La «nuova» strategia di Bush: «guerra preventiva» e pedalare

Neo-conservatori fanatici alla Paul Wolfowitz o neo-realisti pragmatici alla Condi Rice, la linea non cambia: colpisci prima e poi verifica se eventualmente c’erano armi di distruzione di massa. come accadde con l’Iraq giusto tre anni fa, o armi nucleari in costruzione, come potrebbe accadere per l’Iran in un prossimo futuro. L’Iran, dipinto ormai come la sfida prossima e più grande per gli Stati uniti, che appoggia il terrorismo, che minaccia di estinzione Israele, che ostacola l’avanzata della democrazia in Iraq, che vuole l’energia nucleare per costruire la bomba, che deve essere fermato a ogni costo. Con i mezzi della diplomazia se possibile, «se si vuole evitare la confrontation». Questo, in estrema sintesi, il succo della «National Security Strategy of the United States of America» che Stephen J. Hadley, consigliere per la sicurezza nazionale di George Bush ha presentato ieri a Washington. Hadley, che era il vice della Rice quando era Condi il consigliere per la sicurezza nazionale durante la prima amministrazione Bush, ha detto – e lo si evince anche dalla lettura delle 49 pagine del rapporto – che gli Stati uniti per fermare la proliferazione delle armi nucleari e delle altre armi infami (quelle degli altri, non quelle degli amici, come Israele e India, o dei vassalli utili, come il Pakistan) preferiscono in linea di principio la diplomazia (anche se la «transformational diplomacy» assomiglia molto al già sperimentato «regime change»). Ma «se necessario, in nome dei consacrati principi dell’autodifesa, noi non escludiamo l’uso della forza prima di essere attaccati, anche se ci sia incertezza sui tempi e i luoghi dell’attacco nemico». E’ il principio della «guerra preventiva», applicato, dopo l’attacco alle Torri gemelle newyorkesi dell’11 settembre, prima con l’Afghanistan degli ex amici taleban nell’ottobre 2001 e poi definitvamente sancito con la «guerra di liberazione» dell’Iraq (liberazione dal tiranno Saddam e dalle sue famose «armi di distruzione di massa») nel marzo 2003. Il principio che il Bush 2 intende portare avanti e consacrare come la nuova dottrina politico-militare Usa, al posto della «deterrenza» e del «contenimento» che era la linea americana durante la Guerra fredda. Anche se il rapporto non lo dice apertis verbis, è chiaro cosa potrebbe accadere nel caso la diplomazia fallisca nel convincere l’ostinato Iran di Ahmadinejad. E’ tanto chiaro che la parola «confrontation» non compare rispetto a un altro dei «rogue states» sulla lista nera, la Corea del Nord, che si merita una dura reprimenda da Washington – «deve cambiare la sua politica, aprire il suo sistema politico e garantire la libertà al suo popolo» – ma non rischia la «confrontation» (sarà perché Pyongyang la bomba forse ce l’ha già?). Come, per ora, non la rischiano gli altri «stati canaglia» che con Bush alla Casa bianca sono aumentati di numero: in origine erano in 3a costituire «l’asse del male» – Iraq, Iran e Corea del nord – e adesso gli stati «dispotici», secondo la nuova definizione, sono già 7 nonostante nel frattempo dalla lista nera siano stati depennati l’Iraq, liberato e democratizzato, e la Libia, rinsavita e riammessa in società: oltre all’Iran e il Nordcorea, la Siria, Cuba (che non poteva mancare), la Bielorussia, la Birmania e lo Zimbabwe (con il Venezuela di Chavez, bollato come «un demagogo» che destabilizza l’America latina, che sarà il prossimo).

Nonostante l’evidenza cruda della realtà, che l’ha fatto precipitare al minimo storico nei sondaggi interni, Bush riconferma nel rapporto 2006 le stesse linee-guida del rapporto 2002, aggiornati con alcune delle novità sopravvenute in questi 4 anni. Come i severi rimproveri alla Russia (di cui lamenta «una diminuzione nell’impegno alle libertà e istituzioni democratiche» e con cui «il rafforzamento delle relazioni recirpoche dipenderà dalle politiche, esterne e interne, che adotterà») e alla Cina (che si muove con «i vecchi modi di pensare e di agire»). Come quando, per far fronte alle «sfide della globalizzazione», accenna alla necessità di recuperare una parvenza di multilateralismo, con la servizievole Nato e una Onu però «riformata» secondo l’American-style. Per il resto è sempre la solita minestra riscaldata: le strategie per «fare avanzare la democrazia» nel mondo secondo i consolidati metodi di intrusione: dare soldi e appoggi per «libere elezioni», i diritti delle donne, le libertà religiose, per fermare il «traffico di uomini» (magari con il muro in costruzione lungo i 3 mila km del confine con il Messico); l’appoggio incondizionato alla «democrazia» israeliana esigendo che Hamas riconosca Israele, rinuncia «alla violenza» e getti le armi. La conclusione del rapporto è in linea con il suo contenuto: «L’America deve continuare a essere la guida». Non è questo questo il New American Century?