La povertà nell’Unione Europea

Traduzione a cura della redazione di http://www.lernesto.it

* Hedelberto López Blanch è un giornalista cubano. Autore di numerose pubblicazioni, è stato inviato in numerosi paesi africani, in Germania e in Russia e corrispondente di Juventud Rebelde in Nicaragua, dove ha anche lavorato nella redazione del quotidiano Barricada. E’ stato insignito di vari premi giornalistici.

L’Europa, il vecchio continente che ha colonizzato estesi territori in Africa, America Latina e Asia, da cui ha estratto le ricchezze che le hanno permesso lo sviluppo dei suoi paesi e società, si ritrova agli inizi di questo secolo XXI con più di 80 milioni di abitanti poveri.

Come segnalano alcuni analisti in merito ad un nuovo progetto che sembra più propaganda che misura efficace, l’Unione Europea (UE) ha informato che il 2010 sarà l’anno della lotta contro la povertà e l’esclusione sociale.

Esiste una grande somiglianza tra le non raggiunte Mete del Millennio, previste dall’Organizzazione delle Nazioni Unite nell’anno 2000, che sollecitava i suoi membri a diminuire la povertà, e le proposte avanzate 10 anni fa dall’UE che impegnavano ad attaccare questo flagello nell’anno 2010. La realtà è che il 17% della popolazione dell’Unione vive senza risorse di base, compresi 19 milioni di bambini.

L’UE è composta da 27 nazioni con una popolazione che si avvicina ai 500 milioni di abitanti, di cui uno su sei vive in condizioni di povertà.

Per Jacques Diouf, direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Agricoltura e l’Alimentazione (FAO), le politiche neoliberali e di esclusione sociale hanno fatto in modo che in queste ricche nazioni un’immensa quantità di abitanti si ritrovi abbandonata e trascurata.

Diouf fornisce altri dati che sono ancor più preoccupanti di quelli ufficiali comunicati dall’ufficio di statistica dell’UE, Eurostat, che indicano che la povertà, stimata sulla base di entrate inferiori ai 2 dollari al giorno, investe il 21% della popolazione, mentre il 5% soffre a causa dell’insicurezza alimentare.

Tra i fattori che hanno contribuito all’aumento della povertà negli ultimi quindici anni, compaiono l’eliminazione dei sistemi di pianificazione centralizzata con il passaggio all’economia neoliberale, la riduzione dei programmi sociali a beneficio delle privatizzazioni, la discesa della produzione agro-alimentare e la disoccupazione.

Sempre Eurostat ha segnalato in un recente rapporto che tale percentuale della popolazione europea vive male o sopravvive a dispetto dell’immagine “idilliaca” che le autorità comunitarie proiettano all’esterno.

In diversi paesi si concentra il numero maggiore di persone che sopravvivono con quantità irrisorie di denaro. Audrey Gueudet, della Rete Europea Anti Povertà (EAPN), ha spiegato che in Romania gran parte della popolazione sopravvive con meno di due euro al giorno, mentre in Bulgaria, Lituania e Lettonia lo fa con meno di quattro euro, che non bastano per pagare gli alti costi delle abitazioni, e neppure dei servizi dell’acqua, del riscaldamento e dell’alimentazione.

Dati del 2008, gli ultimi a disposizione nell’Unione e che non tengono conto degli effetti nocivi della prolungata crisi economica mondiale, stimavano che in Spagna la percentuale arrivava al 2%, in Grecia al 21% e in Lettonia al 23%.

Sono pure abissali le differenze tra paesi nella definizione di tale indice, dal momento che la soglia della povertà è di 558 euro in Romania, mentre in Lussemburgo è di 17.887 euro.

Ovviamente la povertà nell’UE non equivale a quella esistente in altri paesi in via di sviluppo che nel corso dei secoli sono stati saccheggiati prima dai regimi coloniali e poi dalle misure neoliberali e di privatizzazione ad essi imposte dalle nazioni ricche e dagli organismi finanziari internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale (BM).

Ma queste popolazioni emarginate dell’Europa non partecipano alla vita economica, sociale e culturale della società e pensano solo a come avere di che sostentarsi quotidianamente per assicurare l’alimentazione alle proprie famiglie.

I gruppi sociali più minacciati dalla povertà sono i disoccupati, i genitori soli (in particolare le donne), gli anziani, gli immigrati e le minoranze etniche.

Gli immigrati, la cui manodopera è fondamentale in questi paesi per le attività agricole e i servizi, devono superare numerose barriere per integrarsi in un paese, soprattutto in cinque ambiti: impiego, abitazione, salute, educazione e partecipazione alla vita pubblica.

Essi subiscono ogni genere di discriminazione: non possono accedere a numerosi posti di lavoro nelle imprese, il loro salario è minore di quello di chi ha la cittadinanza, non hanno diritto all’assicurazione sociale, devono vivere in case e zone determinate, tra le altre limitazioni.

L’Organizzazione non governativa Caritas Europa ha pubblicato alla fine del 2009 uno studio su tale situazione e indica la Spagna quale esempio di certe pratiche crudeli, come quella di affittare “abitazioni e letti per otto ore, tre volte al giorno, a immigrati provenienti dall’America Meridionale e Centrale”. Aggiunge che in Belgio molte abitazioni che sono state dichiarate inabitabili vengono affidati a persone senza documenti, con i conseguenti pericoli che ne derivano.

Un altro problema che incide sulla povertà è rappresentato dagli elevati indici di disoccupazione che stanno colpendo circa il 20% della popolazione economicamente attiva in tutta l’Unione, con la sola eccezione di alcuni paesi come Olanda e Lussemburgo.

Quando in questo secolo XXI si parlerà di povertà e ingiustizie non si dovrà guardare solo alle regioni del Sud, ma anche a quelle del Nord, come sta già accadendo nel vecchio continente europeo.

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fonte: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=98964