La politica italiana degli anni Cinquanta

A quei tempi la sede nazionale del movimento giovanile democristiano (ufficialmente denominato Gruppi giovanili) si trovava a piazza delle Cinque Lune, a due passi da piazza Navona e a poche decine di metri dal Senato, nello stesso palazzo che ospitava la redazione del quotidiano Il Popolo e altri uffici della Dc. Fu perciò a piazza delle Cinque Lune, e non a piazza del Gesù, che ebbi i primi rapporti, a partire dal 1952, con il centro del partito.

Delegato nazionale dei Gruppi giovanili era allora Franco Maria Malfatti, che mi parve subito una persona di buona cultura e di indubbia capacità politica e che era destinato – come si sa – a una carriera di successo nel partito e nel governo. Malfatti aveva iniziato la sua esperienza in uno dei gruppi minori della sinistra democristiana, quello di “Politica d’Oggi”, che faceva capo a Domenico Ravaioli. Successivamente, anche a causa della crescente intesa fra Ravaioli e Gonnella, si era avvicinato ai dossettiani, senza tuttavia mai entrare nel gruppo ristretto dagli uomini di fiducia di Dossetti. Presto, invece, era stato chiamato, in rappresentanza della minoranza di sinistra, nella direzione nazionale dei Gruppi giovanili, e nel 1950 aveva assunto l’incarico di dirigere “Per l’Azione”, la rivista politico-culturale dei giovani Dc, prima diretta da Franco Nobili, che Malfatti aveva rilanciato sia graficamente (prendendo ad esempio “Il Politecnico” di Vittorini, allora punto di riferimento di tutta una generazione di intellettuali), sia nella qualità e nei contenuti. Poi nel Convegno nazionale di Ostia del 17-18 febbraio 1951 Malfatti era stato eletto delegato giovanile nazionale, prevalendo nettamente sull’andreottiano Nicola Signorelli, che era il candidato del centro-destra e aveva l’appoggio della segreteria del partito.

Come delegato nazionale Malfatti aveva raccolto intorno a sé un gruppo dirigente qualificato, formato in parte da alcuni esponenti “storici” dei Gruppi giovanili, come Gianni Baget Bozzo, per lungo tempo capo riconosciuto dei giovani dossettiani, o Bartolo Ciccardini, cui era stato affidato il compito di dirigere “Per l’Azione”. Ma accanto a loro Malfatti aveva chiamato quadri di indubbia capacità provenienti dalla periferia: come – per citare solo alcuni nomi – Corrado Guerzoni (che fu anni dopo il segretario personale di Aldo Moro proprio nella fase culminante della sua vicenda politica e umana) o l’allora giovanissimo Ugo Baduel, cui fu dato l’incarico di guidare gli studenti medi (e il giornale “Lo Studente d’Italia”) e che poi insieme a me e Magri uscì dalla Dc e vent’anni dopo divenne, come redattore dell’“Unità”, il giornalista di fiducia di Enrico Berlinguer per tutto il periodo della sua segreteria, fino alla morte. Partecipavano inoltre alle iniziative dei Gruppi giovanili personalità di poco più anziane, ormai avviate verso una piena maturità politica e culturale, come Giovanni Galloni, Leopoldo Elia, Tommaso Morlino, Adolfo Sarti.

A partire dal 1952 sia io sia Lucio Magri cominciammo a frequentare abbastanza regolarmente, per incontri e riunioni, la sede di piazza delle Cinque Lune. L’ambiente del movimento giovanile democristiano era, in quel momento, particolarmente vivace. La cultura politica che vi circolava si era sempre più allontanata dagli schemi della tradizionale dottrina sociale cattolica arricchendosi di nuovi contributi. La stessa eredità del dossettismo (e dell’intreccio che su “Cronache sociali” si era operato fra gli orientamenti del cattolicesimo francese – in particolare Maritain, Mounier, gli altri autori di “Esprit” – e il pensiero economico e sociale di derivazione anglosassone e di marca keynesiana) si incontrava con l’apertura a una nuova lettura critica della storia e della società italiane, soprattutto attraverso la chiave offerta da Gramsci (le cui opere, via via pubblicate proprio in quegli anni, venivano lette anche da tanti giovani cattolici con avidità) e mediante la riscoperta di Piero Gobetti, di Dorso, di Salvemini, delle maggiori personalità dell’antifascismo negli anni della clandestinità e dell’esilio.

