La nuova sfida dell’internazionalismo dei popoli

www.resistenze.org – osservatorio – mondo multipolare – 14-02-08 – n. 215
da Rebelion – www.rebelion.org/noticia.php?id=62978

Otto anni dopo il primo Social Forum Mondiale, l’intellettuale egiziano marxista descrive l’evoluzione storica del capitalismo e pone sul tavolo le alternative alle convulsioni geopolitiche di quest’inizio di secolo, nel dibattito su “Alteromondismo e post – altromondismo” organizzato dall’associazione “Memorie di lotte” e la rivista “Utopia critica” a Parigi.

Come analizza l’attuale evoluzione della crisi economica e finanziaria su scala mondiale?

La “finanziarizzazione” del sistema liberale, da molti considerato una forma nuova e duratura del capitalismo, dal mio punto di vista era solo un aggiustamento di congiuntura perché il capitalismo potesse davvero superare le sue contraddizioni. La crescita delle rendite del capitale e la riduzione delle rendite del lavoro non potevano durare in eterno.

La vertenza finanziaria del sistema è il suo tallone d’Achille.

I subprimes non sono la causa della crisi, che invece è sistemica, ma è soltanto ciò che l’ha fatta partire. Dopo aver privatizzato i guadagni, le potenze dominanti ora s’industriano a socializzare le perdite, cioè le fanno pagare ai lavoratori, ai pensionati ed ai paesi vulnerabili del Terzo Mondo.

Secondo lei il capitalismo, come sistema storico, è in una fase di “decadenza”? Che cosa significa esattamente?

Il capitalismo come sistema storico non ha avuto una lunga maturazione. Al contrario, il suo apogeo, che sul piano politico è avvenuto con la Rivoluzione francese e sul piano economico con la rivoluzione industriale, si è concentrato nel secolo XIX, in altre parole in un periodo molto breve. La fine di quest’apogeo si è annunciato ben presto, nel 1871 con la “Comune di Parigi”, e poco dopo, nel 1917 con la prima rivoluzione in nome del socialismo, la Rivoluzione Russa. Al contrario di quanto indicano le apparenze e le opinioni dominanti, il capitalismo è già entrato in un lungo periodo di decadenza. Messo in discussione nel secolo XIX come sistema economico, sociale e politico da progetti alternativi (socialista e comunista), oggi affronta anche gli enormi contrasti che lo stesso capitalismo crea tra i centri dominanti e le periferie dominate. Questi contrasti alimentano la ribellione, il diniego del popoli dominati a sottomettersi, ad accettare la dominazione e la degradazione delle condizioni sociali che comporta questo sistema.

Come si articolano queste due dimensioni – ideologica e geopolitica – della messa in discussione del capitalismo?

Non sono dissociabili. Perché il capitalismo, che esiste realmente come sistema globalizzato, è imperialista per natura. Questa impossibilità a dissociarlo è stata presa sul serio, il secolo scorso, dalle rivoluzioni socialiste che acquisirono consistenza nelle periferie del sistema capitalista.

Penso alla rivoluzione cinese, vietnamita e cubana. L’associazione, nel secolo XX, d’entrambe le dimensioni della messa in discussione del capitalismo costituisce, in un certo senso, una prima “ondata”: quella delle rivoluzioni in nome del socialismo, dei grandi movimenti di liberazione nazionale con diversi gradi di radicalismo, dei non allineati, dell’antimperialismo. Questa prima ondata ha raggiunto i suoi limiti storici abbastanza rapidamente. Nel caso dei paesi del Terzo Mondo, appena usciti dalle lotte di liberazione nazionale, l’ondata è stata soffocata in modo rapido, nel caso delle rivoluzioni in nome del socialismo non altrettanto rapidamente. Ma il risultato finale è stato lo stesso: questa prima ondata è stata sconfitta e poi è refluita.

Senza dubbio lei ritiene che sia possibile una seconda “ondata” di tutto l’insieme del sistema globale. In che modo?

Tra l’ondata che è refluita e la nuova possibile e necessaria, quella del secolo XXI, c’è un buco. In quel buco i rapporti di forza sociali e politici sono disuguali. Tanto disuguali da permettere una controffensiva del capitalismo, rafforzata dalle illusioni circa la fine della storia e la scomparsa totale della prima ondata.

