La Nato a Praga

Grande è l’indifferenza con la quale è stato seguito il vertice della Nato tenuto a Praga il 21 scorso: come se non si vedesse, o non si volesse vedere, lo scalino varcato dall’Europa verso l’enduring freedom. La Nato pareva bypassata dopo che gli Stati Uniti avevano deciso di gestire da soli la guerra all’Afghanistan, malgrado le profferte di aiuto di questo o di quello. Ma le poche resistenze opposte dall’Europa quando si è trattato di passare alla guerra all’Iraq li hanno indotti ad aggirare gli ostacoli incontrati al Consiglio di sicurezza. Restaurare la Nato è stato il compito affidato a Colin Powell e il suo risultato è stato festeggiato nei saloni boemi con un simbolismo, pare suggerito già da Madeleine Albright: l’occidente aveva lasciato sola la Cecoslovacchia davanti a Hitler nel 1938, a Stalin nel 1948, a Breznev nel 1968, e la settimana scorsa ha giurato che non la lascerà sola mai più grazie al rinnovamento, all’allargamento e al mutamento di funzioni dell’Alleanza atlantica. Da quale pericolo dovrà essere difesa ormai la Cecoslovacchia, essendo defunte sia la Germania nazista sia l’Unione Sovietica? Dal terrorismo internazionale. Che finora non l’ha particolarmente minacciata, ma è una buona scusa per accettare una sorta di protettorato della Nato, ricostruita sotto l’egida statunitense. Non è del tutto una novità. Creata nel 1949 come trincea contro l’invasione sovietica (che non fu mai all’ordine del giorno mentre le stay behind avrebbero funzionato contro l’eventuale crescita dei partiti comunisti e delle coalizioni progressiste in Europa) con la fine dell’Urss e dei partiti comunisti pareva esaurita. Ma se l’Europa in formazione avesse deciso di darsi un esercito, che non avrebbe potuto essere che una forza di interposizione, secondo le sue Costituzioni, accentuando la sua funzione mediatoria? La cosa avrebbe potuto mettere i bastoni fra le ruote degli Stati Uniti. Per cui nel cinquantesimo anniversario della Nato, nel 1999, Washington propose non già di liquidarla ma di mutarne la natura, modificando l’articolo 5 che ne definiva il compito esclusivamente di difesa e esclusivamente nel continente, e facendone una forza militare in grado di intervenire dovunque al mondo gli interessi dell’occidente fossero minacciati. Per l’Italia accettò Massimo D’Alema e il parlamento non ne discusse. Forse il centrosinistra preferiva non evidenziare. Senonché l’11 settembre ha accelerato la spinta, e adesso ci siamo: Praga ha consacrato la nuova Nato come un’articolazione della enduring freedom. Allargata, prima ancora dell’Unione europea, all’ex campo socialista, Russia esclusa ma non ostile, e naturalmente con la Turchia, ancorché di Erdogan, perché è da tempo l’immensa portaerei americana puntata verso il medioriente.

Bush è giustamente soddisfatto: in fondo quest’Europa non chiedeva che di essere inquadrata. Si è anche impegnata a preparare una forza speciale di ventimila uomini, per quote proporzionate a ogni paese, reparto speciale pronto a partire su richiesta degli Stati Uniti in pochi giorni. Solana è perplesso – questo oggetto è compatibile con l’esercito europeo di là da venire? – ma ha ingoiato. La Francia ha ingoiato, insistendo che vuol essere interpellata prima di un attacco all’Iraq: ma sì, ma sì ha assicurato Bush. La Germania invece in Iraq non andrà, per cui Bush tiene il broncio a Schroeder. Si dice, ma non è certo, che sia stato firmato un protocollo segreto che rinuncerebbe alla seconda audizione del Consiglio di sicurezza. La Russia fa parte a sé, avendo i ceceni suoi. La Cina con la Nato non c’entra. L’Onu aspetta l’esito delle ispezioni.

Insomma la Nato si è consolidata come fer de lance dell’occidente. Come osserva un nervoso commentatore americano, gli Stati Uniti hanno consolidato la loro egemonia militare sull’Europa e stendono la mano verso l’Asia mediorientale e centrale. Sono passati soltanto tredici anni dal 1989, hanno fatto un bel lavoro. Anche grazie all’inopinato aiuto fornito a Bush, come scrive Wallerstein, da Bin Laden.

