La pace di Dayton

«Dear mister president Milosevic, dear president…». Un compunto Bill Clinton, anche lui Mister President, parlava alle telecamere credendo di rivolgersi direttamente alla storia. I tre “cari presidenti” ospiti erano il serbo Milosevic, il croato Tudjman, e il bosniacco Izetbegovic. Sfingi balcaniche in quella liturgia diplomatica globale celebrata a Parigi. Dieci anni fa. Un 14 dicembre gelido, come gli entusiasmi di chi avrebbe dovuto dare le gambe dei fatti a quelle parole scritte.
In platea, personaggi che sulle guerre balcaniche successive avrebbero avuto ancora molto da dire. Ricordo l’americano Richard Holbrooke, che quattro anni dopo avrebbe dato il via libera ai bombardamenti Nato sulla Jugoslavia di Milosevic, e Xavier Solana, allora ministro spagnolo e presto segretario generale della Nato che quei bombardamenti avrebbe ordinato. Applaudivano ai “dear Mister President”. Per quei tre il rischio del Nobel per la pace, prima delle incriminazioni del Tribunale internazionale dell’Aja per crimini di guerra e contro l’umanità.

Da testimone di qualche pezzettino minuscolo di storia, ho imparato a scandire il calendario degli eventi col trucco dei ricordi. Un evento che ne evoca un altro, più personale. Esattamente dieci anni fa, in questi giorni, ricordo di aver viaggiato ininterrottamente per la Bosnia dei fronti di guerra per poi finire a Parigi.

All’inizio d’agosto le bombe croate sulle Krajne orientali sul fronte della Sava, e 200 mila profughi serbi in fuga verso Banja Luka. Non finisci di raccontare quel dramma cercando di raddrizzare le gambe storte della favola dei “tutti buoni” e dei “tutti cattivi”, che qualche cattivo vero spara nuovamente una granata sul mercato nel centro di Sarajevo. Due giorni dopo abbiamo visto i caccia bombardieri della Nato lanciare i loro missili contro le postazioni serbo bosniache sul Trebevic.

In quel caso il “mio” ricordo è della pista sterrata che scendeva dal monte Igman, la sola maglia allentata nell’assedio di Sarajevo, quell’ultimo tratto scoperto ed esposto al tiro a segno della parte serba. Confesso di aver apprezzato allora la distrazione imposta ai cecchini e artiglieri dai mostri volanti in picchiata. Ricordo anche la grande caserma serba di Lukavica, vicino alla fattoria carceraria dove durante l’assedio compravo benzina di contrabbando e cibo, e ricordo di aver incontrato personalmente quei proiettili all’Uranio impoverito che “avevano fatto miracoli” contro i carri armati e che avrebbero continuato a farli sulla pelle degli abitanti falciati da leucemie e cancro.

Intanto il fiume di profughi serbi sopravvissuti alla pulizia etnica nelle Krajne viene incanalato da Milosevic verso il Kosovo. Riequilibrio etnico, carne da cannone per la prossima guerra etnica iniziata in un modo e finita all’incontrario. Per loro la maledizione di essere vittime fra la categoria dei “cattivi”. Sofferenze indicibili prive ancora oggi di racconto e di compassione.

Poi fu Dayton, in Ohio, Stato Usa che uno ricorda che esiste soltanto perché ha deciso con una manciata di voti di regalare al mondo altri quattro anni di Bush junior. In quel buco del mondo, gli alchimisti delle geo-politica resuscitano il cadavere della Jugoslavia, per reincarnarlo nei confini della Bosnia.

A Sarajevo, in quella fine d’anno ho visto ancora qualche morto, ma nulla al confronto coi tre anni e mezzo precedenti. Fra Natale e Capodanno, proprio a Sarajevo arrivano i militari italiani. Potrà non piacere a qualche lettore di questo foglio, ma per me, quella fu una autentica missione di pace. Forse l’ultima.

