La pace promessa

Da troppo tempo si parla di pace in Medio Oriente mentre tutti ì piani sono di guerra. La dichiarazione del presidente palestinese Abu Mazen di sospendere la farsa degli incontri bilaterali con Olmert, dimostra la gravità della situazione. Bush ha annunciato ad agosto una conferenza di pace per il Medio Oriente, per poi precisare che era solo un «meeting» e senza specificare invitati e tempi. Contemporaneamente venivano incentivate la guerra civile in Palestina, la colonizzazione ebraica dei Territori occupati, la costruzione del Muro e le incursioni mirate dell’esercito israeliano in Cisgiordania e Gaza, seminando morte, distruzione e disperazione. In cambio di colloqui utili solo a dare tempo al traballante premier israeliano e a coprire i preparativi di guerra dell’amministrazione americana in crisi di consenso e lucidità, veniva offerta a Abu Mazen la sopravvivenza del suo governo e aiuti economici pei le sue forze dell’ordine. Ma entrambi condizionati al blocco di qualsiasi forma di dialogo o comunicazione con Hamas, vitali per fermare le divisioni nella società palestinese. La dichiarazione di Condoleezza Rice appena arrivata a Tel Aviv di appoggio aperto alla decisione israeliana di considerare Gaza «entità nemica» senza «abbandonare l’innocente popolazione palestinese» – mentre l’Onu accusa: così violate i diritti umani – conferma la strategia di dividere i palestinesi e di proseguire lo scontro parlando di pace.
Bush annuncia grandi progressi in Iraq solamente perché nella mattanza della guerra civile ha arruolato alcune tribù sunnite. Si parla di Grande Medio Oriente pacificato mentre vengono accreditati gli aiuti militari ad Israele di 30 miliardi di dollari per i prossimi 10 anni. La dichiarazione di «Gaza entità nemica» arriva a poche ore dall’ennesimo attentato a Beirut nel quale è rimasto ucciso il deputato cristiano-maronita Antoine Ghanem e altre otto persone. Ma avviene anche a pochi giorni dalla violazione dello spazio aereo siriano da parte dell’aviazione militare israeliana, e subito dopo le inquietanti profezie di guerre contro l’Iran del ministro francese Kouchner e la vendita di armi americane ad Arabia saudita ed Egitto per altri 30 miliardi di dollari.
Ora il Libano è un vulcano. L’attentato di ieri avviene nel momento politico più delicato delle trattative tra opposizione (non solo hezbollah) e governo Siniora, in vista di un riassetto delle istituzioni e delle prossima scadenza elettorale, e punta a far precipitare la crisi. Come non pensare alla missione Unifil e al ruolo dei soldati italiani seduti su una polveriera. Una domanda è irrinviabile: qual è il senso della pur preziosa presenza italiana? E’ ora di trasformare le missioni intemazionali in concrete iniziative di pace, il governo italiano, di fronte ai venti di guerra che spirano, deve riprendere con forza la sua proposta per la convocazione di una vera conferenza internazionale, già proposta a luglio con la lettera dei dieci ministri degli esteri europei. Finché siamo in tempo.