E’ ciò che permette al neoliberalismo di costruire un discorso reazionario e non “liberale”, come ci dicono. E’ un discorso di ritorno al secolo XIX, basato sul modello del discorso della Restaurazione, quello che in Francia segnalava la pretesa di tornare all’epoca anteriore alla Rivoluzione. Sarkozy è un perfetto esempio di questo discorso reazionario.

Ciò che chiamano “riforme”, in realtà designa controriforme dirette all’abolizione di tutto quello che i lavoratori hanno conquistato lungo il secolo XX. Ora siamo in quel buco. Ma sull’oceano s’intravedono le prime increspature di quella che può diventare la nuova ondata. Le possiamo vedere, per esempio in ciò che definisco “anticipazioni rivoluzionarie” in America Latina. Il processo che sta vivendo questo subcontinente è caratteristico.

E’ antimperialista (in particolare antiyankee, dato che è l’imperialismo statunitense quello che domina brutalmente quella regione del mondo) e con un’aspirazione socialista. Detta aspirazione si formula in forme diverse, a volte vaghe altre volte più precise, incluse quelle dogmatiche. Ma è interessante provare che l’antimperialismo e le aspirazioni socialiste continuano ad essere indivisibili.

Lei parla di “anticipazioni rivoluzionarie” in America Latina. Che significa esattamente? Qual è la differenza con la rivoluzione?

Credo che bisogna tenere conto della prolungata decadenza del capitalismo come ciò che potrebbe essere una lunga transizione verso il socialismo mondiale. “Lunga” significa che quel processo storico potrebbe durare vari secoli, includendo nella transizione ondate successive. La tradizione comunista pensava alla rivoluzione ed alla costruzione del socialismo come ad una possibilità relativamente rapida, in un tempo storico definito, di anni o decenni. Oggi preferisco parlare di anticipi rivoluzionari più che di rivoluzione perché “rivoluzione” ispira la falsa idea che tutti i problemi si potranno risolvere dalla notte alla mattina. Gli “anticipi rivoluzionari” corrispondono, dal mio punto di vista, alle fasi di stabilizzazione di altre logiche, diverse da quelle del capitalismo e che a loro volta, possono dar vita ad altri anticipi rivoluzionari o “ondate” susseguenti. Ma non c’è in questo ragionamento un determinismo storico. Ci sono delle necessità oggettive, nel senso hegeliano del termine, ma nessun determinismo assoluto. Se questa transizione verso il socialismo non si potrà realizzare, si presenterà allora il caso di una sempre lunga transizione, ma verso una barbarie maggiore. Esistono entrambe le possibilità.

Secondo lei, questo buco tra le due ondate è propizio alla proliferazione di ogni tipo di “illusioni” sul capitalismo. Che ne pensa?

“Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri” Lo ha scritto Antonio Gramsci.

Questa frase mi ha sempre impressionato per la sua precisione, e per la sua forza. Possiamo dire che il vecchio mondo, quello della prima ondata che attaccava il capitalismo, è morto. La seconda ondata sta nascendo. In questo chiaroscuro i “mostri” s’incarnano in personaggi come Bush, Sarkozy o Berlusconi da un lato, e dall’altro in Bin Laden e i suoi complici. In questo chiaroscuro c’è un momento di grandi illusioni che si possono classificare il tre tipi e si collocano nel mondo in luoghi diversi; un tipo o l’altro è quello che domina a seconda delle regioni, ma tutti esistono e coesistono dovunque.

Chiamiamo il primo l’illusione “socialdemocratica”. E’ l’illusione di un capitalismo dal volto umano. Si poté tradurre in un progetto politico in certi momenti della storia del capitalismo, quando il rapporto di forza era più favorevole alle classi popolari. Non denigro in assoluto quello che hanno ottenuto i regimi di welfare state dopo la seconda guerra mondiale. Ma quelle conquiste non avrebbero visto la luce senza la “minaccia comunista” che allora gravava sulla borghesia. Agli occhi dei dominanti era incarnata dall’URSS: In realtà, la minaccia non era tanto quella del comunismo o dell’URSS, ma ciò che rappresentava per i loro stessi popoli.