E si è fatto un altro passo avanti verso la rilegittimazione della guerra e la delegittimazione della Carta delle Nazioni Unite. Pietro Ingrao insiste da tempo tenacemente perché la cosa non vada da sé, oportet ut scandala eveniant, la guerra essendo ripudiata dall’articolo 11 della nostra Costituzione, chi vi consente prenda il toro per le corna e ne proponga la modifica. Vedremo, si intende, se avrà i numeri. Si capisce che il governo faccia orecchie da mercante, ma perché l’opposizione non fa suo un punto limpido e decisivo nella forma e nella sostanza? Tempi, procedure e necessità di maggioranze qualificate aiutando, sarebbe finalmente una battaglia forse vincente. Se non lo fa, è perché l’articolo 11 l’aveva già fatto fuori D’Alema, in nome dell’ingerenza umanitaria.

La quale è stata, assieme al terrorismo, il grimaldello che sta facendo saltare il diritto internazionale postbellico, che vieta il ricorso alla guerra se non per difesa. Lo spiega Claudio De Fiores nel volumetto appena edito dal Crs (L’Italia ripudia la guerra?, prefazione di Umberto Allegretti, Ediesse, 2002). La guerra umanitaria ha reintrodotto la guerra giusta, con un salto indietro di quattro secoli, a prima di quel trattato di Westfalia che ci ammorbò al ginnasio e aveva messo fuori dalla storia le guerre di religione. Guerre per definizione giuste e illimitate, perché Dio non è un terreno sul quale istituire una convenzione umana, le sue leggi essendo assolute ma tante quante le civiltà; per questo era stato, per così dire, espulso da una modernità che rendeva la guerra non voluta dal cielo ma dalla terra, quindi da poteri criticabili, quindi condannabile. E dopo il 1945 e i due macelli del Novecento, la definitiva condanna era sancita dalla Carta delle Nazioni Unite.

Che è avvenuto per strappi successivi e in modo virulento dopo il 1989? Che con la guerra umanitaria è stato reintrodotto un primato della morale sul diritto, operazione che si presenta come un avanzamento ed è un arretramento secco. Si infila infatti in contraddizioni mostruose: pretende che la guerra possa restaurare un diritto umano (già Hannah Arendt aveva scritto che una guerra non restaura mai diritti, ridefinisce poteri) proprio mentre colpisce il diritto alla vita, come è fatale nelle guerre moderne ed è specifico di quelle aeree, che necessariamente colpiscono i civili – cosa un tempo inaudita, oggi accettata con un’alzata di spalle come effetto collaterale. Inoltre reintroduce la categoria di guerra giusta, che è giusta a seconda dei valori dei diversi paesi, per cui chiunque ne abbia le forze potrà fare la guerra sua. La morale è il cavallo di Troia per introdurre il diritto del più forte. Non potendosi unificare le morali come si è potuto unificare un diritto negativo – no alla guerra -, si è aperta la porta al massimo dei disordini.

De Fiores va oltre. La guerra umanitaria, fattispecie della guerra giusta, è lo strumento di esportazione del modello occidentale, la prima delle guerre di globalizzazione. Che altro sostengono infatti Rowls Walzer, Beck e persino Habermas? che un paese «democraticamente decente» ha il diritto e il dovere di imporre la sua forma politica agli altri, anche con la guerra. Naturalmente senza passare dalle Nazioni Unite, come è avvenuto nella guerra alla Jugoslavia, perché le Nazioni Unite non potrebbero validarla. Per parlare in latino, si è ribaltato il principio, che pareva finalmente raggiunto, dello ius contra bellum (il diritto contro la guerra) nell’antico e non venerando bellum iustum. Non abbiamo sentito echeggiare recentemente gli stessi argomenti di San Tommaso d’Aquino? Una guerra è giusta quando la muove un’autorità riconosciuta (gli Stati Uniti), viene ingaggiata per un fine buono (il Bene contro il Male) e ci sia una causa scatenante (l’11 settembre). Sono argomenti simili a quelli delle Jihad. Ernesto Galli della Loggia ha scritto commosso che solo un paese come gli Usa, dove tutti si riunivano pregando attorno alla bandiera, poteva rispondere con la guerra santa alla guerra santa. Tocqueville si sarà rivoltato nella tomba.

