La Nato si schiera con la guerra preventiva

Si è aperto ieri a Varsavia – nel salone dove nel 1955 nacque l’omonimo patto, oggi non più in vita – il meeting del Consiglio nord-atlantico che, nonostante sia definito «informale», segna l’inizio di un’altra fase della mutazione genetica della Nato. Il ruolo dell’Alleanza – ha esordito il segretario generale lord George Robertson – va ripensato per «proteggere i nostri cittadini dai terroristi criminali e dagli stati criminali, specialmente quelli che hanno armi destinate a una indiscriminata distruzione di massa». Nello stesso momento, a Londra, il suo connazionale Blair presentava il dossier con le «prove» sulle armi di distruzione di massa dell’Iraq. Con altrettanto sapiente gioco di squadra, lord Robertson, ha presentato una proposta perfettamente in linea con il documento della Casa bianca su «La strategia della sicurezza nazionale degli Stati uniti» (il diritto alla guerra preventiva), secondo cui «l’Alleanza deve essere in grado di agire ovunque i nostri interessi sono minacciati». La Nato – ha detto – deve avere la volontà e la capacità di «esercitare la deterrenza verso queste minacce del 21mo secolo ove possibile, sradicarle e distruggerle laddove la deterrenza abbia fallito». E’, in altre parole, la strategia dell’«attacco preventivo» adottata dall’amministrazione Bush.

Subito dopo l’apertura di Robertson, il segretario alla difesa Usa, Donald Rumsfeld, ha proposto che la Nato costituisca una «forza di reazione rapida comprendente fino a 25mila uomini, pronta su chiamata a schierarsi velocemente in qualsiasi parte del mondo». Dovrebbero far parte di questa strike force (forza d’attacco) della Nato, a rotazione, brigate miste di 5mila uomini composte da militari statunitensi ed europei, dotate di armi ad alta tecnologia come le bombe a guida satellitare. Ma perché i paesi europei dovrebbero parteciparvi, se hanno già deciso di costituire una forza di reazione rapida della Ue composta da 60mila uomini? La forza della Ue, rispondono gli strateghi del Pentagono, dovrebbe occuparsi di prevenzione dei conflitti e operazioni di peacekeeping nelle aree limitrofe, mentre la forza di reazione rapida della Nato avrebbe il compito di proiettarsi in qualsiasi parte del mondo secondo la strategia dell’«attacco preventivo». Quello che non dicono è che, mentre la prima sarebbe sotto comando europeo, la seconda sarebbe sotto comando Usa. Così la Nato – dopo essersi auto-autorizzata a compiere missioni non previste dall’articolo 5 (che vincola i membri a intervenire solo se uno di loro viene attaccato) e aver fatto, su questa base «giuridica», la guerra «umanitaria» contro la Jugoslavia – si appresta ora a condurre operazioni militari su scala globale per «sradicare e distruggere» presunte minacce. E’ questa la Nato che vogliono gli Stati uniti, secondo il criterio guida dell’alleanza asimmetrica. Non hanno voluto far intervenire l’Alleanza in quanto tale, ma solo singoli suoi membri, nella guerra in Afghanistan, per essere soli (con il fedele alleato britannico) a stabilire gli assetti dell’Asia centrale. E, a quanto sembra, vogliono fare lo stesso nella guerra contro l’Iraq che preparano, per essere i soli a trarre vantaggio dall’occupazione militare di un paese che possiede le maggiori riserve petrolifere dopo l’Arabia saudita ed ha una posizione geostrategica decisiva nel Golfo. Andrebbe invece bene agli Stati uniti una strike force della Nato come prolungamento del loro braccio armato nella strategia dell’«attacco preventivo». 12 dei 18 ministri della difesa degli altri paesi Nato avrebbero sostenuto la proposta di Rumsfeld. Tra questi, il ministro Antonio Martino che, ancor prima di ascoltare il discorso del segretario Usa alla difesa, ha dichiarato che si tratta di un’«ottima idea». Con l’Italia siamo anche all’«approvazione preventiva».