Ricordo i “Centurion” gommati che con i loro lunghi cannoni arrivano dal “viale dei Cecchini”, sino al Palazzo presidenziale gruviera della “Marshala Tito”, e svoltano a sinistra verso la collina che sovrasta il cimitero che aveva tracimato le sue fosse nei vicini campi sportivi. Le sepolture avevano ormai raggiunto l’ultima area di rigore. Cessate il fuoco all’ultimo minuto utile. Ricordo l’arrivo dei carristi italiani alla scuola di Vogosca, dove il giorno prima c’erano porte, finestre e servizi igienici e dove trovarono come segno di benvenuto, un Colosseo bosniaco.

Per “noi” di Sarajevo, fu il giorno della “Liberazione”, vissuto a colori dopo il 25 aprile italiano che avevamo ereditato nella memoria in bianco e nero. Che poi tante Liberazioni vengano tradite, è un altro conto.

Quell’ennesimo inverno bosniaco 1995-96, gelo da “gavette di ghiaccio” (enfasi di Massimo Nava sul “Corriere della Sera”), era soltanto una tappa. Ci mettemmo poco a capirlo, quelli fra noi renitenti all’arruolamento fra i trombettieri. Poi c’è stato il Kosovo, la brutalità repressiva del regime di Milosevic in casa e in trasferta, l’invenzione americana dell’Uck e la loro guerra a tutti i costi, tre mesi di bombe Nato sulla piccola Jugoslavia, la pulizia etnica all’incontrario degli albanesi sui serbo kosovari che segna e condanna l’attualità balcanica ad altre violenze.

Il mondo traguardato dal buco della serratura della telepolitica da Grande Fratello, perde la sua memoria. Vi propongo quindi il lungo percorso della crisi balcanica, attraverso richiami di memoria collettiva. Esempio: nel 1980 in Jugoslavia muore il maresciallo Tito, e negli Stati Uniti viene eletto presidente Ronald Reagan. Fra l’87 e l’88, Milosevic prende il controllo della Lega dei Comunisti, mentre negli Stati Uniti viene eletto presidente Bush senior.

Nell’89 il nazionalismo serbo celebra il 6° centenario della battaglia cristiana di Kosovo Polje contro l’islam ottomano, e noi celebriamo il bicentenario della Rivoluzione Francese. Nel marzo del 1990 viene dichiarato lo Stato di emergenza in Kosovo, e Gorbatchev viene letto presidente dell’Unione Sovietica. Nell’estate, gli albanesi dichiarano l’indipendenza del Kosovo e l’Iraq invade il Kuwait. Nella primavera-estate del ‘91, finisce lo Guerra del Golfo e inizia quella civile in Jugoslavia, con la dichiarazione di indipendenza di Croazia e Slovenia.

Se vuoi leggere in italiano, la crisi Jugoslava potrebbe avere queste cadenze di comune memoria. Nel febbraio 1991 il Pci diventa Pds (a nasce Rifondazione), e in Slovenia e Croazia approvano leggi secessioniste. A fine gennaio 1992 la Comunità europea riconosce Croazia e Slovenia e a Milano inizia l’inchiesta Mani Pulite. Quell’estate, a Capaci ammazzano Giovanni Falcone, sua moglie e la scorta, e a Sarajevo comincia la guerra civile bosniaca.

Nell’aprile del ’93, la Nato inizia a sorvolare la Bosnia con i suoi cacciabombardieri, e il Italia si dimette il governo Amato. Nel ’94, fra gennaio e febbraio, strage da granata al mercato di Sarajevo e a casa nostra dimissioni del governo Ciampi. A marzo, caccia Nato abbattono 4 aerei serbi in Bosnia, e in Italia vince le elezioni il Polo. Nel maggio a Sarajevo nasce la Federazione croato-musulmana, e a Roma in governo Berlusconi. Nella splendida primavera del 1996, la città di Sarajevo viene riunificata e in Italia vince l’Ulivo.

Dopo Dayton e il fallimento del sostegno di Belgrado ai separatisti bosniaci di Karadzic e Mladic, la Serbia di Milosevic è in ginocchio. L’embargo internazionale e un regime dispotico e stupido, la condannano. Il ’96, ’97 furono gli anni della rivolta democratica di piazza. L’inverno “dei fischietti”. Dissenso politico e pacifico. Donne e uomini, operai e studenti. Un ’68 ritardato in salsa balcanica. A Belgrado, all’ora del Tg1 locale della televisione di Stato, ogni finestra e balcone si aprivano per sovrastare col rumore dei mestoli battuti sulle pentole il bla bla della “Bugiarda”. Mai che in Italia si raccolga una buona idea.

