La Paz val bene una giacca

Evo Morales Ayma è diventato domenica il presidente numero 69 della storia boliviana, incarico storicamente occupato dalle élites bianche – con casi limite come quello di Gonzalo Sanchez de Lozada, che parlava l’inglese meglio dello spagnolo. E le tre cerimonie d’investitura sono state cariche di simboli che hanno marcato il carattere «rifondativo» che il nuovo capo dello stato vuole dare alla sua gestione. Sabato, alla prima delle tre investituture, quella indigena, l’ex leader cocalero ha detto: «Da Tiwanako comincia una nuova era per i popoli del mondo, solo con la forza del popolo la faremo finita con lo stato coloniale e potremo piegare il braccio dell’impero», «Chiedo agli indigeni di controllarmi e se non riesco ad avanzare di spingermi; siamo di fronte al trionfo di una rivoluzione democratica e culturale», l’occasione per portare avanti gli obiettivi inconclusi dell’eroe aymara Tupak Katari e del Che Guevara. Domenica le cerimonie si sono trasferite a La Paz, dove in Congresso è stato ufficialmente insignito della presidenza. Morales indossava un maglione di alpaca scuro con motivi andini, senza cravatta, sopra una camicia bianca. Elegantissimo di una eleganza che voleva sfuggire a un cliché associato con la minoranza bianca del paese: la giacca e la cravatta. Era il suo vicepresidente, il sociologo ed ex guerrigliero Álvaro García Linera, che aveva l’incarico di rappresentare quelle «classi medie urbane», lui sì con un elegante vestito scuro e la cravatta che poi si sarebbe tolta non appena finita la cerimonia. La scena materializzava lo slogan elettorale di «un governo con il poncho e la cravatta», il tentativo di un’alleanza fra le classi che significhi il reincontro fra i boliviani. Con il pugno sinistro alzato, Evo Morales ha ricevuto la sua seconda «incoronazione», quella che vale per la legge dello stato. Molto emozionato ha ricevuto la fascia presidenziale dalle mani di García Linera, che ha ricevuto il giuramento. «Fino a 50 anni fa, noi indigeni non avevamo il diritto di camminare per questa Plaza Murillo e qui sembrava il Sudafrica», ha poi detto Morales ricordando «la storia nera» della Bolivia.

Mentre il «loro» presidente parlava dei «detestati, esclusi e emarginati» a cui «cavavano gli occhi e tagliavano le mani come castigo per aver imparato a leggere», sui maxi-schermi sulle strade passavano facce scure, piene di rughe che erano i segni di patimenti infiniti e di battaglie quasi sempre perdute, che guardavano con speranza «un campesino che sa lavorare la terra» diventato il presidente che promette «una nuova era». A loro ha parlato della sua «rivoluzione democratica e culturale». «Vogliamo cambiare la Bolivia con i voti e non con le pallottole. Ci lasciano un paese dipendente. Se avessero amato un poco questa patria, oggi saremmo meglio della Svizzera, che non ha neppure risorse naturali», ha detto annunciando la nazionalizzazione delle risorse naturali. Perché privatizzare risorse come l’acqua «significa violare i diritti umani». Ha ripetuto che non ci sarà «coca zero» ma «narcotraffico zero», che non ci saranno più latifondi improduttivi e piani di aggiustamento economico elaborati all’estero, che «la Bolivia tornerà a essere un paese minerario con la rinascita della compagnia statale Corporación Minera de Bolivia» e ha chiesto agli organismi finanziari internazionali e ai paesi ricchi il condono totale del debito estero. Come parte della nuova etica pubblica, ha annunciato la riduzione delle metà degli stipendi di presidente, deputati e senatori. E ha assicurato che in agosto entrerà in funzione un’assemblea costituente che dovrà «rifondare il paese e non solo la costituzione».

Dopo un’ora e mezzo di discorso in spagnolo, Morales è passato all’aymara, per l’entusiasmo della piazza, e poi ha salutato in quechua i dignitari stranieri. Quando ha ricevuto il bastone del comando l’emozione è stata troppo forte e il volto gli si è rigato di lacrime. Forse in quel momento soltanto si è reso conto di quello che gli stava capitando e ha rivisto il bambino povero che era e che ha fatto tanta strada. Prima di chiudere ha citato una frase del Subcomandante Marcos, che era stato invitato ma ha declinato l’invito: «Governerò obbedendo al popolo». Una moltitudine l’ha aspettato per la terza cerimonia, il giuramento davanti ai movimenti sociali nella Plaza de los Héroes, quella dove nell’ottobre 2003 un’altra moltitudine, forse la stessa, si era concentrata per cacciare dal potere l’ultra-liberista Sánchez de Lozada. Questa volta non si trattava di cacciare un presidente ma di proclamarlo. Fra l’entusiasmo della nuova Bolivia.