Inoltre nella fase di incertezza e di crisi che si era aperta dopo il ritiro di Dossetti, e che era aggravata dall’offensiva dell’integralismo geddiano, a differenza della generazione adulta che aveva trovato un approdo soddisfacente nell’attivismo quotidiano e nella battaglia di Iniziativa democratica per conquistare il controllo del partito, il movimento giovanile era percorso da inquietudini più profonde e si apriva alle sollecitazioni del nuovo e alla ricerca di prospettive più avanzate. Prospettive che sembravano offerte, in particolare, dall’analisi critica sviluppata dalla rivista “Lo Spettatore italiano” che era diretta da Raimondo Craveri e aveva, ufficialmente, un gruppo redazionale di indirizzo liberal-crociano; ma che in quel momento era dominata – in un singolare intreccio di posizioni – dalla figura, subito diventata per Lucio e per me quasi mitica, di Franco Rodano.

Sulle pagine della rivista, in verità, non era apparso mai il nome di Rodano, che preferiva – come suo costume – l’anonimato. Ma la sua influenza sul gruppo di Craveri era sostenuta dall’autorità di Raffaele Mattioli (il famoso direttore della Banca commerciale); e inoltre della redazione facevano parte intellettuali che allora erano a lui strettamente legati come Gabriele De Rosa, Franco Rinaldini e Filippo Sacconi. La tesi centrale dello “Spettatore”, sviluppata attraverso una riflessione sugli avvenimenti italiani e intellettuali che si contrapponeva alle posizioni manichee che dominavano nella pubblicistica corrente, era quella della necessità di ricercare un nuovo e positivo rapporto, sul terreno politico e senza confusioni ideologiche, tra mondo cattolico e mondo comunista: anche per ridare spazio ai valori liberaldemocratici minacciati da un clima politico e culturale pesantemente conformista. Era un tema che raccoglieva consensi in una parte non secondaria dei giovani Dc e che destava un particolare interesse in me e in Lucio Magri che, all’interno della sinistra cattolica, sostenevano l’esigenza di un rinnovamento della società per il quale giudicavamo indispensabile un rinnovato rapporto di collaborazione con il movimento comunista.

Nei nostri viaggi a Roma io e Lucio alloggiavamo, generalmente, in via della Chiesa Nuova, in un appartamento preso in affitto dai giovani Dc e che era contiguo a quello che, fino a poco tempo prima, aveva ospitato Dossetti e gli altri “professionisti” in quella che era stata chiamata la Comunità del porcellino. Di rado, quando potevamo contare su un rimborso viaggi un po’ meno risicato, ci prendevamo il lusso di pernottare in qualche albergo delle vicinanze, come il Senato in piazza del Pantheon o il Santa Chiara: che a quel tempo, in verità, avevano prezzi davvero accessibili.

A via della Chiesa Nuova, a pranzo nelle trattorie dei dintorni, nella sede dei Gruppi giovanili di piazza delle Cinque Lune (e nei numerosi incontri e convegni di studio organizzati in quel periodo) facemmo la conoscenza, oltre che dei dirigenti e dei più stretti collaboratori del movimento giovanile che già ho ricordato, di numerosi giovani, intellettuali e politici, che si sarebbero poi fatti un nome in vari campi: da Raniero La Valle a Piero Pratesi, da Wladimiro Dorigo a Nicola Pistelli, da Gino Giugni a Guido Bodrato, da Achille Ardigò a Giovanni Di Capua, da Beniamino Andreatta a Paolo Valmarana, da Pier Antonio Graziani a Franco Salvi, da Edoardo Speranza a Ernesto Guido Laura. Era per noi l’incontro con un ambiente, non solo politico ma culturale e umano, ben più ricco e vivace di quello bergamasco.

Entrammo anche in contatto con quegli esponenti dell’ex Partito della sinistra cristiana che, distaccandosi da Franco Rodano, avevano lasciato il Pci dopo la scomunica contro i comunisti: ossia Felice Balbo, Ubaldo Scassellati, Mario Motta, Sandro Fè d’Ostiani, Giorgio Ceriani Sebregondi. Non fu però un incontro felice: in particolare in un colloquio riservato con Balbo (che era l’esponente più significativo del gruppo) constatammo, reciprocamente, la distanza fra le nostre posizioni e ci lasciammo con una certa freddezza. Non a caso non prendemmo parte, fin dall’inizio, all’esperienza – non solo giornalistica ma politica e organizzativa – di “Terza generazione”, che Balbo stava allora cercando di avviare, con la collaborazione non solo del suo vecchio gruppo, ma anche di Baget Bozzo e di altri esponenti del movimento giovanile Dc, fra cui Bartolo Ciccardini.