Nessun sostegno internazionale alla Serbia democratica che stava liberandosi da sola. La Serbia (a non solo Milosevic) andava pestata e piegata. Nel ’98 Milosevic è ancora al potere e insegue il fronte del Kosovo che alcuni paesi occidentali hanno alimentato. La questione albanese in Kosovo è più vecchia di Tito. Le colpe storiche delle due popolazioni di volta in volta al potere dall’inizio del ‘900, sono piene di reciproche nefandezze. Di quell’anno che ho trascorso praticamente a Pristina, ho il ricordo del distinguo labile fra chi giocava sporco e chi sporchissimo. L’innocenza non è di quelle terre.

La strage di Racak dell’inizio ’99 e le trattative di Rambouillet a Parigi sono la montatura e la sceneggiata diplomatica necessarie alla “idealpolitik” di una guerra già decisa dagli Stati Uniti. Il 24 marzo, l’inizio dei bombardamenti Nato. Ancora oggi non si sa come chiamarla correttamente quella guerra. Escludendo l’offensivo ossimoro di “guerra umanitaria”, c’è chi parla di guerra “per il Kosovo”, e chi di guerra “contro la Jugoslavia”. Per la potenza militare Nato doveva essere una passeggiata, e sono stati invece necessari quasi tre mesi di bombardamenti sempre più intensi e indiscriminati. Quelle bombe le ho vissute da Belgrado e dal Kosovo, e fu davvero cosa barbara. Morti innocenti, che non sottraevano sofferenza ai profughi kosovari albanesi in fuga. Il bombardamento della Tv di Belgrado e quei 16 morti senza colpe, continuo a considerarlo un assassino fra i molti, e i loro responsabili a vario livello, dei criminali finora impuniti.

L’epilogo politico di Milosevic è nel 2000, con il despota, prima sconfitto elettoralmente e poi deposto da una rivolta di piazza. Nel pomeriggio del 5 ottobre l’invasione del Parlamento federale, e l’incendio della Bugiarda televisiva. La notte successiva la passai in piazza, con telecamera e zainetto per l’emergenza. Aspettavamo i carri armati, che non arrivarono soltanto per il rifiuto dei generali. Da allora, sui Balcani, il silenzio politico e informativo internazionale.

A far finta che il “cessate il fuoco” finalmente raggiunto, fosse una pace.

Il problema è quello eterno delle guerre e dei media. Ogni guerra deve essere venduta nella confezione idealità. Ogni guerra è il massimo di “realpolitik” e di brutalità. Se insisti a raccontare il “dopo”, anche gli scemi s’accorgono degli inganni del prima. Basta andare oggi in Serbia, Kosovo, Bosnia, Macedonia e Montenegro – come faccio per mestiere io – per accorgersene.

Dieci anni dagli accordi per la Bosnia, e per raccontarli finisci a fare un Bignami di tutte le recenti guerre balcaniche. Partì dalla dissoluzione della vecchia Jugoslavia socialista di Tito. Fu un’atroce lite fra eredi per spartirsi l’eredità. S’è parlato spesso del progetto egemonico di “Grande Serbia” portato avanti da Milosevic. In pochi si sono dedicati allo studio dell’obiettivo di “Grande Croazia” che fu di Franjo Tudjman, e nessuno ci ha raccontato della realtà espansiva e presente della “Grande Albania”. Due progetti ideologici legati all’espansionismo politico-culturale slavo, e la costanza dell’espansionismo demografico della “Grande Albania” che coinvolge oggi il Kosovo, il sud della Serbia, la Macedonia, il Montenegro e un pezzo di Grecia.

Il realtà il mondo ha assistito, anzi, sta ancora assistendo ad un filmone storico in tre tempi. Due tempi già visti, con gran finale a sorpresa. Un “Primo tempo” in cui le due “grandeur” slave che si affrontano e cercano di spartirsi la Bosnia. Un “Secondo tempo” col nord slavo che cerca di contenere il suo sud albanese in Kosovo. Terzo tempo, ancora in via di elaborazione, con la definizione dei confini reali dei Balcani albanesi, a partire dallo status futuro del Kosovo e in attesa del temuto “effetto domino” che l’indipendenza del Kosovo produrrà attorno.

