La pensione cococò? Sarà 300 euro al mese

Al di sotto dell’assegno di sussistenza sociale. La pensione a cui sono condannati i lavoratori precari – dai cococò ai prestatori occasionali, dagli associati in partecipazione ai collaboratori a progetto – si aggira intorno ai 300 euro mensili. Il dato viene da uno studio del Nidil Cgil, che ha calcolato l’importo basandosi sulla media delle retribuzioni attuali del mondo dei parasubordinati, e calcolando per giunta un ottimistico incremento annuale del 2% dei salari stessi: già difficile per i dipendenti, figurarsi quanto sia complicato intercettare uno scenario futuro per buste paga saltellanti e spesso destinate a scendere piuttosto che a salire. D’altra parte, ormai questa tipologia di lavoratori non è più «marginale»: secondo i dati Inps, infatti, hanno raggiunto la ragguardevole percentuale del 9,14% rispetto al totale degli occupati. Tre milioni e seicentomila sono gli iscritti al fondo separato parasubordinati (precisamente 3.611.324), quasi 2 milioni e centomila i collaboratori attivi (2.069.923 quelli che hanno attualmente acceso almeno un contratto). Il settore ha avuto un grandissimo impulso soprattutto tra gli anni 2003 e 2004 (gli ultimi disponibili; da tener presente che nel 2003 è entrata in vigore la legge 30): +14,8% di lavoratori attivi, contro un aumento dell’occupazione di solo 0,8%. E non parliamo più solo di giovani: l’analisi sull’età mostra che 7 parasubordinati su 10 (il 68%) hanno tra i 30 e i 59 anni, mentre solo il 21% è sotto i 30 anni. I collaboratori «puri», ovvero quelli che non rientrano nella categoria degli amministratori (di condominio o di società) e dei pensionati, sono 1 milione e 196 mila. E’ l’area a maggiore rischio abuso, perché è qui che si concentra la grande quantità di «dipendenti mascherati»: lavoratori in molti casi monocommittenti, che devono recarsi nella sede di lavoro e hanno un orario pieno come i dipendenti classici. Solo che costano meno: la restribuzione è libera, i contributi sono più bassi e non hanno la tutela dell’articolo 18. Low cost e «usa e getta».

Il capitolo retribuzioni è infatti altrettanto interessante. Rapportando i versamenti alla cassa previdenziale con il numero degli iscritti, il Nidil ha ricostruito il compenso medio lordo annuo di un collaboratore: 10.880 euro. Non lavorano tutti i mesi, ma diviso 12 fanno 906 euro al mese (netti si ridurranno a meno di 700).

Con l’attuale aliquota al 20% un uomo che lascerà il lavoro a 65 anni con 25 anni di contributi pieni (averne 40 da precari è davvero difficile) percepirà un assegno di 256,77 euro mensili. Una donna che esce a 60 anni con la medesima anzianità avrà 216,05 euro. Pensioni da fame. Gli assegni salgono sopra i 300 euro se aumentano gli anni di contribuzione e se si ipotizza un’aliquota più alta. Ma la soluzione non starebbe solo nell’innalzare l’aliquota contributiva: lo studio Cgil dimostra che al crescere di quest’ultima (era al 14% nel 1999, oggi è al 20%), si abbassano i compensi lordi (si è partiti da 13 mila euro annui del `99, toccando il massimo dei 16 mila nel 2001, per ridiscendere sotto gli 11 mila di oggi). Morena Piccinini ed Emilio Viafora (segretaria confederale Cgil e segretario generale Nidil) hanno spiegato che «non basta aumentare i contributi per dissuadere i datori di lavoro dall’utilizzare i collaboratori come dipendenti mascherati, dato che, come si è visto, se si innalza l’aliquota vengono abbassati i compensi: insomma il datore di lavoro si rifà sui lavoratori». Dunque «è necessario che anche i compensi siano portati ai livelli dei dipendenti, qualora il lavoro sia subordinato». Un chiaro messaggio all’Unione, che nel suo programma sul tema sembra dedicarsi solo alle aliquote contributive. Infine, secondo i due segretari Cgil «bisogna modificare radicalmente o abrogare la legge 30, separando chiaramente il lavoro subordinato da quello autonomo, mentre i compensi devono essere stabiliti nel contratto nazionale».