La potenza dirimente della guerra

Ho l’impressione che con gli accenni all’Onu e alla guerra la nostra discussione sui rapporti con l’Ulivo abbia toccato il cuore del problema. La cosiddetta tattica, i percorsi, i luoghi e le modalità delle relazioni possono essere assai diversi tra loro e tutti utili o tutti inutili.

Una conferenza programmatica? Se il partito nel suo complesso decide quali proposte portarvi ed entro quali margini muoversi; se gli interlocutori di movimento non sono ectoplasmi, allora può andar bene anche una conferenza programmatica.

Il problema è un altro ed è di sostanza. Vorrei chiedere rispettosamente al compagno Bertinotti, se davvero crede che un partito come Rifondazione possa reggere la partecipazione a un governo che imbarchi l’Italia in una nuova o rinnovata avventura bellica, sia pure con l’avallo dell’Onu. La domanda potrebbe essere moltiplicata per il numero di tutte le grandi questioni con cui dovrà confrontarsi un eventuale (e non ancora acquisito) centro-sinistra postberlusconiano. Ma la guerra ha una potenza dirimente che consente forse di intendersi meglio e segna anche il limite delle acrobazie tattiche e del desiderio legittimo di unità.

E vorrei chiedere alla compagna Rina, di cui stimo l’indipendenza intellettuale, se crede davvero che fare della guerra un limite sia il prodotto di un’attitudine isolazionista e settaria. O non crede piuttosto che esso sia ormai tracciato da uno stato obiettivo di cose, dalla natura delle guerre in cui l’Italia potrebbe essere coinvolta nel prossimo futuro.

Non è passato molto tempo da quando un movimento contro la guerra, di cui abbiamo sottolineato l’ampiezza e la radicalità, si è sollevato nel mondo intero. E se quel movimento è stato riassorbito nel corpo sociale, questo non significa che si siano dissolti gli individui donne e uomini che ne hanno fatto parte; che abbiano smesso di pensare, giudicare, sdegnarsi e sperare.

Cercano solo altre vie d’uscita, compresa quella elettorale naturalmente. Nelle nostre discussioni sui rapporti con l’Ulivo è stato più volte detto che era il movimento stesso a chiedere l’unità. Si tratta di una verità che non può essere ignorata, ma che è solo la metà del vero. L’altra metà è che gli stessi e le stesse che chiedono alle opposizioni di non dividersi, non esiterebbero a criticare aspramente le conseguenze di un processo unitario a cui non fossero posti dei limiti.

A me sembra che da una parte si rimuova l’esistenza del limite, dall’altra una domanda di unità che non può essere semplicemente rispedita al mittente. E non si tratta, sia chiaro, di mimare una disponibilità a un accordo che si ritiene invece impossibile per ragioni tattiche e con intenti pedagogici. O almeno non si tratta soprattutto di questo.

L’unità contro la destra è un’esigenza reale e vitale: per questo bisogna fare il necessario, perché accada il possibile. Tuttavia la ragione di fondo per cui non potremmo permetterci di essere in governi disponibili alla guerra riguarda la natura della guerra e la nostra, il rapporto tra l’una e l’altra, la capacità dell’una di determinare l’altra. Nella storia del movimento operaio la guerra è stata il momento della verità. E’ successo con la prima guerra mondiale, con la repressione neocolonialista dopo la seconda e in altre occasioni meno conosciute.

Gli assassini di sinistra di Rosa Luxemburg non erano mostri e avevano ragioni che molti oggi troverebbero di buon senso: temevano di perdere ciò che il lavoro salariato aveva faticosamente acquisito; subivano le pressioni di un proletariato coinvolto nell’eccitazione nazionalista; avevano posizioni personali da difendere, ma potevano ben dire che di quelle posizioni traevano giovamento i lavoratori nel loro insieme. Fu la natura della guerra a rendere evidente e ad accelerare la mutazione genetica. Cosi come la natura del ciclo di guerre cominciato dopo il crollo dell’Urss ha evidenziato e determinato la mutazione della maggioranza del Pci, di quella cioè che ha scelto una via diversa dalla rifondazione.

L’opposizione intransigente del partito e del suo segretario alla guerra, a questo ciclo di guerre in cui rivive l’etica di Cortez e di Pizarro, è stata per me un solido elemento di rassicurazione e mi ha fatto considerare puri e sterili processi alle intenzioni i discorsi sulla natura della parte del Prc che il compagno Bertinotti meglio di altri rappresenta. Mi piacerebbe che questo elemento di rassicurazione non venisse meno.

Deve essere infatti chiaro che la disponibilità verso le imprese militari coperte dall’Onu illumina di una luce diversa anche il dibattito sulla nonviolenza, che poteva apparire fino a oggi il prodotto di equivoci o un tentativo di risolvere in termini identitari i rapporti con il movimento. O almeno io così l’ho interpretato.

Ora, non voglio a mia volta fare alcun processo alle intenzioni e alcune parole di un’intervista non mutano il mio giudizio sul segretario e sulla maggioranza del partito. Sarebbe ora tuttavia che ciascuno si assumesse la responsabilità di quel che pensa e di quel che fa.

Lidia Cirillo