La pace non si fa con gli amici

Dieci anni fa oggi Yitzhak Rabin pagò con la vita il suo impegno per la pace fra israeliani e palestinesi, ucciso da un estremista ebreo. Il giorno dopo il manifesto uscì con un editoriale in cui si diceva che se si fosse potuto, in un momento così drammatico, andare oltre alla tragedia personale dell’uomo e alle ansie per la politica che incarnava, si sarebbe dovuto riconoscere che quella del premier israeliano era stata una bella morte, e simbolica, nella piazza di Tel Aviv che oggi porta il suo nome, piena di gente che manifestava per la pace. La speranza era, senza cinismo, che la sua morte fosse una morte utile alla causa per cui lui, con un’infinità di palestinesi e tanti israeliani, era caduto. Invece, dieci anni dopo, bisogna dire che (anche) quella morte è stata inutile, che una pace nel conflitto Israele-Palestina che non sia una resa e un’aberrazione è più lontana che mai, che le speranze di pace sono morte con Rabin senza che nessuno – e tanto meno il presunto pacifista Ariel Sharon – abbia più potuto o voluto battere quella strada fino in fondo. Oggi la situazione in Israele e Palestina, in Iraq e nel Medio Oriente, nel mondo, è infinitamente peggiore che dieci anni fa. Inutile illudersi parlando di pace. Sono solo la guerra e la logica della guerra e della sopraffazione che dominano, si chiamino intervento umanitario, esportazione della democrazia o muro dell’apartheid. I kamikaze, che allora sembravano ed erano ancora una macabra eccezione, oggi sono diventati la tragica norma della disperazione.

E dire che Rabin non era affatto una colomba. Ma negli anni sofferti dal `48 e dopo tante guerre aveva saputo trasformarsi, sull’onda di Madrid e Oslo e poi nella famosa stretta di mano con Arafat sul prato della Casa bianca nel `93, da uomo di guerra in guerriero della pace. Un guerriero della pace coraggioso, come riconobbe il suo vecchio nemico palestinese.

Rabin nel `67 era stato l’uomo della guerra dei sei giorni e nell’87, dopo lo scoppio della prima intifada – quella «dei sassi», anni luce fa – l’uomo che aveva dato l’ordine ai soldati di «spezzare le ossa» ai ragazzi palestinesi. Poi però era stato lo stesso uomo che, con altrettanta durezza e decisione, una volta convertitosi all’idea dell’ineluttabilità della pace, si era buttato sulla strada del negoziato con il nemico palestinese. Questo era stato il suo peccato mortale, che i radicali israeliani ed ebrei non gli avrebbero perdonato. Di fronte ai cartelli dei coloni e della destra politica di Sharon che lo raffigurafano con la kefiah palestinese e i baffetti hitleriani, lui rispondeva con parole che già allora e ancor più oggi suonavano profetiche: «La pace non si fa con gli amici». Dopo Rabin l’imbelle Peres non seppe prenderne l’eredità politica. Poi con Netanyhau, Barak e Sharon è stato tutto un rotolare verso un inferno sempre più profondo, per i palestinesi ma anche per gli israeliani.

Rabin non era una colomba – o, come si disse, era una colomba con gli artigli del falco – ma aveva capito e accettato la cosa più semplice e più difficile per il leader di un paese impegnato in una guerra che nonostante l’esercito e le bombe atomiche non può vincere: che «la pace non si fa con gli amici». Il presunto pacifista Sharon, forte dell’appoggio automatico dell’America e delle ormai indifferenziate «guerre al terrorismo» di Bush, della debolezza dei palestinesi e della subalternità degli europei, ha liquidato politicamente (e forse anche fisicamente ma non è provato) prima Arafat e ora il più malleabile Abu Mazen. In attesa di una leadership palestinese di suo pieno gradimento potrà avere tutto il tempo per completare l’opera e rendere impossibile la pace. Che non significa la fine della guerra. La pace non si fa con gli amici. Ma Sharon non ha mai riconosciuto ai nemici palestinesi dignità politica né umana.