La Nato: «Restiamo qui sino al 2007»

Gli americani dalla base di Santo Stefano se ne vanno, ma non entro il 2006, come invece avevano promesso. Il comandante della Naval Support Activity, G.M. Billy, ha risposto alla lettera del sindaco Angelo Comiti, che gli chiedeva chiarimenti sui tempi di trasloco. «La Us Navy a Napoli e a Washington – scrive – sta lavorando sul processo di chiusura. Nel momento in cui questo complicato processo sarà definito, verrà coordinato con le autorità del governo italiano. Da un punto di vista pratico, la partenza non avverrà entro il 2006 per ragioni finanziarie e logistiche ». Poi, nelle righe finali, una nota sottilmente polemica: «Per ciò che riguarda la data di chiusura della base di Santo Stefano, tale struttura non rientra nelle responsabilità della Marina americana. Essendo proprietà demaniale in uso della Marina italiana, quest’ultima è responsabile di qualsiasi decisione relativa al suo futuro». L’alto ufficiale americano segnala un problema reale. Il problema non sono solo gli Usa, alla Maddalena. Nessuno parla mai del ritiro della Marina militare italiana, che continua a tenersi ben strette strutture che ormai non usa più. Come l’arsenale, ma non solo. Gli americani alla Maddalena sono arrivati per la prima volta nel 1822, quando una squadra navale entrò nel Mediterraneo per dare la caccia ai pirati berberi. La monarchia sabauda concesse un approdo in Sardegna solo per la durata dell’operazione. Non erano ancora tempi d’alleanze strategiche con gli Usa. Arrivarono dopo, quei tempi, quando nacque la Nato e scoppiò la guerra fredda. Il 20 ottobre del 1954 l’ambasciatrice americana a Roma, Clare Boothe Luce, e il ministro degli Interni italiano, Mario Scelba, firmano il «Bilateral infrastructure agreement », un’intesa formale in base alla quale l’isola della Maddalena diventa un sito d’assistenza portuale e di deposito di carburanti per la Sesta Flotta. E’ il primo capitolo della storia. Il secondo si apre l’11 agosto del 1972, quando l’amministrazione americana stipula con il governo italiano (presidente del consiglio è Giulio Andreotti), un patto che modifica il «Bilateral infrastructure agreement » e concede alla Us Navy la piccola isola di Santo Stefano, ad est della Maddalena, come approdo su cui impiantare una base per il ricovero e l’assistenza di sommergibili nucleari. Quando la base nasce, nel 1972, la guerra fredda è un po’ meno guerra che negli anni Cinquanta. Ma oggi il mondo è cambiato. Il grande nemico sono gli stati canaglia e il fondamentalismo islamico. Di sottomarini sovietici da controllare nel Mediterraneo non ce ne sono più. La base della Maddalena ha gradualmente mutato il segno strategico delle attività delle forze militari che vi sono impiegate. Niente più caccia al Grande Ottobre Rosso e invece missioni al largo delle coste maghrebine e dell’Africa atlantica, alla ricerca di basi di Al Qaeda. Un tipo di impegno che non richiede più né la propulsione nucleare (indispensabile su rotte lunghe oggi non più battute) né l’armamento atomico. E’ un servizio, quello che ora viene richiesto, che possono svolgere benissimo anche sottomarini che si muovono spinti da normali motori diesel, scafi enormemente più economici rispetto ai mastodonti atomici, ognuno dei quali costa al contribuente americano trentacinque milioni di dollari l’anno. Cifre elevatissime, che vanno ad incidere su un bilancio del Pentagono appesantito dalla guerra infinita cominciata da Gorge Bush in Afghanistan e proseguita in Iraq. Ecco perché, forse, La Maddalena chiuderà.