Ma inestricabilmente uniti da una condizione unica. Nonostante abbiano anche forme contrattuali differenziatissime (a progetto, a somministrazione, cococo, a tempo determinato, ecc), si sentono e si muovono come una tribù unita. Tra loro anche diversi «fortunati» già assunti stabilmente, o che lo sono stati negli ultimi mesi. Portano solidarietà ai colleghi che da oggi non possono essere definiti «più deboli»: per quanto precari, e quindi più ricattabili, hanno trovato la forza di lottare.
Sono una parte essenziale della macchina statale, che da anni ha bloccato le assunzioni «per risanare il bilancio», ma che poi – per funzionare – ha inserito personale senza diritti. Seicentomila in tutto, stimano alla Cub. Comunque centinaia di migliaia, ammettono le cifre ufficiali, incomplete. Assumerli, peraltro, non aggraverebbe le finanze pubbliche: già ora vengono pagati dallo stato. Anzi: questo spende in alcuni casi anche più di quanto non farebbe assumendoli. Lo spiega una «somministrata» napoletana: «1.000 euro per lo stipendio, più altrettanti per la società che mi ha mandato nell’ente locale».
Una posizione particolare ce l’hanno i precari che lavorano per il fisco e il catasto. Se i loro uffici funzionano bene, lo stato incassa di più. Ma la finanziaria appena presentata rischia di complicare diverse cose. Il catasto, per esempio, dovrebbe passare ai Comuni. Ma in quelli più piccoli non ci sono le competenze per gestirli; e già ora ricorrono a società private. La polverizzazione localistica, poi, compromette l’omogeneità e l’oggettività dei criteri con cui vengono decisi (e dovranno essere rivisti) gli estimi immobiliari. Il ventilato «criterio di mercato» (parametrare le rendite catastali agli effettivi valori di mercato) potrebbe far impennare in modo esponenziale la tassazione Ici; con incalcolabili ripercussioni sociali.
Caotica la situazione del fisco, che rappresenta il cuore dello «stato moderno». Qui il Dipartimento alle politiche fiscali dovrebbe controllare e coordinare un meccanismo composto di società private (l’ex Sogei, la Sose, la Riscossioni spa, i Monopoli) e pubbliche, per un totale di 60.000 addetti. La finanziaria prevede una legge delega per promuovere una ristrutturazione dal profilo ancor aignoto. Ma in quale direzione? Verso un’ulteriore «privatizzazione» o in quella opposta? Viene alla mente – e lo citano – il servizio di riscossione in Sicilia ai tempi dei fratelli Salvo.
Anche l’amministrazione della giustizia solleva gravi interrogativi. Società private gestiscono funzioni delicatissime, come il casellario giudiziario e persino le banche dati di alcuni tribunali. Ufficialmente dovrebbero solo «supportare» tecnicamente gli operatori del ministero, appositamente «formati». In realtà si trovano a fare lo stesso lavoro, anche di inserimento e controllo dei dati. Pensi al fatto che dei «privati» – quasi sempre con contratti a progetto, oppure «liberi professionisti» a partita Iva – possono metter mano ai dati sensibili di ognuno di noi e… ti viene in mente il business di Tavaroli e lo spionaggio Telecom.
Guardi tutta questa gente e un po’ ti tranquilizzi. E’ bene che il problema della precarietà entri con forza – e numeri – nella dialettica altrimenti «astratta» tra paese e governo. E’ insomma un bene che la prima manifestazione di piazza, di fatto «contro» questo governo, abbia un segno così chiaramente di sinistra. C’è ancora spazio e tempo per far mutare di segno le politiche sociali.