Verso la fine del 1952 Malfatti propose sia a me che a Magri di trasferirci a Roma e di entrare nell’esecutivo dei Gruppi giovanili. Benché l’ambiente romano e un impegno politico nazionale fossero particolarmente attraenti, tanto più per due giovani che venivano da una città come Bergamo che nonostante l’influsso culturale della vicina Milano era ancora molto provinciale, rispondemmo negativamente: e accettammo, per il momento, solo un incarico a tempo parziale nel gruppo dirigente, rinviando a dopo una decisione definitiva e un impegno a tempo pieno. Ciò per diversi motivi. Per quel che mi riguarda in quel frangente io ero particolarmente assorbito dagli studi universitari anche perché volevo recuperare il tempo perduto fra il 1948 e il 1949, quando una grave malattia mi aveva costretto prima a un ricovero in ospedale e poi a una lunga convalescenza.

Finito il liceo e conseguita la maturità classica nel luglio 1948, avevo deciso – come già ho accennato – di iscrivermi a filosofia, all’Università statale di Milano. Nella scelta degli studi universitari avevo preso in considerazione solo un’altra ipotesi: quella di iscrivermi a fisica.

L’incertezza non era casuale: fisica e filosofia erano infatti – sia pure su piani assai diversi – le discipline che in quel momento più di altre sembravano in grado di dare una risposta ai grandi interrogativi sulla realtà del mondo. Portai a termine gli studi filosofici con risultati eccellenti, prendendo o trenta o trenta e lode in tutti gli esami, eccetto un ventotto in latino; e alla fine del 1952 stavo lavorando, con un maestro come Antonio Banfi, per preparare la tesi su un argomento molto impegnativo, ossia sull’opera di Niccolò Cusano e sulle origini del pensiero scientifico nel passaggio dal Medioevo al Rinascimento.

Rinviai perciò alla conclusione degli studi universitari una risposta all’invito di Malfatti di trasferirmi a Roma: avevo promesso a me stesso e alla mia famiglia di laurearmi prima di iniziare un lavoro a tempo pieno. Anche Lucio, che oltretutto era più giovane di me, decise di rinviare. Accettammo però di iniziare a collaborare con il gruppo dirigente nazionale; e nel 1952-53 prendemmo parte attivamente alle iniziative dei Gruppi giovanili, che erano impegnati in prima linea nella battaglia contro l’indirizzo integralista di Luigi Gedda e contro la destra che anche all’interno della Dc sosteneva un’apertura verso monarchici e neofascisti, usciti rafforzati dalle elezioni amministrative del 1952 nel Centro-Sud.

Il momento politico appariva indubbiamente difficile. Era infatti la vecchia Italia che aveva portato al fascismo, e che non era certo scomparsa nonostante la guerra e la Resistenza, che cercava di rialzare la testa. In questa situazione i Gruppi giovanili democristiani si caratterizzarono, da un lato, per il ruolo di punta che svolsero nella lotta interna contro la destra, dall’altro per l’elaborazione (di cui la rivista “Per l’Azione” diretta da Bartolo Ciccardini divenne il principale strumento) dalla tesi che il sostegno alla politica di De Gasperi, contro l’offensiva integralista, non rappresentava semplicemente un arroccamento difensivo, ma significava consolidare lo Stato democratico come condizione necessaria per il rinnovamento della società italiana. In questa elaborazione l’insegnamento di Dossetti – in particolare l’indicazione da lui data a Rossena a chi intendeva continuare a operare in politica – si congiungeva palesemente con l’influsso del pensiero di Franco Rodano esposto sulle pagine dello “Spettatore italiano”. Si affacciava così, nella riflessione della parte più avanzata dei giovani democristiani, la problematica dell’“apertura a sinistra” (o almeno della ripresa del dialogo non solo con i socialisti, ma con i comunisti) come strada da esplorare per poter associare la difesa della democrazia a un impegno di rinnovamento economico, sociale e civile.

