La nostalgia del Maresciallo

L’anniversario della nascita di Josip Broz, detto Tito, sta tornando ad essere un giorno di festa (e di pellegrinaggi) per molti cittadini degli stati nati dalle ceneri della «sua» Jugoslavia

Sebbene fosse nato il 7 maggio (1892), Josip Broz Tito volle che il suo compleanno fosse festeggiato il 25 maggio; questa data fu anche inserita in tutte le sue biografie, compresa quella che occupa ben nove dense colonne dell’Enciclopedia Jugoslava. Dal 1945 fino al 1989 il 25 maggio fu per la Jugoslavia la più grande giornata di festa: quel giorno arrivavano a Belgrado le staffette dei giovani portatori della fiaccola che, dopo aver percorso tutte le strade del paese, toccando ogni più piccolo villaggio, portavano a Tito i messaggi augurali dei popoli e di tutte le etnie che formavano quel grande mosaico detto Repubblica socialista federativa di Jugoslavia. Dal 1990, prima sottovoce e poi con una inondazione di articoli, di opuscoli e di libri, i leader che portarono alla sfacelo del paese ed alla guerra fratricida del 1991-95 hanno tentato di distruggere la figura di Tito, distruggendo a un tempo i suoi simboli e monumenti. Ma è successo qualcosa che pochi si attendevano.

Pellegrini e souvenirs a volontà

Di fronte a questa mania di smantellamento, e in presenza di atti dinamitardi che hanno portato perfino alla distruzione della statua di Tito posta davanti alla sua casa natale nel villaggio di Kumrocev, sul confine croato-sloveno, sono sorti un poco ovunque, in tutte le ex repubbliche federate, i «club Josip Broz Tito», le associazioni che si prefiggono di custodirne la memoria e di esaltarne i meriti di comunista, di comandante partigiano e di statista. Sono ripresi i pellegrinaggi di migliaia e migliaia di persone d’ogni età alla sua tomba alla Casa dei Fiori di Belgrado e alla sua casa natale.

Oggi a Kumrovec ed a Belgrado arriveranno – si apprende – centinaia di autobus stracarichi di «pellegrini». In questi giorni hanno fatto la loro comparsa sul mercato prodotti con l’etichetta e l’immagine di Tito (vini, acque minerali, souvenirs).

Di nuovo i giornali scrivono di Tito. Lo fanno quasi ogni giorno a cominciare dal 4 maggio, quando fu ricordato il 25° anniversario della morte del Maresciallo che, nel bene e nel male, ha lasciato un segno indelebile su mezzo secolo di storia della Jugoslavia e sulla seconda metà del Novecento europeo.

Le generazioni che non lo conobbero oggi qui si tornano a chiedere: ma chi era Tito? I più anziani sono quasi tutti nostalgici di Tito e della sua Jugoslavia; i più giovani chiedono loro di spiegargli la ragione del mito di quell’uomo. «Il giorno più bello della mia vita – ricorda con nostalgia la lubianese Alja Brglez, oggi cinquantenne – fu quando Tito venne in Slovenia ed io, allora una bambina di sette anni, fui scelta per offrirgli un mazzo di rose». Un coetaneo di Alja, Ivo Hvalica, afferma invece: «Tito fu un dittatore e un avventuriero, alla fine la sua dittatura crollò». Lo dice uno che al tempo di Tito fu deputato al Parlamento e beneficiò di quella «dittatura». Uno che invece è attualmente deputato al parlamento sloveno e guida la frangia più estrema del nazionalismo sloveno, Zmago Jelincic, ricorda che «Tito era figlio di madre slovena, fu un comandante vittorioso nella seconda guerra mondiale, un grande donnaiolo e Maresciallo della Jugoslavia». Dopo la Bosnia, dove Tito è idolatrato dai musulmani, la Slovenia è la regione in cui il defunto Presidente jugoslavo è considerato oggi «uno dei più grandi uomini politici del Novecento nel mondo intero» dai due terzi delle persone adulte, come risulta da indagini demoscopiche condotte nei giorni scorsi.

A proposito della Slovenia, ricordiamo che slovena fu la seconda delle tre mogli di Tito; in Slovenia egli soleva trascorrere gran parte delle vacanze dedicate alla caccia nelle zone montane; e qui si spense, nella più celebre clinica di Lubiana. Il 21 febbraio 1980 gli amputarono una gamba, alcuni giorni dopo gli fecero visita i suoi figli Zarko e Miscio; in febbraio e marzo non trapelò alcuna notizia: il vertice dello stato tacque, l’esercito fu posto in allarme, la Cia sparse la voce di un possibile, imminente colpo di stato. Il 21 aprile fu comunicato ufficialmente che le condizioni di salute di Tito erano gravi, l’indomani cadde in coma. I medici avrebbero potuto considerarlo clinicamente morto, ma attesero due settimane prima che alle ore 15,05 del 4 maggio annunciassero: «Il compagno Tito è morto».

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64 tricolori italiani con la stella rossa

Senza alcuna direttiva sulle strade dell’intero paese le automobili in movimento si fermarono. Almeno quelle nelle quali c’era la radio accesa, seguite dalle altre. Alle finestre delle case apparvero drappi neri e bandiere a mezz’asta. La gente piangeva senza ritegno; per strada, nei bar, sui treni, in casa. La radio prese a trasmettere un canto popolare dello Zagorje, la regione natale di Tito, che Tito amava spesso canticchiare, una canzone d’amore e di nostalgia.

Ai suoi funerali, a Belgrado, Tito fu onorato dalla presenza di una novantina fra capi di stato e di governo arrivati da tutto il mondo, con in testa i non allineati dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina. Fra le bandiere partigiane portate davanti al feretro sventolavano 64 tricolori italiani con la stella rossa: bandiere di battaglioni, brigate e divisioni partigiane italiane che combatterono in Jugoslavia cancellando in parte la vergogna dell’aggressione dell’occupazione fascista.

