La nuova sfida di Pechino: meno ministeri e burocrazia

Le Olimpiadi si avvicinano a grandi passi e i movimenti internazionali preparano il grande attacco alla Cina sulla violazione dei diritti umani e della libertà individuale. Pechino reagisce lanciando un nuovo slogan: riformare la politica.
Troppi ministeri, troppe agenzie pubbliche, troppa burocrazia. I costi della politica, gli stessi di cui si parla tanto oggi anche in ltalia, sembrano diventati all’improvviso insopportabili anche per la nomenklatura cinese. Ma oltre la Grande Muraglia il costo della politica non è una questione di quattrini, di spreco di risorse e di consenso sociale. È una questione di efficienza. La riforma della politica va fatta perché, un quarto di secolo dopo la grande riforma dell’economia varata da Deng Xiaoping che ha traghettato il gigante asiatico dalla pianificazione al mercato, ora anche la macchina dello Stato deve cambiare passo e regole. E con lei anche chi l’amministra.
Nelle stanze del potere se ne parlava da tempo. Ora, con cautela e discrezione, si è iniziato a parlarne anche fuori. Segno che il Partito comunista vuole che se ne parli: non solo per tacitare l’opinione pubblica internazionale, ma soprattutto perché la riforma della politica si farà per davvero. Per capire fino a che punto la classe dirigente cinese intenda rinnovare e rinnovarsi non bisognerà attendere molto. Domani a Pechino si aprirà l’Assemblea nazionale del popolo. La sessione annuale del Parlamento cinese non è tanto importante per ciò che deliberano i 3mila delegati provenienti da ogni angolo del Paese, quanto per i discorsi programmatici pronunciati dalla leadership. È da lì che s’intuisce dove andrà la Cina nei prossimi 12 mesi, quali saranno le priorità di politica interna, estera ed economica.
Quest’anno, scommettono i media liberi di Hong Kong, la riforma del sistema politico-amministrativo avrà un ruolo centrale nell’agenda che il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao presenteranno ai parlamentari cinesi. Una riforma che non si limiterà a indicare principi e linee guida, ma che si occuperà subito anche di questioni concrete. Sembra ormai certo, per esempio, che ci sarà un taglio dei ministeri e delle superagenzie ministeriali che per decenni hanno lavorato spesso in contrasto tra loro, creando situazioni di immobilismo e favorendo la diffusione di corruzione e nepotismo.
Alcuni dicasteri, come quello delle Ferrovie o quelli che dirigono altri specifici settori industriali, spariranno. Probabilmente saranno accorpati in uno o due superministeri che il Partito comunista intende costituire per gestire centralmente i settori strategici dell’economia: l’energia, l’ambiente, i trasporti e l’industria. Anche le tre Commissioni che disciplinano il funzionamento delle banche, delle case di brokeraggio e delle assicurazioni potrebbero essere cancellate per essere fuse in un unico dicastero finanziario: a dirigerlo, dicono le indiscrezioni, sarà l’ex sindaco di Pechino, Wang Qishan, che dovrebbe essere nominato vicepremier.
I tempi della cura dimagrante che investirà il mondo politico cinese non sono certi: qualcosa sarà fatto subito, qualcosa più in là nel tempo. D’altronde, cambiamenti di questa portata non si possono realizzare dal giorno alla notte perché i gruppi di potere e le consorterie che detengono il potere nei ricchi ministeri economici (quello delle Ferrovie, dove c’è anche una forte presenza dei militari, è il caso più emblematico) sono duri a morire.
Ma il vento del rinnovamento ha già iniziato a soffiare sulla Grande Muraglia. L’Assemblea nazionale del popolo sancirà l’ingresso della Quinta Generazione di comunisti cinesi nelle stanze dei bottoni di Pechino. Seguendo le indicazioni del Comitato centrale, i parlamentari dovranno (oggi non hanno altra scelta, ma per questa riforma bisognerà attendere molto più a lungo) nominare un vicepresidente, quattro vice-premier e tante altre cariche di primo piano. Sugli alti scranni prenderanno posto i leader di domani. Cinquantenni come Xi Jinping, il vicepresidente in pectore destinato a diventare il numero uno del Paese nella primavera 2013; o come Li Keqiang, successore del premier Wen Jiabao. Insomma, si consumerà quel rituale passaggio di consegne tra vecchie e nuove generazioni che finora ha puntualmente garantito il ricambio della politica cinese. E anche la modernizzazione e la crescita economica.

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