«La nostra lotta per il Libano unito»

Hezbollah riconosce il risultato delle elezioni di domenica scorsa e guarda avanti, rendendosi disponibile a partecipare a un governo di unità nazionale con la maggioranza filo-Usa capeggiata dal sunnita Saad Hariri. Del movimento sciita sulla scena politica libanese, della questione dell’arsenale di Hezbollah ma anche del quadro regionale e di possibili rapporti con gli Stati Uniti di Barack Obama, abbiamo parlato ieri con Ali Doghmush. Personalità emergente e responsabile esteri di Hezbollah, Doghmush è uno dei più stretti collaboratori del segretario generale del movimento Hassan Nasrallah.

Tutti davano per favorito l’«8 marzo», la vostra coalizione, ma alla fine ha vinto il «14 marzo» di Saad Hariri. Come spiegate la sconfitta?

I motivi sono diversi. È stato determinante, ad esempio, il flusso di denaro che la maggioranza ha fatto arrivare in alcuni distretti elettorali e che è servito a comprare i voti di molte migliaia di persone. Ha poi influito il clima che, a livello locale e internazionale, è stato creato allo scopo di persuadere i cittadini che una vittoria di Hezbollah e dei suoi alleati avrebbe trasformato il Libano e portato alla guerra.

Non avete nulla da rimproverarvi?

Alcuni errori li abbiamo commessi anche noi e li stiamo valutando. In ogni caso durante la campagna elettorale abbiamo cercato di illustrare ai cittadini un programma nazionale, per il bene di tutto il Libano e non nell’interesse di una comunità piuttosto che un’altra. Purtroppo il sistema elettorale, con la divisione del nostro paese in (26) piccoli distretti è fatto apposta per garantire interessi locali e il settarismo e ciò si è dimostrato determinante in alcune aree del paese.

Al segretario generale Nasrallah rimproverano di aver spaventato i cristiani di Achrafieh (Beirut) con il suo discorso del 7 maggio, quando ha esaltato il blitz armato di Hezbollah di un anno fa.

Il sayyed Nasrallah ha solo voluto spiegare che quell’atto di forza si era reso necessario per mettere fine a una crisi insostenibile e a richieste (il disarmo di Hezbollah, ndr) che mettevano a rischio la stabilità nazionale e gli interessi del Libano. Purtroppo il «14 marzo» ha utilizzato una parte di quel discorso per dare un’idea falsa delle nostre intenzioni future. Il nostro movimento crede in questo Libano, crede e rispetta le diversità che compongono la nostra società. Nessuna comunità libanese, piccola o grande, potrà e dovrà mai avere la supremazia sulle altre. Tutti dovremo convivere nel rispetto della diversità.

La sconfitta ormai è alle spalle. Siete pronti a far parte di un governo di unità nazionale?

Vogliamo dare il nostro contributo al governo del paese. Siamo per l’unità nazionale e prima delle elezioni avevamo annunciato che, in caso di una nostra vittoria, avremmo offerto agli sconfitti di far parte di una larga coalizione. In ogni caso l’«8 marzo» rimane compatto, anche dopo la sconfitta. Con il generale Aoun (leader del movimento cristiano dei Liberi Patrioti, ndr) il rapporto è solido, perché abbiamo un progetto comune importante per il bene del Libano. Smentisco le voci di problemi tra Hezbollah e Amal (l’altro partito sciita, ndr), i legami sono forti sulle questioni strategiche anche se ognuno dei due movimenti conserva margini di manovra politica indipendente.

Chiedete un esecutivo fondato sugli accordi di Doha di un anno fa, che garantiscono all’opposizione il diritto di veto su questioni di sicurezza nazionale e politica estera?

Certo, il solo governo possibile è quello che assicurerà il diritto di veto all’opposizione. Se avessimo vinto noi le elezioni, non avremmo avuto alcun problema a garantire questo diritto all’altro schieramento.

La questione più delicata nei rapporti tra voi e il «14 marzo» rimane la richiesta della maggioranza di un disarmo di Hezbollah e della resistenza, che Nasrallah esclude.

Si tratta di un punto centrale, che non può essere affrontato con superficialità. Riguarda la concezione di difesa del Libano di cui stanno discutendo le varie forze libanesi al tavolo del dialogo nazionale. Mentre se ne parla, si deve riconoscere che porzioni di territorio libanese, come Kfar Sbuba (Fattorie di Sheeba), rimangono sotto occupazione israeliana e che ogni giorno l’aviazione israeliana viola lo spazio aereo nazionale. L’esercito libanese non è ancora in grado di difendere il Libano dalle minacce esterne e noi riteniamo di dover partecipare alla protezione del nostro paese. Allo stesso tempo deve essere chiaro che Hezbollah non intende usare le sue armi in eterno.

A quali condizioni vi rinuncereste?

Metteremo via le armi quando lo Stato libanese sarà in grado di difendersi, di proteggere i suoi confini e di riavere i suoi territori occupati. Rinunceremo al nostro arsenale quando il mondo fornirà al Libano armi che possono aiutarlo concretamente a difendere il suo territorio. Non armamenti leggeri, come quelle date di recente dagli Stati Uniti, destinate unicamente per funzioni di repressione interna. Sino a quel momento le armi di Hezbollah continueranno a proteggere la sovranità del Libano.

Vi accusano di voler usare le armi a vantaggio anche degli interessi di altri paesi, come l’Iran, e dei palestinesi, come dimostrerebbe la recente scoperta in Egitto di una vostra cellula apparentemente incaricata di far arrivare razzi e munizioni a Gaza.

Sono accuse vecchie, ripetute ad ogni occasione al solo scopo di spaventare la gente. Abbiamo combattuto delle guerre contro Israele in nome dell’integrità del paese, solo sul territorio libanese e per il territorio libanese. Grazie alla nostra lotta, con il sacrificio di migliaia di martiri, il Libano del sud è stato liberato nel 2000 dall’occupazione israeliana. Non lo abbiamo fatto per l’Iran, così come non abbiamo combattuto per l’Iran nel 2006. Nel caso dei palestinesi è diverso. Ammettiamo, anzi ne siamo orgogliosi, di aiutarli in ogni modo perché sono un popolo che vive sotto una occupazione brutale, che cerca la libertà, che combatte per la propria sovranità. E’ un dovere stare dalla loro parte. E’ una questione umana e morale, non solo politica, anche se talvolta questo ci costa qualche imbarazzo (nei confronti di altri paesi arabi, ndr).

Quindi Hezbollah non reagirà nel caso di un attacco di Israele contro le centrali atomiche iraniane?

L’Iran è uno Stato perfettamente in grado di difendersi, non ha alcun bisogno di Hezbollah per proteggersi o per rispondere ad un attacco militare.

Immagina un rapporto diverso col nuovo presidente Usa Obama, che usa toni diversi verso l’Islam rispetto al suo predecessore Bush?

Noi non abbiamo problemi a cambiare opinione, siamo abituati a giudicare le persone sulla base dei loro comportamenti. Obama ha puntato gli aspetti di politica estera della sua campagna elettorale sulla necessità di un cambiamento rispetto al passato. Da quando è stato eletto ha detto tante cose, alcune di queste sono interessanti. Tuttavia notiamo che sul terreno non è cambiato niente, non ha ancora fatto niente affinché vengano applicate le risoluzioni internazionali e venga aiutato un popolo oppresso come i palestinesi.