La Palestina è vicina

Dopo 38 anni d’occupazione militare, è esplosa la gioia dei palestinesi. Ieri l’ultimo carro armato israeliano ha lasciato la Striscia di Gaza. Lasciando l’ultima provocazione di Sharon: scaricare sui palestinesi l’onere di distruggere le sinagoghe degli insediamenti ebraici che sapientemente i bulldozer israeliani avevano risparmiato dopo avere invece demolito le belle case dei coloni perché, hanno detto, «ai palestinesi servono case popolari». Dopo tante distruzioni di case palestinesi, Israele poteva lasciar «vivere» quelle abitazioni e l’Anp – che oggi dovrà difendersi dall’improponibile accusa di antisemitismo – avrebbe dovuto smarcarsi e decidere che le strutture delle ex sinagoghe potevano diventare «luoghi aperti» nei nuovi Territori liberati, per fermare nella «terra più amata» la storia millenaria del dio che divide. Ma certo è impossibile valutare il peso dell’autorità dell’Anp a Gaza in preda ad una euforia inusitata e a tanta rabbia dopo un’epoca di stragi. Ora il presidente palestinese Abu Mazen è costretto a far buon viso a cattivo gioco e a leggere nel ritiro unilaterale del governo israeliano la «dimostrazione» che è davvero possibile porre fine all’occupazione militare della Cisgiordania, mandando a dire che «adesso Gaza non deve essere più una prigione». Perché sul confine egiziano, per controllare la sicurezza d’Israele, saranno schierati l’esercito del Cairo e i doganieri dell’Ue, mentre lo spazio aereo e quello marittimo della Striscia restano sotto controllo israeliano e non c’è al momento alcuna via legale di collegamento tra Gaza e Cisgiordania. Anche da questo si può capire che non è nato nessuno stato palestinese.

Eppure il governo israeliano ha mandato in onda, per due mesi, il «doloroso ritiro da Gaza» esattamente per ipotecare gli accordi internazionali raggiunti con la Road Map e, prima ancora, a Wye Plantation, che impegnano Tel Aviv al ritiro vero e proprio – e concordato -, cioè quello dalla fertile e preziosa Cisgiordania. Non solo, il ritiro dalla Striscia è stato alla fine possibile perché Sharon ha ricompattato la destra al governo, il Likud nonostante Netanyahu, i coloni, l’esercito e la sua opinione pubblica sull’obiettivo della colonizzazione della Cisgiordania. Che, semplicemente, continuerà. Lì non si tratta di piccoli villaggi o accampamenti di estremisti, ma di città edificate, o in costruzione, con megainvestimenti governativi degli ultimi mesi: 127 insediamenti, ognuno difeso da avamposti militari. Come continuerà la costruzione del Muro che ruba terre e risorse ai palestinesi e l’occupazione di Gerusalemme est. Mentre dei profughi palestinesi in giro per il Medio Oriente non parla più nessuno – tranne l’ineffabile Piero Ostellino per il quale sarebbe «anacronistico» chiamare profughi i tre milioni di palestinesi delle nuove generazioni sparsi nei campi del mondo arabo non per necessità ma per «propaganda» (sic).

Qual è il punto? Sharon, nel disprezzo assoluto della comunità internazionale e soprattutto dei palestinesi, ha voluto e imposto un ritiro unilaterale.
Cioè ha deciso il solo ritiro da Gaza. Già presentato da Dav Weisglass, il più autorevole dei consiglieri di Sharon, come «formalina per far dimenticare lo stato palestinese». Ma interpretato quasi da tutti come il ritiro tout-court. E giù apprezzamenti e vesti strappate anche a sinistra. Come se quello fosse il ritiro previsto negli accordi di pace con i palestinesi, accordi sempre violati e stracciati. Dall’uccisione di Rabin per mano degli estremisti ebrei alla rioccupazione militare dei Territori palestinesi, fino all’esautoramento di Arafat. Si fa un bel discutere su come è morto o sarebbe stato ucciso l’ex presidente palestinese. Dimenticando che averlo relegato in una stanza di Ramallah per quasi tre anni, sottoposto ad ogni oltraggio, è stato molto più che ucciderlo. Ora Gaza liberata rischia di diventare non solo il ghetto dentro cui tutto può accadere, dalla resa dei conti interna, come testimonia l’uccisione di Moussa Arafat, alla guerra dei ricatti per bisogno, com’è accaduto per il breve sequestro del giornalista italiano, alla giusta protesta contro la corruzione palestinese – quella con cui le istituzioni occidentali hanno «compensato» l’indipendenza continuamente e inesorabilmente rimandata. Diventa in modo più grave e più preoccupante l’antefatto del vuoto, la conferma dell’arroganza d’Israele.

Sharon non vuole lo stato di Palestina, dichiara di non essere pronto ancora. La sua idea di stato di Palestina, quando ci sarà e se ci sarà, è quella di una Striscia di Gaza separata dalla Cisgiordania, entrambe senza confini controllati dai palestinesi, senza una politica estera autonoma e tantomeno esercito effettivo. Ma invece con tanta polizia per i problemi di miseria e demografici, e altrettanti servizi segreti internazionali per prevenire ogni protesta politica. Insomma, le cose così come stanno. Lo scontro interno ai palestinesi sembra tragicamente prefigurato.

L’attuale leadership palestinese, guidata dal presidente Abu Mazen e dal primo ministro Abu Ala, è consapevole di tutto questo e sa bene che la sua autorità e legittimità residua dipenderà solo dalla capacità di ottenere, dopo quello teatrale di Gaza, il ritiro vero delle forze d’occupazione militare e delle colonie dalla Cisgiordania e da Gerusalemme. E’ per questa difficoltà che sono state finora rimandate le elezioni politiche palestinesi. Se questo non dovesse accadere, nessuno s’illuda. La Palestina continuerà ad essere realmente e nell’immaginario politico delle masse arabe e islamiche, più che occupata: sarà la prova della menzogna occidentale. Senza dimenticare che, finora, come hanno dimostrato gli attentati di Taba di un anno fa in Egitto, anche Hamas e le frange palestinesi più radicali, hanno rifiutato ogni abbraccio mortale ripetutamente offerto dal terrorismo internazionale di matrice Al Qaeda e ogni immediato legame con il disastro della guerra americana in Iraq. Ma fino a quando. Se la situazione dovesse rimanere l’inferno che è, sarà l’inferno a prevalere.

Il movimento della pace è tornato a marciare in occasione dell’11 settembre. L’ultima volta che lo avevamo visto era stato in occasione del rapimento di Giuliana Sgrena. Ma, dopo la morte di Arafat, ad «occuparsi» della Palestina è stato solo Sharon. Se vogliamo che sia la parola e la verità a prevalere e non le armi, che sia un’Onu dei popoli a vincere, che Gaza sia davvero non il bicchiere ancora vuoto ma la goccia di speranza che fa intravedere in lontananza la possibilità reale dello stato palestinese – così si sforzano di vederla i palestinesi nella loro disperazione -, da subito facciamo entrare, con il rifiuto della guerra in Iraq, la questione palestinese nelle primarie italiane. La Palestina è sola e divisa. Facciamo che torni vicina. Sgombriamo le macerie del silenzio che, complice, ha aiutato e aiuta la «pace» unilaterale di Sharon.