Immediatamente dopo la seconda guerra mondiale le pensioni, i regimi speciali o la sicurezza sociale sarebbero stati impensabili senza la forza, nel caso francese, del Partito Comunista. Questo è successo dappertutto con differenti modalità. Pertanto, il capitalismo dal volto umano è fattibile solo in periodi di debolezza del capitalismo. In cambio, quando il dominio del capitale è stabile e forte, non ha per niente un volto umano. Acquista allora il suo aspetto reale, un volto selvaggio. Siamo immersi in un momento di questo tipo, quindi credere oggi nella possibilità di un movimento verso il capitalismo dal volto umano è un’illusione. Un’illusione grave è pericolosa, perché disarma le classi popolari creandovi l’attendismo di un’avanzata senza lotta, senza lo sforzo che richiede inclinare la bilancia dei rapporti di forza a proprio favore. Questo tipo d’illusioni è quello che domina in Europa occidentale.

Nei cosiddetti paesi emergenti dominano le illusioni nazionaliste. Questo tipo di illusioni consiste nel pensare che paesi come Cina, India o Brasile, attualmente abbastanza forti per entrare nel sistema capitalista mondiale, possano imporsi come compagni alla pari con le vecchie potenze. Queste illusioni si nutrono dell’abbondante letteratura sul pericolo della “egemonia cinese”, quasi una variante del “pericolo giallo”. A quella letteratura si risponde con un’altra, in questo caso nazionalista, che elogia l’evoluzione cinese e di altri paesi emergenti. In realtà i rapporti di forza internazionali, la dominazione del capitale finanziario e dell’imperialismo collettivo di Stati Uniti, Europa e Giappone, non permetteranno a questi paesi di giocare alla pari sullo scenario mondiale con le vecchie potenze.

Il linguaggio, ogni volta più aggressivo, di fronte alla Cina lo dimostra. Quel linguaggio ha già una traduzione concreta con l’aggressione brutale a paesi deboli come l’Iraq. Altri paesi meno vulnerabili, ma che sono certamente medie potenze, come l’Iran, sono minacciate. Dietro queste aggressioni, quello che si capisce è la reale volontà degli USA di contemplare anche una guerra contro la Cina, se questa diventerà una minaccia troppo seria per i loro interessi. In tale contesto, credere che i paesi emergenti potranno imporsi nel sistema per rompere con la logica capitalista è una chimera.

Il terzo tipo d’illusioni, il peggiore, viene con le paccottiglie nostalgiche. Queste illusioni indeboliscono i popoli che sono stati abbandonati nel corso della storia. E’ il caso dei paesi arabi, più genericamente dei paesi islamici, ed anche dei popoli dell’Africa subsahariana, che pretendono di cercare soluzioni alla “radice”, nella ricostruzione aberrante di un passato mitico che non è mai esistito. Queste nostalgie si smaschereranno facilmente. La confessionalità, l’adesione alla religione si prestano a ciò, così come le rivendicazioni delle radici etniche o tribali. Questa illusione si fonda in una pseudo – autenticità di nuovo conio che non ha niente a che veder con realtà.

Siamo in un momento in cui questi tre tipi di illusioni forgiano società diverse.

Lei nel suo ultimo libro, “Per la Quinta Internazionale”, promuove la cristallizzazione della seconda ondata critica del capitalismo. In che modo?

Dalla fine degli anni 90’ il momento della demoralizzazione delle forze popolari, insieme all’idea che il socialismo è stato vinto definitivamente ed il capitalismo è diventato la “fine della storia”, ha ormai ceduto il passo alla cosiddetta lotta per un mondo migliore. I fori sociali altromondisti sono stati alcuni dei centri in cui si dava visibilità alla lotta. Ma rimane molto cammino da percorrere perché queste lotte si trasformino e diventino strategie coerenti ed efficaci, capaci di sconfiggere il progetto statunitense e dei suoi alleati di controllare militarmente il pianeta; per aprire nuove vie al socialismo del secolo XXI, un socialismo più autenticamente democratico di quello dell’ondata del secolo XIX. Coniugare la lotta democratica con il progresso sociale e ricostruire sulla base dell’internazionalismo dei popoli di fronte al cosmopolitismo del capitale, è la sfida che affronta oggi la sinistra di tutto il mondo

Testo originale in francese: www.humanite.fr/2008-02-01_Tribune-libre_Samir-Amin-le-nouveau-defi-de-l-internationalisme-des
L’intellettuale egiziano marxista Samir Amin è membro del Consiglio internazionale del Social Forum Mondiale e presidente del Foro Mondiale delle alternative (www.forumdesalternatives.org). E’ autore di numerose opere di analisi economiche, politiche e geopolitiche.
Rosa Moussaoui è redattrice del quotidiano comunista francese L’Humanité.

Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org di FR