La pressione indiana sul monarca ostinato

L’India «non poteva permettersi di vedere il Nepal diventare uno stato fallito», ha detto ieri il premier indiano Manmohan Singh, rispondendo a una domanda sulla situazione nel vicino paese himalayano: L’India, ha aggiunto, «non vuole dettare nulla» al Nepal, «il nostro ruolo è di mediazione per assicurare che il processo democratico sia ripristinato».
E’ ben vero, l’India «non può permettersi» di vedere il Nepal scivolare nel caos: e infatti New Delhi ha un ruolo di primo piano negli sviluppi di questi giorni, anche se tiene a mantenersi discreta. In parte, è l’ovvio interesse di un paese che condivide con il Nepal centinaia di chilometri di frontiera aperta, con intenso passaggio di persone e scambi commerciali: già resoconti di stampa parlano di 10mila nepalesi entrati in India nelle ultime settimane di repressione; più si prolunga il disordine più rischia il collasso l’economia nepalese, più si possono immaginare ondate di immigrati da assistere. In parte, è l’interesse – anche questo ovvio – della potenza regionale: il Nepal è un piccolo paese di 26 milioni di abitanti, povero e di scarso peso geopolitico, ma è incastrato tra l’India e la Cina (con cui pure ha intensi scambi). E New Delhi, che ha da poco risolto le sue questioni di frontiera con Pechino, desidera minimizzare l’influenza cinese nel regno himalayano. Inoltre vede con estremo fastidio le avances del Pakistan, che nell’ultimo anno ha offerto a re Gyanendra assistenza militare nella «guerra al terrorismo» – la guerriglia maoista che combatte la monarchia nepalese dal 1996.
La guerriglia maoista è l’ulteriore motivo dell’interesse di Delhi per le vicende nepalesi. Anche l’India infatti ha la sua guerriglia maoista, i naxaliti. Sul piano politico generale non c’è paragone: in Nepal c’è un’oligarchia che non ha neppure tentato di abolire i privilegi feudali e di casta, mentre l’India è una democrazia e anche i conflitti più violenti, come i movimenti rurali contro i proprietari terrieri e le ingiustizie sociali, avvengono nei termini di uno scontro politico prima che militare. Sul piano pratico però il premier indiano ha riconosciuto che i naxaliti sono una «minaccia alla sicurezza interna» e il governo parla di un «corridoio rosso» con contatti operativi tra i maoisti indiani e quelli nepalesi. Per questo l’India ha dato assistenza militare per circa 100 milioni di dollari negli ultimi anni all’esercito reale del Nepal (oggi l’unica forza leale a re Gyanendra).
L’India però ha sempre sostenuto che solo un governo democratico poteva risolvere il problema della ribellione maoista. Così New Delhi ha mantenuto verso Kathmandu la posizione detta dei «due pilastri»: la monarchia costituzionale e il sistema multipartitico come pilastri della democrazia e garanzia della stabilità del paese – questo ha reiterato ancora ieri il premier Manmohan Singh. Il problema è che re Gyanendra non è difendibile come monarca costituzionale, dopo che ha sciolto il parlamento nel 2002 (sospendendo la costituzione democratica) e poi licenziato il governo nel febbraio 2005, quando ha assunto poteri assoluti. Peggio, ha aggravato il conflitto con i ribelli maoisti, che in Nepal sono una forza militare e politica con cui è inevitabile fare i conti: perché controlla due terzi del territorio ed è militarmente ben organizzata, e perché è la forza politica con la strategia più coerente e definita. Dopo il «colpo di stato reale» dell’anno scorso dunque l’India ha sospeso le forniture militari a re Gyanendra. Non solo, nell’autunno scorso è l’India che ha discretamente favorito colloqui tra i leader maoisti nepalesi e la coalizione dei sette partiti (che ormai hanno mollato del tutto il re). Il risultato è una dichiarazione comune tra i partiti e i maoisti, con l’obiettivo comune di un governo multipartitico e un’assemblea costituente che scriva una costituzione democratica.
Dopo tre settimane di silenzio circa le proteste in Nepal, infine giovedì scorso il governo di New Delhi ha spedito a Kathmandu un inviato speciale, Karan Singh, a incontrare i dirigenti dei principali partiti dell’opposizione e il sovrano. Quello stesso giorno, l’ambasciatore degli Stati uniti in Nepal aveva diffuso la dichiarazione più dura finora nei confronti di re Gyanendra: se non accetta di farsi da parte rischia di consegnare il paese alla rivolta maoista (l’intesa tra i partiti nepalesi e i maoisti è stata guardata in modo assai ostile dagli Usa). L’altro giorno il portavoce del Dipartimento di Stato ha dovuto ammettere che «con la decisione di stabilire il suo potere diretto 14 mesi fa re Gyanendra ha completamente fallito». Dopo l’intervento americano e indiano che re Gyanendra ha dichiarato che «il potere torna al popolo»: solo che non era vero.
Così ora resta un solo interrogativo: come riusciranno le potenze coinvolte – l’India, la Cina, e da lontano gli Usa – a convincere l’ostinato re a farsi da parte? L’autorevole quotidiano The Hindu venerdì scriveva: «Il messaggio (…) a re Gyanendra è: “O ti fai da parte e permetti un’assemblea costituente, cosa che forse salverà un ruolo cerimoniale per la monarchia. Oppure sarai spazzato via dalla pubblica protesta». Ormai quest’ultima sembra l’ipotesi più probabile.