La “normalizzazione” svedese

Sembra già di sentire il commento di qualche dirigente veltroniano (ma non solo) del Pd: “Avete visto, i socialisti perdono dappertutto. Anche in Svezia, dove hanno tradizioni gloriose. E’ la dimostrazione che l’innovazione va cercata altrove”.

La Svezia si è confermata moderata come quattro anni fa ma con la spiacevole novità di un partito di estrema destra, apertamente xenofobo, che ha ottenuto il 5,7% e 20 deputati. A guidare il Partito dei democratici di Svezia (quel nome sembra una dannazione) è Jimmie Akesson, 31 anni, che di solito indossa cravatta, occhialini da intellettuale e non anfibi da combattimento. Con lui è nata una nuova destra in Svezia intollerante verso migranti e rom. Oltre 1 milione di immigrati su una popolazione residente di 9 milioni è una cifra da capogiro. Le rivolte dei migranti a Malmö di qualche mese fa avevano fatto capire la contraddizione su cui scricchiolavano le politiche di integrazione del welfare più radicato d’Europa.

Il premier uscente Fredrik Reinfeldt, leader dell’Alleanza di centrodestra, guadagna un punto percentuale rispetto al 2006 con il 49,2% ma perde 6 seggi in Parlamento e la maggioranza assoluta: ottiene 172 seggi sui 349 a disposizione. Il Partito moderato di Reinfeldt si attesta al 30%, guadagnando il 3,8 e 10 seggi. Le altre forze dell’Alleanza moderata (Partito liberale, Partito di centro, Partito cristiano-democratico) flettono sia in percentuali assolute che in seggi.
Il centrosinistra (nell’inedita versione di una alleanza tra Partito socialdemocratico, Verdi e Partito della sinistra) si ferma al 43,6%: 157 seggi, 14 in meno che nel 2006. La somma dei voti della coalizione dà un meno 2,4% rispetto alle scorse elezioni, quando i tre partiti si presentarono separatamente.

Analizzando nel dettaglio questo risultato, i socialdemocratici che avevano in Mona Sahlin il loro nuovo leader (per la prima volta una donna) hanno perso oltre il 4% rispetto al 2006 ma restano il primo partito di Svezia con il 30,9 (113 deputati, 17 in meno che quattro anni fa). A riequilibrare il risultato del centrosinistra non è stato sufficiente il successo dei Verdi, diventato il terzo partito della Svezia con il 7,2% (2 punti percentuali e 6 deputati in più). Il Partito della sinistra (luogo d’incontro di nuovi movimenti ed ex comunisti) flette al 5,6%.
Il voto di domenica scorsa può essere considerato per più ragioni “storico” (non solo per il successo del partito xenofobo del giovane Akesson). Per la prima volta in ottant’anni i conservatori si aggiudicano il primato politico in Svezia dopo aver governato una legislatura (era consuetudine che tornassero all’opposizione). Per la prima volta dalle urne non esce l’indicazione chiara di una maggioranza. Reinfeldt, per governare, deve cercarsi un alleato. Ci sono tre alternative: o un accordo (non facile) con i Verdi o l’avvio di una “grande coalizione”, come sperimentato in Germania, con i socialdemocratici o la contrattazione di un programma con gli stessi socialdemocratici per ottenerne la benevola astensione.

Il risultato elettorale, è forse questo il dato più evidente, ci consegna un “caso svedese” normalizzato dai processi di globalizzazione che stanno investendo le economie e le politiche dei singoli paesi europei. Esperimenti politici d’avanguardia, come quelli guidati a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta dal primo ministro socialista Olof Palme, sono irripetibili. Detto questo, non se la prendano quanti nel Pd ripetono il refrain della “innovazione” post-socialdemocratica e vorrebbero spacciarsi per “anticipatori” di nuovi modelli politici (per la verità in Italia non forieri di successo): in Svezia (come in Germania, Francia, Gran Bretagna e negli altri paesi europei) le forze antagoniste ai moderati e ai conservatori delle nuove destre restano di orientamento (pur bisognoso di indubbio rinnovamento programmatico) socialista e socialdemocratico. E non hanno intenzione di cambiare nome. Queste forze si aggirano quasi tutte intorno al 30%. In Svezia, in particolare, il Partito socialdemocratico resta il primo partito con il 30,9% e da lì può risalire, se ne sarà capace, la china. Non è una consolazione: è una constatazione.