La pace, tre anni dopo

Basterebbe leggere l’appello lanciato ieri da diversi premi Nobel – da Péres Esquivel a Rigoberta Menchù, da Dario Fo a Pinter, da Saramago a Gordimer, a Soyinka – e sottoscritto da intellettuali, filosofi, teologi, attori, musicisti, giuristi di tutto il mondo per togliersi ogni eventuale dubbio sulla necessità di tornare in piazza contro la guerra. Nell’appello si denunciano i crimini commessi e le «sistematiche violazioni dei diritti umani promosse in nome della cosiddetta guerra contro il terrorismo» e i voli illegali della Cia. I premi Nobel chiedono la chiusura dei centri illegali di detenzione, da Guantanamo ad Abu Ghraib, e la fine delle «flagranti violazioni della dignità umana». Non stiamo parlando di effetti della guerra ma della guerra stessa, in una stagione di odio in cui mezzi e fini si confondono. Solo il target non cambia mai: le popolazioni civili. L’Iraq non ha pace, e nessuno più racconta quel che succede in un paese in cui l’informazione è stata tra le prime vittima della guerra. Come esplode la Palestina; l’Iran è già nel mirino di Bush. Ecco perché in tutto il mondo, a partire da quello specializzato nell’esportazione della democrazia, oggi si manifesta contro la guerra e per il ritiro delle truppe d’occupazione, non solo da Baghdad.

Il comitato promotore, erede di una stagione importante di mobilitazioni civili di massa per la pace, alla fine ce l’ha fatta a confermare gli impegni presi per la giornata di oggi: un importante convegno al mattino alla Provincia di Roma con refusenik, «disertori», militari contro la guerra e parenti di militari costretti a combattere una guerra non loro e che non può essere fatta in nome di popolazioni che chiedono pace; il corteo alle 14,30 che attraverserà il centro della capitale, da piazza Esedra, in via Cavour, Piazza Venezia, via delle Botteghe oscure, Largo Argentina, Corso Vittorio, per concludersi in piazza Navona con interventi di esponenti del pacifismo internazionale, mentre per l’Italia prenderà la parola la giornalista del manifesto Giuliana Sgrena; alle 18,30, infine, al teatro Eliseo sarà proiettato il video sulla scuola di musica Al Kamandjati, a cui seguirà il concerto di Dal’Ouna, orchestra di solidarietà internazionale diretta da Ramzi Abureduan, proveniente da un campo profughi palestinese.

Dall’Arci ai Cobas, dalla Fiom a Emergency, dai Beati i costruttori di pace a Pax Christi, a una buona parte dell’associazionismo laico e cattolico, ad alcuni partiti impegnati nella campagna elettorale contro Berlusconi: Rifondazione comunista, il Pdci e i Verdi. Ci sono tutti, o quasi, quelli che si battono contro la guerra, per il ritiro delle truppe d’occupazione, contro ogni violenza sulla popolazione civile, bome e autobombe. Quelli che non sono disposti a dimenticare l’assassinio di Nicola Calipari per mano nordamericana. La Cgil, come ha confermato nei giorni scorsi, aderisce alla giornata di mobilitazione mondiale (la decisione era già stata presa al congresso di Rimini) ma non al corteo. Ma la Cgil è fatta di milioni di uomini e donne liberi di scegliere, così come i militanti dei Ds, solo per fare un esempio, non rischiano la Siberia nel caso decidessero di partecipare alla manifestazione con le bandiere arcobaleno. Tanto più che le 280 pagine del programma dell’Unione non proibiscono di manifestare contro la guerra. Oggi vedremo se, e fino a che punto, ha prodotto danni il grido piuttosto irresponsabile «al lupo al lupo» – i «provocatori», i «violenti», pagati da chissà chi per penalizzare il centrosinistra e fare il gioco di Berlusconi.

Lo stesso rifiuto della guerra che uccide e imbarbarisce le culture si manifesta nelle principali capitali europee, così come in 400 città degli Stati uniti tra oggi e lunedì; in America Latina a Caracas, La Paz e L’Avana; in Asia nelle Filippine, in Giappone e in Corea. Anche in alcuni paesi islamici, come la Turchia, scende in piazza il movimento pacifista con slogan contro la politica del governo Usa e dei suoi alleati: a Istanbul, Ankara, Izmir, Adana e a Trabzon. Ma oggi la Turchia è in subbuglio. C’è tensione per le celebrazioni del Newroz (il capodanno kurdo) vietato dal governo.