Ma esile è apparso, ed è stato fatto apparire all’opinione generale, la forza del diritto internazionale di fronte alla novità rappresentata dal terrorismo. La paura indotta nell’Occidente, che si credeva invulnerabile, dall’attacco alle due torri ha dato luogo a uno schieramento mondiale senza precedenti contro un nemico internazionale senza precedenti, il terrorismo islamico. Non che si neghi l’asimmetria tra le forze dell’occidente e i mezzi pur sosfisticati di cui può disporre il terrorismo oggi: ma fa agio su tutto la sovraesposizione simbolica dell’attacco alle Twin Towers. Senza di questa, l’uccisione selvaggia di tre o quattromila persone non avrebbe sconvolto il pianeta.

Questa devastazione simbolica è stata obiettata a chi, come me, osservava che in fatto di apocalisse non erano da meno i trentaseimila morti di Bophal per il profitto del signor Anderson che l’India non ha potuto, né potrà mai, processare. E’ un effetto simbolico che i morti per profitto altrui – da chi precipita da un’impalcatura a una fabbrica che esplode in India o a Tolosa – non suscitano un’emozione analoga, funzionando nei nostri paesi come preterintenzionali. Ed è forse un’eredità profonda nelle guerre coloniali che fa sì che le nostre morti brucino e quelle dell’altra parte del mondo ci siano preossoché indifferenti – piume e montagne. L’occidente è sconvolto dalla paura di un attacco dal cielo, che considera però lecito, ammissibile, in ogni caso educativo, per la gente di Belgrado, gli afghani e adesso gli iracheni. Che non siano capaci della nostra stessa paura? Che lo meritino? Dovrebbe essere una domanda tremenda per i sostenitori delle ragioni umanitarie o addirittura salvifiche della guerra infinita. Sta di fatto che l’islamismo è apparso come il male assoluto soltanto dall’11 settembre in poi, mentre lo abbiamo coraggiosamente sopportato finché avanzava sgozzando circa centomila persone nella dirimpettaia Algeria.

Non è la sola contraddizione. Si nega la natura politica dell’attacco alle due torri dicendola criminale, ma definendola anche atto di guerra, come voleva Al Qaeda, cui rispondere con una guerra illimitata, durante la quale sospendere i diritti civili e politici e non solo contro il nemico. Quando questi viene catturato non sarà trattato né come un criminale di guerra né come un criminale comune (tiger cages e tribunali mai visti). E come fare la guerra a un nemico, che è una persona o un gruppo e non ha uno stato? Si muove la guerra al paese dove si presume esso si nasconda o si alimenti – come se noi bombardassimo la Sicilia per far fuori la mafia – per cui la lotta ad Al Qaeda è diventata guerra all’Afghanistan, dove si presumeva essere il suo nido, e ai talebani, che si presumeva la alimentassero. Nessun diritto può sostenere queste guerre se non quello non codificato di un’autodifesa da un pericolo potenziale e occulto, dunque la guerra preventiva e illimitata – della cui possibilità non si trova traccia nella Carta dell’Onu. Ma questa è stata la strada per attaccare l’Afganistan e lo sarà per gli altri stati, sospettati non tanto di albergare Al Qaeda, ma di intenzioni pericolose, come adesso l’Iraq, domani la Corea del nord o l’Iran. Lo sbrego non ha limiti, tutte le categorie di un incivilimento dei rapporti internazionali saltano, e lo scenario che si delinea sembra quello di Carl Schmitt, il mondo diventato senza diritti, la guerra deterritorializzata che essendo non contro uno stato paradossalmente non rispetta più nessun confine.

L’attacco alle due torri andava circoscritto e punito come si punisce un delitto. Il sorgere delle Jihad andava esaminato nelle sue cause e queste andavano prevenute e rimosse. Le Nazioni Unite avevano ed hanno tutti i mezzi per operare in questo senso. E’ stato invece il pretesto, simile in ciò alla guerra umanitaria, della ripresa del diritto di guerra del più forte, azzerando ogni convenzione internazionale.

E’ la questione più acuta che ci si è presentata dopo il 1989.