Se passiamo dal cinema al calcio, possiamo anche dire che la caratteristica comune di queste tre fasi, è l’interferenza dell’arbitro internazionale nel definire il risultato finale della partita. Formalmente parliamo della Nato, sostanzialmente degli Stati Uniti. L’Unione Europea, riesce qualche volta a fare da guardalinee.

Bosnia e Kosovo dunque, segnano il passato e andranno a definire il futuro dei Balcani. Da Dayton nasce un piccolo mostro giuridico, basato sulla intangibilità dei vecchi confini jugoslavi. La Bosnia di Dayton diventa Stato unitario formato da due entità statali, e con tre popoli costituenti. Continuando a dare i numeri, hai una “Srpska Republika” con capitale a Banja Luka e una “Federazione” che mette assieme i croati dell’Erzegovina (Mostar), con i bosniacchi (gli slavi convertiti anticamente all’islam) di Sarajevo. La Presidenza è una e trina (presidenza a rotazione), e come un atto di fede, dovrebbe riuscire a governare l’ingovernabile.

Dieci anni dopo Dayton, dovremmo avere il coraggio di raccontare di una Sarajevo ormai monoetnica e in via di islamizzazione accelerata, di una Banja Luka serba strangolata da una distribuzione ineguale degli aiuto internazionali, e di una Mostar dove l’antico ponte sulla Neretva abbattuto dai croati e ora ricostruito, continua a segnare il confine interno di una Federazione fra nemici.

Alla fin fine celebreremo Dayton nella consapevolezza di dover andare oltre Dayton, e senza il coraggio internazionale di farlo. Più meno quanto sta accadendo in Kosovo. Una bomba innescata col detonatore senza sicura. Non sai quando, ma sai che esploderà. Stato monoetnico albanese, con una minoranze serba sopravissuta (-200 mila), chiusa in enclavi protette dai militari Nato. Formalmente parte della Jugoslavia che non esiste più, la “Provincia” del Kosovo, è “entità” territoriale indefinita, con una rappresentanza popolare autonoma, un suo “Presidente”, Ibrahim Rugova (ora gravemente malato), e un Governatore Onu che ha tutti i poteri ma che non riesce (o vuole) esercitarli. C’è chi definisce il Kosovo una sorta di Tortuga, l’isola dei pirati, nel cuore dell’Europa. Ora la comunità internazionale sta valutando gli “Standard” di democrazia, di legalità, di rispetto delle minoranze dei diritti umani, prima di passare alla discussione sullo “Status” futuro del Kosovo, cioè l’indipendenza.

L’appuntamento è di qui a poco. Se saranno riconosciuti gli “Standard” di “democrazia” sarà la vergogna, se saranno respinti, sarà la rivolta. Semini bombe e raccogli tempesta. Ma per capire la partita in corso, devi mettere a confronto fra loro i due tempi del nostro “Film”: Bosnia e Kosovo. Nella Bosnia lacerata da tre anni e mezzo di feroce guerra civile, la comunità internazionale impone una convivenza istituzionale vigilata, erede della vecchia Jugoslavia. Al Kosovo albanese, gli Stati Uniti attraverso la Nato costruiscono lo stato monoetnico su misura. Due pesi e due misure. Le conseguenze possibili sono inimmaginabili. L’autodeterminazione kosovara Si, e quella croato-erzegovese che guarda a Zagabria No? E i serbi di Bosnia? E gli albanesi macedoni? Effetto domino, si chiama negli incubi delle cancellerie occidentali.

L’adesione futura all’Unione Europea dei vari frammenti di Balcani è il solo progetto politico esistente. Soluzione possibile, se mai coincideranno i tempi fra le crisi balcaniche in accelerazione e gli egoismi europei in crescita. Altrimenti si ricomincia. Proprio dalla Bosnia e dal Kosovo, dove il nostro tragico film era iniziato.