La New Age dell’impunità

Nel recente editoriale del New York Times «The age of impunity», limpida come mai prima è la denuncia della presidenza Bush. Mancano tre settimane alle elezioni di medio termine e la speranza di liberarsene rende schietti. In politica estera l’accusa più grave è il boomerang della guerra globale al terrorismo: gli scacchi subiti in Afghanistan e in Iraq si sono ritorti contro il senso comune dell’invincibilità della superpotenza. Sudan, Iran e Nord Corea stanno facendo il bello e il cattivo tempo perché hanno smesso di avere paura dello sceriffo Usa. Si sentono protetti dalla mattanza quotidiana del povero Iraq dove vanamente stazionano 140mila soldati americani. Secondo la rivista The Lancet sarebbero 655.000 i morti civili caduti sinora come effetto della mission «esportazione della democrazia» nel grande Medio Oriente. A parere unanime altre simili mission sono divenute impraticabili.
A causa del comportamento degli Stati uniti le relazioni internazionali attraversano oggi una fase in cui è vano ogni accordo su regole di comportamento. La guerra in Libano è un caso esemplare: l’esercito israeliano e le milizie hezbollah hanno agito come fossero due bande nemiche del passato quando non c’erano gli stati, le convenzioni sovranazionali, il diritto. Ed è proprio il caso del Libano per come è stato subito dalla Casa Bianca che consolida nei suoi nemici la convinzione di vivere in «the new age of impunity». La fragilità politica della superpotenza venuta allo scoperto spiazza anche i suoi alleati. Persino il governo britannico non vede l’ora di distanziarsi da Washington, e intanto vuole almeno salvare i suoi soldati dall’incubo iracheno. Dopo la fiammata di rivolta del 2003 solo l’Unione europea non sa come posizionarsi ufficialmente.
Il presidente Barroso annaspa nella subalternità nei confronti del suo patron d’oltre atlantico, il quale era ben più potente quando solo tre anni fa aveva brigato per fargli avere quel ruolo. Il ruolo doveva essere svolto in modo diverso da quello del suo predecessore Prodi: nessun briciolo di iniziativa europea doveva essere più messa in agenda, dall’accordo sulla carta costituzionale all’esercito comune europeo, alla linea sull’allargamento ad est, alla Nato, sino alle strategie economiche nei confronti degli stati messi all’indice dalla Casa bianca. Nell’attuale momento di crisi della leadership Usa la mancanza d’iniziativa europea pesa ancor più sulla scena internazionale. La perdita di credibilità della presidenza Bush ha creato un vuoto di potere che chiede di essere riempito. In Libano si è cominciato a fare, da parte europea, qualche piccolo passo. E ancora una volta è venuta fuori la diversità nella gestione delle crisi tra l’approccio americano e quello europeo, da un lato la minaccia e l’uso della forza e dall’altro lato gli aggiustamenti, i compromessi, i legami informali.
Per chi l’accusa «nella nuova età dell’impunità» la presidenza repubblicana è colpevole di aver logorato il prestigio della forza del paese. Le critiche riguardano la situazione in cui gli errori del presidente hanno messo la superpotenza che non fa più tanta paura da quando i ribelli sunniti e sciiti, i taleban e per ultimo gli hezbollah hanno dimostrato la propria capacità di resistenza. E’ la strategia militare sotto accusa, è l’aver usato male la forza. In questione non è il fatto di aver puntato solo sull’uso della forza per avere l’egemonia nel mondo unipolare. In questione è di aver ammaccato l’egemonia. E dunque evidente è l’incomprensione tra le due sponde dell’atlantico.
La sola paradossale speranza è che quando le élite europee si trovino sedute ai tavoli del potere economico, nelle sedi delle organizzazioni internazionali o delle società sovranazionali, guardino negli occhi le élite americane e chiedano loro conto delle condizioni di instabilità politica in cui hanno messo il big business. E’ l’unico momento esistente di parità tra America e Europa. Ed è su di esso che si può puntare perché abbia fine l’impunità per il presidente Bush e gli uomini che l’hanno fatto eleggere e l’hanno ispirato e sospinto nel portare caos nel mondo. Certo è poco per chi in Europa aspira a una strategia di politica internazionale per l’Unione europea.