«La polizia va riformata»

Laurent Mucchielli è sociologo, ricercatore del Cnrs e direttore del Centro di ricerche sociologiche sul diritto e le istituzioni penali (Cesdip). Tra i libri pubblicati, in particolare, Violences et insécurités. Fantasmes et réalités dans le débat français, La Découverte, 2002.

Le banlieues esplodono. Anche se la violenza concerne soltanto una minoranza di giovani, o giovanissimi, gli altri non condividono forse le ragioni di fondo di questa rivolta? Come si è arrivati a questo punto? Cosa è successo dopo la marcia dei beurs, negli anni `80?

Come altri osservatori, mi chiedevo da mesi quando la tensione e il malessere permanente sarebbero esplosi. E’ successo a Clichy-sous-bois. Non deve sorprenderci. In effetti, nessuno dei problemi di fondo che degradano la situazione nei quartieri popolari da quindici anni a questa parte è stato risolto e neppure davvero attenuato dal 2002. Il primo problema è la situazione economica. Nel dibattito politico e sui media vengono commentate le piccole variazioni del tasso di disoccupazione, tra l’8 e il 9% per l’insieme della popolazione attiva.

Ma queste cifre non hanno nulla a che vedere con la realtà della disoccupazione dei giovani nei quartieri popolari. Se prendiamo per esempio i giovani uomini nati da padre operaio e che hanno lasciato la scuola senza diploma, in certi quartieri arriviamo a un tasso di disoccupazione attorno al 50%. E se potessimo misurare gli effetti delle discriminazioni legate al quartiere o al colore della pelle, è probabile che questo tasso risulterebbe ancora superiore. Ecco la realtà economica senza la quale non si capisce uno degli elementi che alimentano in permanenza tra i giovani dei quartieri i sentimenti di rabbia, di ingiustizia, di esclusione e di ciò che io chiamo la “vittimizzazione” collettiva. In seguito, bisogna evocare il problema permanente costituito dalle tensioni e dai conflitti tra una parte dei giovani e la polizia, conflitto che si cristallizza sulla violenza delle modalità di intervento della polizia, fatte di controlli incessanti che i giovani percepiscono come controlli «a seconda della faccia» e quindi come delle umiliazioni.

E’ come un gioco tra il gatto e il topo tra i ragazzini e i poliziotti, come quello che ha apparentemente portato al dramma di Clichy-sous-bois. C’è qui un circolo vizioso in corso da anni, nel quale i poliziotti stessi sono presi in trappola e che nessuno ha il coraggio politico di denunciare come tale, poiché questo presupporrebbe una riforma profonda del modo di fare della polizia in Francia, cosa che non piace a vari sindacati di polizia. A questa umiliazione economica quotidiana e a queste umiliazioni, egualmente quotidiane, nelle relazioni con la polizia, si aggiunge infine l’umiliazione politica e simbolica globale che emerge dalle affermazioni del ministro degli interni, che ha trattato i giovani in rivolta come «gentaglia» e «delinquentelli».

Come uscire da questa situazione, in una società dove l’individualismo regna e le vecchie strutture (partiti politici, sindacati) non svolgono più – non possono più svolgere – il ruolo del passato?

Se vogliamo che i giovani si calmino, bisogna prima di tutto dire loro che li ascoltiamo e che capiamo la loro rabbia e la loro umiliazione. Questo non vuol dire scusare gli atti di delinquenza di alcuni, ma che prendiamo sul serio il grido di rivolta e di sofferenza generale. In seguito, bisognerà spiegare loro ciò che contiamo di fare per migliorare le possibilità di inserirsi realmente nella vita economica e sociale.

Per questo, una volta ancora, bisogna prendere la misura delle difficoltà enormi che incontrano per inserirsi nella vita sociale, quando passano di lavoretto in lavoretto, in alternanza con periodi di disoccupazione. Senza lavoro, nel doppio senso di uno status e di uno stipendio, non c’è possibilità di inserimento, non c’è accesso alla casa e nessuna prospettiva di fondare una famiglia. In seguito è possibile risalire a monte per constatare che questa situazione si prepara anche a scuola, da dove troppi giovani escono senza diploma o quasi e dove, avendo la situazione dei più vecchi sotto gli occhi, interiorizzano precocemente l’idea di non avere nessun avvenire nella nostra società.

Infine, bisogna capire che questa gioventù, soprattutto quando ha un’origine immigrata, esprime da più di vent’anni un bisogno di riconoscimento e di dignità al quale la società francese non risponde, oppure vi risponde con la paura e la stigmatizzazione, soprattutto attraverso l’islam. Dovrebbe essere il ruolo degli uomini politici e dei sindacati quello di riflettere in profondità a questi problemi.