Diversi giornali sloveni e croati, in questi giorni, hanno riportato dettagli poco noti della vita e della morte di Tito. Si ricorda, per esempio, che il primo matrimonio legale di Tito, quello con Jovanka Budisavljevic, serba della Lika (Croazia), celebrato nel 1959, non fu proprio felice. Jovanka era paranoicamente gelosa, non sopportava nessuna delle personalità della cerchia più intima di Tito. Era gelosa e onnipresente. Dopo la morte del marito si è invece completamente isolata e in venticinque anni non ha mai concesso un’intervista. E’ stata l’unica, nel periodo della «damnatio memoriae» di Tito (1990-2000) a portare fiori sulla tomba del Maresciallo che, sia detto per inciso, non ha lasciato alcuna eredità ai figli ed alla vedova.

Da vivo si godeva tutte le comodità di una ventina tra ville e palazzi, da quelli dell’isola di Brioni presso Pola alle ex case reali dei Karadjordjevic, fino alle «Case dei cacciatori» e di riposo di Bled, Bohinj, Belje, Bugojno, Ilok, Ohrid, Spalato, Brdo presso Kranj e altrove dalla Bosnia alla Slovenia, dalla Croazia alla Macedonia, a Karadjordjevo in Serbia; disponeva in esclusiva personale di due panfili, il «Galeb» e il «Podgorka», di un Boeing, di una nave fluviale, di un «treno azzurro», di decine di lussuose automobili, alcune delle quali ricevute in regalo da capi di stato. Aveva fatto venire da varie parti del mondo animali esotici per creare uno zoo personale a Brioni, possedeva alcuni cavalli lipizzani e tre cagnolini – Bill, Johnny e Belinda – che amava appassionatamente insieme a due pappagalli; disponeva ancora di due massaggiatrici personali (Darjana e Radojka) che Jovanka odiava a morte e di una numerosa guardia speciale.

Compì 130 viaggi da un capo all’altro del mondo ricevendo migliaia di costosissimi regali fra cui quadri di illustri pittori. Morì però come l’ultimo povero, dichiarandosi proprietario unicamente del vigneto attorno alla casa natale e di un anello d’oro (con il quale si fece seppellire) ricevuto come compenso per una traduzione dal russo eseguita a Mosca negli anni giovanili.

Dopo la rottura con Stalin, negli anni della guerra fredda, Tito ricevette dall’Occidente notevoli aiuti finanziari in cambio del «non allineamento», facendo della Jugoslavia un cuscinetto fra Est ed Ovest. Ma gli americani non riuscirono mai nel loro intento di calamitare Belgrado nella Nato, né Tito si lasciò affascinare dall’offerta della compagnia multinazionale Shell che, in cambio della costruzione di una rete autostradale in Jugoslavia, chiedeva la concessione dei pozzi petroliferi in Slavonia.

A leggere le biografie ufficiali di Tito, nessuno mai tentò di torcergli un capello (ad eccezione dei tedeschi, che provarono a togliergli la vita più volte nel corso della seconda guerra mondiale, mettendogli sul capo perfino una taglia di 100.000 marchi d’oro) ma in via ufficiosa si è saputo che più volte i servizi della Nkvd sovietica, gli agenti di Stalin, cercarono di toglierlo di mezzo dopo il 1949. Si vocifera che uno dei medici che curò Tito a Bled nel 1951 era un agente russo, chirurgo. Un’operazione di routine per la rimozione di calcoli biliari finì per complicarsi e nel giro di pochi giorni il Maresciallo fu sull’orlo del precipizio. Poi il chirurgo fu messo da parte e sostituito da due medici sloveni, i professori Brecelj e Lavric, che gli sarebbero rimasti accanto fino agli ultimi istanti di vita.

Anche Vitali attentò alla sua vita

Un attentato alla vita di Tito fu arrischiato anche da agenti ustascia venuti dalla Germania (ragion per cui Tito si rifiutava di visitare quel paese) ed un altro, pure fallito, in un albergo di Washington. Anche Vitali mandò alcuni suoi agenti per liquidare Tito durante un suo viaggio in treno per Pola, nei pressi di Pisino. Fallirono anche loro, cadendo nelle maglie dell’Udba. Almeno così si legge nelle memorie di uno dei comandanti della «Guardia Tito».

Tito subì diverse operazioni alla bile, e tuttavia fu visto sempre in ottima salute. Il consiglio medico la pensava diversamente. Nell’ultimo decennio della sua vita (1970-1980) soffrì anche di Parkinson e diabete (riceveva quotidianamente iniezioni di insulina), aveva difficoltà con la pigmentazione della pelle, era sovente ospite di Igalo per i bagni di fango e le cure al solarium di Brdo pri Kranju; usava i più costosi profumi e creme per mascherare le conseguenze della vecchiaia; subì perfino due operazioni plastiche. E tuttavia riuscì a tirare avanti fino a 88 anni. A irrobustirlo erano stati gli anni durissimi trascorsi durante la prima guerra mondiale (era sergente maggiore dell’esercito austriaco), della prigionia in Russia, della clandestinità in Jugoslavia e, soprattutto, della durissima guerra partigiana nel corso della quale venne più volte ferito, macinò migliaia di chilometri a piedi, raramente a cavallo, uscendo da cento accerchiamenti.

Nella sua biografia, certo, ci sono anche Goli Otok, l’interno dell’Isola Calva ed altre «isole» dell’arcipelago concentrazionario per comunisti oppositori. Ma sarà la storia a pesare sulla propria bilancia il bene e il male del Maresciallo.