Nel corso del 1952 la nuova posizione dei giovani Dc fu esposta in modo esplicito da Bartolo Ciccardini in due articoli su “Per l’Azione” che fecero scalpore non solo nel mondo ristretto dell’organizzazione giovanile ma nel complesso della Dc e anche fuori di essa. Erano articoli che avevano entrambi un titolo eloquente: Alcide De Gasperi o dello Stato in Italia e Conservare lo Stato per la rivoluzione. Il senso era molto chiaro: non si trattava, da parte dei Gruppi giovanili, di un’improvvisa conversione al degasperismo, prima criticato come troppo moderato; si trattava invece di una visione più matura, che sottolineava l’indispensabile rapporto tra difesa della democrazia e possibilità di rinnovamento sociale e politico.

Il problema divenne però più acuto dopo le elezioni del 7 giugno 1953: quando la sconfitta della “legge truffa” rese evidenti i limiti non solo della maggioranza di centro, ma della politica centrista. Così alla camera come al senato s’instaurava un nuovo equilibrio parlamentare (una maggioranza di centro con un margine di pochissimi voti) che sembrava dare immediata attualità alla necessità di una scelta verso destra o verso sinistra. Fu quello il momento in cui si fece maggiormente sentire l’influenza di Rodano sull’orientamento della dirigenza dei giovani democristiani. In dicembre si tenne a Bologna un convegno di studi a carattere riservato – diretto cioè a raccogliere l’opinione di un gruppo ristretto di quadri politici e intellettuali cattolici – nel quale Malfatti, dopo aver respinto la prospettiva di un’alleanza a destra e dopo aver criticato sia il basso profilo del riformismo gronchiano sia l’insidia autoritaria presente nell’autosufficienza sostenuta da Fanfani (una posizione – egli disse – che aveva due facce: «ordine» da un lato, «progresso» dall’altro), avanzò l’ipotesi di un’intesa con i comunisti innanzitutto per consolidare le istituzioni democratiche e poi per avviare una politica di sostanziali riforme.

Sia io che Lucio intervenimmo con decisione a sostegno di questa tesi. Numerose furono però le critiche; e un grande peso ebbe l’ultimo intervento, quello di Leopoldo Elia, che riprendendo un’argomentazione già addotta nel corso del dibattito da Galloni sostenne che un accordo con i comunisti sarebbe forse stato possibile e anzi auspicabile nell’ambito italiano, considerando solo i problemi interni e la politica specifica del Pci; ma era reso impraticabile dal quadro internazionale, ancora dominato dal clima della guerra fredda: Malfatti tenne conto di queste critiche e nelle conclusioni fu più prudente che nella relazione introduttiva. Cominciava così il suo avvicinamento a Fanfani che sarebbe divenuto esplicito al Congresso di Napoli.

Ma andava ormai maturando, per Lucio e per me, il momento di una decisione. Anche a Bergamo, indubbiamente il nostro ruolo politico era cresciuto: si era anzi esteso alla Lombardia e ci eravamo impegnati, insieme al gruppo milanese, per la costituzione della nuova corrente della Sinistra di base. Ma la prospettiva del trasferimento a Roma ci apriva orizzonti molto più ampi. Perciò, nel mese di febbraio del 1954, la sera stessa del giorno in cui mi laureai (con 110 e lode, conservo ancora la tesi che – per quel che posso capire oggi – mi pare interessante, tale da non demeritare quel voto) partimmo per Roma col treno della notte da Milano. Andavamo ad assumere le responsabilità che già avevamo concordato con Malfatti, ossia la direzione di “Per l’Azione” per Lucio, per me l’incarico di dirigere i Centri di preparazione sociale, cioè le strutture che i Gruppi giovanili si erano dati per la formazione culturale e politica dei quadri.

Arrivammo a Roma essendo già conosciuti come sostenitori di una posizione chiaramente di sinistra: confermata da due articoli per noi molto impegnativi che avevamo scritto per gli ultimi numeri di “Per l’Azione”. L’articolo di Lucio s’intitolava I limiti del riformismo e sviluppava con molto rigore una riflessione che era indicata come premessa di una più avanzata linea di rinnovamento. Il mio Il vizio politicistico. Era un articolo in cui riprendevo (forse più di quanto allora mi rendessi conto, come già ho fatto cenno) la tesi esposta da Dossetti, nell’annunciare il suo ritiro, sui limiti della politica: ossia che senza un nuovo fondamento di idee, di cultura, di moralità e di impegno civile era inevitabile che la politica restasse invischiata nell’ipoteca conservatrice o nella palude di una mediocre pratica riformista. Eravamo decisi a operare con determinazione su questa linea di sinistra: e anche per questo era nostra intenzione estendere in nuove direzioni i rapporti politici che già eravamo venuti intessendo.